La morte ai tempi del postumano

“I’ve seen things you people wouldn’t believe.
Attack ships on fire off the shoulder of Orion.
I watched C-beams glitter in the dark near the Tannhauser gate.
All those moments will be lost in time, like tears in rain.
Time to die.”

Roy Batty

La morte ai tempi del postumano

“… E tutti quei momenti

andranno perduti nel tempo

come lacrime nella pioggia…”

(dal film Blade Runner)

Perché moriamo? Da sempre gli esseri umani, andando al di là del semplice vivere fisiologico, si sono posti questa domanda scomoda, ancora oggi orfana di una risposta esaustiva. La consapevolezza della propria esistenza è un fardello evolutivo toccato in eredità all’Homo Sapiens: tutte le esperienze della vita, la musica ascoltata, i libri letti, i panorami che hanno riempito i nostri occhi, i tramonti che hanno suscitato riflessioni, i luoghi geografici esplorati e quelli visitati con la fantasia, i ricordi erotici, gli infiniti territori dell’inner space, sono informazioni destinate all’oblio.

Non sono mai riuscito a individuare il senso logico della morte nel contesto generale dell’economia universale: la semplice esigenza di “fare spazio” non regge dinanzi all’ingiustificato spreco di esperienza causato dalla Grande Equalizzatrice; esperienza che potrebbe risultare utile nel tempo, realizzando un’eredità diretta e non più differita. Deve esserci una ragione materialistica decisamente meno nobile, di tipo filontogenetico, a cui abbiamo attribuito passivamente un carattere di naturalità: impedire all’essere umano di esprimere la propria divinità nel corso dell’esistenza. L’unico momento di ‘gloria’ è quello rappresentato dal crossing over: dobbiamo morire, ma prima di farlo siamo invitati a dare una mescolatina ai ‘dadi genetici’ in vista di un nuovo essere che ci succeda, sperando in un possibile miglioramento dell’umanità. Da qui l’assillo della riproduzione e delle ingenue speranze familiari: la vita in fin dei conti è sinonimo di speranza nella varietà. Esclama Eduardo De Filippo nella commedia intitolata “Mia famiglia”, interpretando il personaggio di Alberto Stigliano nel momento in cui viene a conoscenza della paternità che lo renderà a suo dire immortale: “… io nun mor cchiù!” (trad.: io non muoio più!)

La morte, quando non è prematura, interviene sempre in concomitanza con il massimo grado di consapevolezza raggiunto dall’individuo: si tratta di un sistema di sicurezza interno, di un relè temporizzato installato nel meccanismo della vita per bloccare una eventuale fuga di notizie verso l’infinito. Per ritornare a capire, per gareggiare di nuovo e vincere finalmente il premio in palio rappresentato dal senso della vita, bisognerebbe ricominciare a vivere per re-imparare, con la speranza di aver conservato la memoria delle vite precedenti. Ma purtroppo non funziona così.

Il corpo invecchiato non può più sostenere l’azione derivante dalla consapevolezza. Il corpo giovane, al contrario, usa la propria energia intatta per imparare ciò che non avrà il tempo di mettere in pratica. Perché questa corsa illogica? Che senso ha questa ciclicità che nella maggior parte dei casi non lascia tracce nella storia? Il concetto di impermanenza ci consola, ma non risolve la delusione derivante dall’abbandono imminente di ciò che abbiamo raccolto con tanta pazienza nel corso dell’esistenza. La reincarnazione immemore è solo un altro modo per spiegare il ciclo del carbonio.

Vitalità e inesperienza; vecchiaia e saggezza. Invertire la posizione degli addendi è un lusso che l’universo sembra non volerci concedere: il segreto per attuare l’inversione è troppo prezioso per lasciarlo nelle mani di alcuni miliardi di scimmie evolute. C’è solo un breve lasso di tempo intermedio – nel mezzo del cammin di nostra vita – durante il quale vitalità e saggezza sembrano sfiorarsi: in quel periodo ci viene concessa una serie striminzita di occasioni che, una volta sprecate, lasciano nell’essere umano il sapore amaro di una lotteria non vincente e irripetibile.

