Nuovo Cinema Paradiso

“La vita non è come l’hai vista al cinematografo: la vita è più difficile.”

(Philippe Noiret – Alfredo)

“Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore è un film immenso perché completo e perché molteplici sono gli elementi che lo compongono e indirettamente c’appartengono: l’ambiente in cui nasciamo e che rappresenta il “cantiere di un’infanzia”, i ricordi di una vita che ti svegliano di notte, l’amicizia, le ingenue speranze giovanili che oggi pagheremmo a peso d’oro pur di riaverle, i silenzi materni, le persone conosciute nel corso della vita e che anche a distanza di anni non abbandoneranno mai la nostra memoria, il passato che prima o poi ribussa alla porta, la figura paterna sostituita da surrogati umani e fittizi, il tema della fuga e del ritorno, l’amore contrastato e apparentemente dimenticato.

E ancora: le ferite interiori non rimarginate, certe scelte a volte casuali che condizionano un’intera esistenza, l’influenza dei mentori, la passione per il proprio lavoro, la scoperta del cinema quale “fattore epicizzante”, la vita sentimentale sospesa e in attesa di una soluzione. Ma anche i desideri che “non invecchiano quasi mai con l’età”, la cruda realtà che prevale sul sogno giovanile, l’inesorabilità del tempo che passa, il nostro umano bisogno d’amare, la critica alla modernità, la poesia di un miracolo chiamato ‘vita’…

In questo film, ed è forse questa la ragione che ne ha determinato il successo, ognuno di noi rileva – come se il regista avesse scrutato nelle nostre storie personali – delle sorprendenti analogie con la propria esistenza. E ciò accade perché è un film che affronta gli aspetti universali della Vita: caratteristiche innate riscontrabili ovunque e durante qualsiasi epoca della storia umana.

Il film, secondo il mio modesto punto di vista, potrebbe essere diviso in due “parti” all’apparenza indistinguibili, forse sovrapponibili e non conseguenziali: una parte riguardante la storia pura e semplice, quella di un bambino che vive in un’Italia postbellica alla vigilia della sua metamorfosi storica, economica e culturale, che cresce sperimentando gli aspetti normali della vita; e un’altra parte “simbolica”, indiretta, evocatrice, elegiaca. Per certi versi educatrice.

Due le scene possenti appartenenti a questa “zona simbolica” del film di Tornatore: 1) la scena del cinema da anni in disuso mentre viene demolito per fare spazio al nuovo, anzi al nulla, che avanza. L’inesorabilità di ciò che usiamo chiamare “progresso” capace di schiacciare senza ripensamenti il valore nascosto in oggetti che esternamente appaiono come superati, decadenti, vecchi. E quindi inutili. A essere distrutto non è solo l’edificio cinema, ma anche tutti i ricordi struggenti legati a un’epoca che non può e non deve sopravvivere. Eppure durante l’esplosione i cuori sussultano e il dolore provato dai protagonisti è vivo, attuale, giovane. L’indifferenza dei ragazzi che giocano tra le macerie, il sorridente cinismo di chi non può comprendere lo stato d’animo dei “vecchi”, chiude definitivamente una porzione di storia rimasta fino a quel momento sospesa a causa di una serie di “fatalità”: la passione acerba e ingenua di due giovani innamorati, la follia lucida di un vecchio testardo ossessionato dalla fuga e dalla salvezza nella lontananza. Avere successo nella vita (o andarsene via lontano) può non essere sufficiente ad anestetizzare la nostra coscienza: ci sono storie bloccate che sabotano l’intero ingranaggio esistenziale e interiormente sappiamo che fino a quando quell’ingranaggio non verrà sbloccato è come se una parte di noi non potesse riprendere a vivere per invecchiare con il resto dell’anima.

2) E poi c’è la scena finale, magistrale, risolutiva e romantica: la sequenza di baci tagliati dalla censura dell’epoca e conservati dal “folle” proiezionista Alfredo, rappresenta la storia d’amore che poteva crescere e che invece è stata bloccata dal caso, dalla visione esaltata di un vecchio, da ciò che sbrigativamente chiamiamo destino. I baci finali di “Nuovo Cinema Paradiso” sono una specie di risarcimento, un modo per farsi perdonare, una porzione di storia personale conservata su pellicola e restituita al legittimo proprietario. Nessuno può restituire il non vissuto a un’altra persona ma si può, grazie alla magia del cinema e dell’arte in generale, vivere vite non proprie o rivivere epoche ormai archiviate e irrisolte. Una magra consolazione che allevia un po’ il dolore per un tempo perso e impossibile da recuperare. La bobina contenente le scene tagliate rappresenta una rivalsa, una piccola dolce vendetta finale sulla vita che a volte “censura” i nostri desideri. Ma nessuna censura può fermare l’amore: gli spezzoni di pellicola che Salvatore rubava dalla sala di proiezione, facendo andare su tutte le furie il buon Alfredo, dopo tanti anni sono finalmente suoi.

Un amico può insegnarti ad amare il cinema, a diventare proiezionista, ma al tempo stesso inocularti la disillusione, la crudeltà insita nell’esistenza, la necessità di compiere strappi dolorosi. Il film come scuola di poesia in movimento e la vita come un incendio che distrugge le illusioni vulnerabili al calore.

Ci sarebbe tanto, troppo da dire su questo film, ma temo che sconfinerei in sterili personalismi. E non voglio. Quindi mi fermo qui.

Godetevi, invece, questo video che riproduce molto bene l’atmosfera generale di un film che per me e per molte altre persone è “il film”. Grazie Tornatore!

(dedico questo post all’amica Dimitra, proiezionista)

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2 Risposte to “Nuovo Cinema Paradiso”

  1. Dimitra Metsi Says:

    Unire le parti della pellicola, caricare il tutto su una bobina e poi la bobina sul proiettore, fare tutti i passaggi accarezzando quasi la pellicola, sorprendersi ancora del miracolo della croce di malta che rallenta il tempo. Controllare un’ultima volta e poi premere “Start”…

    Mi piace

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