Per gabbare questa fallimentare condizione ‘naturale’ l’umanità ha inventato i graffiti rupestri, le religioni, l’architettura cimiteriale, l’autobiografismo e la letteratura, la dagherrotipia, il cinema, il proletariato e l’immortalismo dei poveri, le storie di paese, i filmini della prima comunione e delle vacanze, le teche televisive, i supporti mnemonici esterni, i videotestamenti. Fino ad arrivare ai profili sui social network come extension dell’anima: la singolarità informativa avanza inesorabile. Il pensiero biologico s’innesta sui fiumi elettrici della solitudine ipertestuale. “A cosa stai pensando?” – chiede in maniera fredda e utilitaristica il social network simulando una finta empatia. E noi giù a confessare emozioni, speranze, sospetti, sentimenti; a condividere idee, immagini, progetti, azioni. Sperando così di non morire.

L’obiettivo è un’immortalità grossolana e inefficace che segue le mode e le tecnologie dell’epoca: il desiderio di consegnarsi all’eternità ha origini antiche e non avrà mai fine.

La soluzione transumanista

La morte secondo il transumanesimo non è rappresentata dalla morte fisica propriamente detta ma dal tentativo di superare la caducità del corpo in quanto tale: paradossalmente il movimento transumanista utilizza l’eliminazione del concetto assolutistico di corpo umano per combattere la morte. Morire per non morire.

Alcuni rabbrividiscono dinanzi alle ipotesi fantascientifiche illustrate nel transumanesimo, ma il dato più affascinante e paradossale è che i transumanisti avversano la fantascienza fine a se stessa. Il pregio-difetto della fantascienza è quello di possedere il potere di proporre scenari futuri già pronti e digeriti: questo potere a volte spaventa chi non ha gli strumenti adatti per decodificare il messaggio fantascientifico. Avevo bisogno di questa premessa per affermare che il transumanesimo non è la descrizione di ciò che potrebbe avvenire in futuro ma rappresenta una scelta culturale già in atto da centinaia di anni, da quando l’uomo ha cominciato a utilizzare la tecnologia per migliorare la propria vita. Ripenso alle proto-forme di transumanesimo incontrate finora nella mia vita di uomo nato nel ventesimo secolo: le lenti a contatto di mia sorella, la dentiera di mia zia, il pacemaker, gli apparecchi acustici, le protesi all’anca, la farmacologia anti-aging, la trapiantistica… Quello che sembrava avveniristico un tempo, oggi è diventato ‘normale’. I confini tra ciò che è già stato sperimentato e ciò che domani potrebbe diventare realtà non sono netti: l’uso terapeutico delle cellule staminali ne è una prova.

I transumanisti sono gli eretici del terzo millennio: superato, non senza sacrifici ed evitando roghi, l’antropo-geocentrismo e dopo aver ricevuto conferma persino da parte della Specola Vaticana che è la Terra a girare intorno al Sole e non il contrario, ora i nuovi eretici si apprestano a scardinare un altro tipo di antropocentrismo: quello organico.

L’obiettivo del transumanesimo non è solo quello, già di per sé importante, di migliorare qualitativamente e allungare la vita dell’essere umano (ending aging), ma di abbandonare sul ciglio della strada la corruttibilità del corpo in vista di un’evoluzione postumana e di tendere all’immortalità. L’incontro tra scienza medica e transumanesimo ha creato una ‘medicina estrema’ che non si occupa più in maniera passiva degli effetti della malattia quando questa si presenta, o nella migliore delle ipotesi facendo prevenzione, ma affrontando la morte in maniera drastica eliminando il corruttibile. Tuttavia l’immortalità, all’interno del movimento transumanista, non viene vissuta come un presuntuoso obiettivo su cui intestardirsi forzando i tempi, ma come la conseguenza naturale di un miglioramento da conquistare passo dopo passo. Afferma l’estropista Max More: <<… io preferisco il termine “vita estesa” (o “vita di durata indeterminata” o “senza età”) al termine “immortalità fisica”, in quanto sono tutt’altro che sicuro che l’immortalità vera e propria – cioè una vita che duri, letteralmente, per sempre – sia possibile. […] sostengo che l’immortalità non è veramente l’obiettivo per la maggior parte di noi transumanisti. L’obiettivo sono le aspettative di vita senza limiti. Il nostro obiettivo è di migliorare continuamente noi stessi e di migliorare le nostre capacità, il che rende il decadimento tipico dell’invecchiamento e la morte involontaria nostri nemici mortali. Vogliamo vivere sia ora che in un futuro indefinito. Ma non possiamo essere sicuri che vorremo continuare a vivere in un lontano futuro. Forse, dopo secoli o millenni, sceglieremo di ripristinare il processo di invecchiamento e di permettere che la nostra vita fisica raggiunga la sua fine…>> Quindi la morte come casualità o come scelta, non più la morte come epilogo scontato di un processo biologico naturale. Anche nel manifesto dell’AIT (Associazione Italiana Transumanisti) ritroviamo lo stesso tipo di sottolineatura: <<… i transumanisti italiani si impegnano a limitare drasticamente l’uso della parola ‘immortalità’. Noi non promettiamo l’immortalità, né la indichiamo come nostro obiettivo programmatico…>>

Vivendo più a lungo e meglio, il postumano avrà a disposizione più tempo per combattere l’annichilimento esperienziale, per migliorare se stesso anche da un punto di vista psicologico e finalmente donare con serenità il peso dei propri anni agli altri, senza l’opprimente presenza di una morte imminente che si nasconde dietro l’angolo.

Immortalità mentale

<<Che cosa resterà di me? Del transito terrestre? Di tutte le impressioni che ho avuto in questa vita?>> si chiedeva Franco Battiato nel brano “Mesopotamia”. Non esiste solo l’immortalità del corpo. E poi, che cosa significa ‘corpo’? L’involucro organico che adoperiamo nello spazio e nel tempo non è immutabile: non mi riferisco agli evidenti cambiamenti morfologici che inevitabilmente avvengono nel corso degli anni ma alla graduale sostituzione, a livello cellulare, del nostro intero organismo con uno identico. Ciò è possibile perché le direttive genetiche rinchiuse nelle nostre cellule sotto forma di DNA ripropongono ai ‘manovali’ sempre lo stesso progetto: anche se invecchiamo e i lavori di manutenzione diminuiscono, rimaniamo sostanzialmente fedeli allo schema iniziale e il naturale turnover cellulare non ci fa diventare qualcun altro. Siamo sempre noi, ma in un corpo sostituito: quindi possiamo affermare che una sorta di “transumanesimo naturale” già avviene da migliaia di anni.

Afferma il filosofo greco Eraclito nel suo trattato Sulla natura: <<Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va.>> Panta rhei os potamòs (πάντα ες ποταμός): tutto scorre come un fiume. Gli antichi pensatori avevano percepito qualcosa grazie alla loro infinita e genuina saggezza, ma non possedevano gli strumenti scientifici per dimostrarlo: moriamo e rinasciamo più volte nel corso della nostra esistenza. Perché non farlo per divenire postumani?

Ma che significa essere se stessi? Le cellule dell’organismo subiscono un processo di sostituzione programmato e dopo un certo periodo di tempo il nostro corpo è quasi totalmente ‘nuovo’. Il ‘quasi’ è d’obbligo perché in realtà alcuni tipi di cellule, in primis quelle nervose, sono costanti nel corso della vita e non vengono sostituite. Questa ‘esclusione’, dal restyling periodico, delle cellule del sistema nervoso spiega il perché della conservazione della memoria, il perdurare di ciò che definiamo personalità, compresi certi difetti caratteriali. E questo dato fisiologico è anche la prova indiretta che la ‘mente’ o ‘anima’ (rispettando l’approccio di tipo rispettivamente cognitivo o spirituale che ognuno di noi può avere nei confronti di tale argomento) è allocata nel nostro cervello. Un paziente lobotomizzato rimane ‘se stesso’? E un individuo che subisce un trauma cranico irreversibile? O un paziente colpito da encefalite letargica o dal morbo di Parkinson?

È vero, anche i ‘pensieri’ mutano con il tempo nelle persone sane: i ricordi che definiamo ‘vividi’ in realtà sono solo le ombre di una realtà vissuta, riduzioni psico-cinematografiche della verità; gli errori cognitivi infestano anche a distanza di anni le nostre presunte certezze sensoriali. Crediamo di aver visto; crediamo di aver udito; crediamo di aver capito… Nonostante tutto, il fatto di ‘essere noi stessi’ è legato principalmente alla permanenza nel tempo delle nostre capacità cognitive e al contrario non è per niente minacciato dalla ciclica sostituzione degli epatociti del nostro fegato.

Alla luce di questa premessa appare chiaro l’impegno di quei transumanisti che sostengono la causa dell’immortalità mentale, l’unica che conta, per mezzo della tecnica del mind uploading. L’immortalità del corpo sembrerebbe quasi passare in secondo piano: per sopravvivere, per conservare la propria ‘essenza’ e rimanere se stessi in eterno, occorre trasferire la ‘mente’ dal cervello biologico a un supporto inorganico capace di ospitarla. Fare uno ‘scanning’ della struttura sinaptica del proprio cervello, però, non è sufficiente: per restare se stessi ‘altrove’ è necessario far sopravvivere anche tutte le informazioni che ci rendono unici e che sono rese possibili nel corso dell’esistenza organica proprio grazie alla suddetta struttura sinaptica: valori, idee, emozioni, ricordi, predisposizioni, sensazioni, obiettivi… Conservarsi con il mind uploading significa archiviare anche errori cognitivi, illusioni, fantasmi sensoriali, sogni e incubi. Per continuare a essere ‘originali’. E soprattutto è necessario riuscire a far interagire questa massa di dati con il mondo esterno anche dopo la morte del corpo fisico: se vogliamo che il mind uploading non sia solo uno backup statico, un mero ‘disco di ripristino’ congelato nell’attimo dello scanning.

Dualismo cartesiano, addio!

La tecnica del mind uploading sarebbe irrealizzabile senza il convinto superamento, filosofico e tecnico-scientifico, del dualismo cartesiano. La ‘mente’ o ‘anima’ è il prodotto più nobile della nostra attività cerebrale: quando il nostro corpo muore, termina anche ogni attività mentale cognitiva. Questo è dovuto alla stretta e scientificamente provata interdipendenza esistente tra il mondo delle idee e il cervello che le produce. Cartesio, pur sostenendo la tesi dell’eterogeneità della res cogitans rispetto alla res extensa, ovvero della distinzione netta tra anima e corpo, tradisce una lieve sfumatura materialista in seno alle proprie argomentazioni nel momento in cui individua nella ghiandola pineale, situata al centro del cervello, la sede dell’anima. Il padre della filosofia moderna, pur non possedendo le prove scientifiche necessarie, seppe fornire uno spunto rivoluzionario senza per questo negare l’indipendenza tra anima e corpo. Cartesio nel suo Trattato sull’uomo parla di “vento molto sottile”, di “fiamma molto viva e molto pura”, di “spiriti animali” ma afferma anche che: <<… la parte del corpo, in cui l’anima esercita immediatamente le sue funzioni non è affatto il cuore, nemmeno tutto il cervello, ma solo una parte interna di questo, che è una certa ghiandola molto piccola, situata in mezzo alla sua sostanza…>> Anche se Cartesio inverte l’ordine dei movimenti, andando dall’anima verso il corpo e non viceversa come siamo più propensi a credere oggi, ha il merito innegabile di aver concentrato l’attenzione intorno al cervello: aveva intuito che “lì dentro” avvengono eventi importanti legati all’origine dell’anima.

Quindi l’anima non esistendo in qualità di ‘soffio divino’ ma essendo il risultato di un’attività neurologica riproducibile, apre alla possibilità di una sua ‘archiviazione’.

Solo se avremo la possibilità di scegliere un mind uploading non distruttivo la nostra morte fisica diverrà una vera e propria esperienza da valutare post mortem, conservando la consapevolezza della vita fisica precedente. ‘Vedersi’ morire attraverso i nuovi ‘occhi’ della macchina che ci accoglie e valutare le dinamiche del trapasso non come ‘spiriti fluttuanti’ in cerca di sviluppi escatologici di stampo dantesco, bensì nelle vesti di noi stessi sotto altra forma. Come fantasmi dentro la macchina.

La morte ai tempi del postumano

Che cosa significherà ‘morire’ in una società postumana? La realizzazione di un corpo migliorato, sostituito, rinforzato, non escluderà l’incidente. Il soggetto coinvolto, che avrà scelto di uploadare in maniera non distruttiva la propria mente, continuerà a ‘vivere’ dopo l’incidente in attesa di un corpo di ricambio. In un mondo postumano evolverà la casistica: la morte escogiterà altri stratagemmi per rivendicare il proprio diritto a falciare. Avremo nuove legislazioni, nuove burocrazie, nuovi reati, nuovi codici penali. E nuovi periodi di transizione: dopo la lotta di classe di marxiana memoria assisteremo a battaglie sociali tra aspiranti alla semi-immortalità e comuni mortali senza speranza di miglioramento. La storia economica e commerciale della civiltà umana, soprattutto quella recente, c’insegna che la globalizzazione dei beni di consumo è direttamente proporzionale a un ‘fisiologico’ abbassamento della qualità di un oggetto o di un servizio immesso sul mercato: esisteranno “postumani deluxe” e aspiranti postumani che si affideranno ad acquisti online o ai servizi messi a disposizione da negozietti semi-clandestini che offriranno uploading e sostituzioni di organi a prezzi competitivi. Non vi potrà essere una vera società postumana se prima non si realizzerà una profonda evoluzione dell’umanità: in soccorso di questa evoluzione interiore dovrà intervenire un preventivo potenziamento delle facoltà intellettive dell’essere umano. Il conflitto sociale nascerà se i produttori forzeranno i tempi anteponendo il miglioramento fisico a quello interiore; senza aver creato prima un adatto terreno filosofico e culturale. Il vero Postumanesimo si realizzerà solo se l’evoluzione partirà dalla mente.

Trascendenza postumanista

L’evoluzione del concetto di morte nell’uomo del terzo millennio prevede il superamento dell’involucro corporeo ‘difettoso': spiritualità e tecnologia finalmente realizzeranno un connubio che tuttavia avrà bisogno di ulteriori tempi supplementari prima di essere metabolizzato dall’umanità. La visione limitatissima che attualmente abbiamo dell’esistenza a causa dei mezzi caduchi di cui siamo dotati, potrebbe un giorno diventare solo un triste ricordo. L’immortalità dell’Io sarà possibile grazie al trasferimento delle informazioni appartenenti all’esistenza (memoria) da un supporto organico a uno inorganico, realizzando un nuovo concetto di ‘eternità’. La maggior parte dei transumanisti esclude la possibilità di una pacifica convivenza tra componente postumana e ‘spiritualità’: io non credo che in un mondo postumano non ci possa essere spazio per la trascendenza; credo invece che il miglioramento transumanista sia di per sé una forma di trascendenza; che il “trans-ascendere” ovvero l’atto del “salire al di là” sia insito nell’evoluzione finale postumana. Superare sé stessi per allontanarsi dal corruttibile che schiavizza l’anima ovvero la parte migliore di noi; superarsi non per sostituirsi a un dio che forse non esiste ma per assaporare il senso di divino derivante dal miglioramento, per avvicinarsi all’essenza suprema che pervade la nostra vita e che non vediamo perché distratti da stupide esigenze terrene. Una vita che non tende al miglioramento è sostanzialmente una vita sprecata. Credo che la religiosità assumerà finalmente il ruolo che le è stato negato in questi secoli bui caratterizzati da vacua ritualità, indulgenze e simonia. Le religioni che basano la propria sopravvivenza sull’assistenzialismo andranno inevitabilmente in crisi: niente più portatori di handicap da accudire, niente più lebbrosi e disadattati mentali. Per non estinguersi le chiese daranno vita a nuove stirpi di “preti neurobiotecnologi” capaci di interagire con i postumani e di interpretare con il loro aiuto le nuove esperienze trascendentali rese possibili dalla mente potenziata. Forse nasceranno nuovi ordini sacerdotali, gruppi di religiosi, custodi devoti della “Fiamma del Mind Uploading”. Le religioni perderanno il loro ruolo mediatorio coltivato nei secoli e assumeranno una funzione di supporto nella gestione del divino emergente nei postumani. Crolleranno le barriere pregiudiziali tra tessuto organico e struttura silicea: gli uploadati trasferiti in corpi sintetici, le intelligenze artificiali robotizzate (vedi la religione monoteistica dei Cyloni nel telefilm sci-fi “Caprica”), gli umani potenziati, tutti avranno diritto a esprimere la propria sensibilità religiosa indipendentemente dalla natura del supporto.

L’anti-postumanesimo

Se i transumanisti auspicano un futuro in cui l’umanità tende alla realizzazione del postumanesimo, nel racconto fantascientifico L’uomo bicentenario (The Bicentennial Man) Isaac Asimov descrive un percorso diametralmente opposto: il robot positronico NDR-113, ribattezzato Andrew, desidera diventare umano e quindi mortale. Un cammino che dura ben due secoli durante i quali la macchina, dotata di una insolita consapevolezza e creatività, s’impegna nel raggiungimento di un sogno anti-transumanista: la morte viene considerata come una conquista e non come un fastidioso difetto del ciclo vitale. Ma alcune considerazioni sono d’obbligo: il robot Andrew ha a disposizione duecento anni per raggiungere il proprio obiettivo, quindi in un certo modo realizza l’ideale transumanista di una vita lunga e ricca di esperienze; il desiderio di emulare i propri creatori fino alla morte deriva dall’‘amore’ instillato nel robot per mezzo delle tre leggi della robotica e non da un processo culturale e filosofico autonomo. La ‘diversità’ che distingue NDR-113 dagli altri robot è un fattore casuale. Come afferma il Dr. Alfred Lanning nel film Io, robot ispirato all’omonima antologia di Asimov: <<Sin dai primi computer c’è sempre stato uno spirito nelle macchine… Segmenti casuali di codice che si raggruppano per poi formare dei protocolli imprevisti… Potremmo considerarlo un comportamento. Del tutto inattesi questi radicali liberi generano richiesta di libera scelta, creatività e persino la radice di quella che potremmo chiamare un’anima. […] Quand’è che uno schema percettivo diventa coscienza? Quand’è che una ricerca diversa diventa la ricerca della verità? Quand’è che una simulazione di personalità diventa la particella amara di un’anima?>> Queste stesse frasi potrebbero essere usate in modo inverso per rispondere a quelli che non riescono ad accettare l’indistinguibilità tra umano e sintetico, a quelli che non riescono ad individuare l’essenza delle cose indipendentemente dalla loro natura, a tutti quelli che di conseguenza non possono accogliere con serenità l’idea di un futuro postumano. La soluzione sta nell’empatia vissuta e non teorizzata: gioiamo istintivamente dinanzi al gesto buffo compiuto da un nostro amico a quattro zampe; sappiamo in cuor nostro che è ‘diverso’ da noi, ma non sentiamo di andare contro natura e continuiamo a gioire e ad interagire con esso.

Il suicidio e “la sindrome di Highlander”

Il transumanesimo c’insegna come superare i nostri poveri involucri senza per questo adottare il suicidio: migliorare se stessi rimanendo presenti. L’odio di sé che porta alla pratica suicidaria subirà un’evoluzione: in una futura società postumana forse il concetto di suicidio non corrisponderà più all’atto semplicistico di abbandonare il proprio corpo in maniera violenta. Variando il significato di esistenza, varierà di conseguenza anche quello di suicidio: uccidersi non significherà più ‘togliersi la vita’, ma sarà l’equivalente dell’espressione ‘scegliere di non migliorarsi’. Lasciarsi morire, semplicemente vivendo. Potrà un postumano scegliere di suicidarsi? Nonostante il potenziamento mentale, il miglioramento della qualità della vita e l’aumento della sensibilità nei confronti dell’esistenza potrebbe sopravvivere anche in futuro il desiderio della morte. Nel film di fantascienza sociologica intitolato 2022: i sopravvissuti (titolo originale: Soylent Green, tratto dal romanzo di Harry Harrison “Largo! Largo!”) è descritta una società futura in cui il suicidio assistito non solo è legalizzato ma addirittura incentivato e curato con metodo industriale a causa del sovraffollamento che affligge l’umanità dell’anno 2022: si scoprirà in seguito che i corpi dei morti naturali e dei suicidi volontari serviranno a produrre l’alimento più diffuso tra la popolazione, il Soylent Green. La morte diventa così un evento proficuo, un affare, un momento di pubblica utilità. Un simile scenario in una vera società postumana è impensabile: il grado di civiltà di una società che si appresta a evolvere in senso postumanista deve prevedere il superamento di determinati problemi sociali ed economici. I motivi del suicidio di un postumano vanno ricercati altrove. Nel film Il sesto giorno s’ipotizza un futuro in cui una sorta di clonazione umana accelerata è diventata realtà; uno dei ricercatori, il Professor Weir, utilizza questo tipo di clonazione per ridare una nuova vita alla moglie morta a causa di una grave patologia. Ma lei a un certo punto chiede di poter morire: desidera ‘andarsene’, seguendo la naturalità del percorso esistenziale. Se c’è una caratteristica madre del transumanesimo è e deve essere la sua libera democraticità: l’obiettivo postumano non può essere imposto, ma solo proposto. Un atteggiamento contrario creerebbe una pericolosa deriva tecnofascista al sapore eugenetico.

Un postumano potrebbe cambiare idea sulla propria semi-immortalità o immortalità? Nel film Highlander II – Il ritorno, sentenzia l’immortale Juan Sánchez Villa-Lobos Ramírez: <<La maggior parte delle persone ha a disposizione tutta una vita e la guarda scivolare via lentamente senza fare nulla di speciale. Ma se invece riesci a concentrarla in un solo momento, in un solo posto, allora puoi compiere qualcosa di glorioso…>> C’è un aspetto che accomuna tutti gli esseri viventi, mortali o immortali che siano: la capacità di saper condizionare la qualità del proprio tempo. Un immortale che attraversa i secoli senza riuscire a morire percepisce sulla propria pelle le variazioni traumatiche della storia: un mortale, invece, non coglie l’aspetto glorioso dell’esistere perché diluisce il proprio limitato intervallo di tempo in una porzione di storia apparentemente immutata. “Who wants to live forever?” Istintivamente piacerebbe a tutti vivere in eterno, ma sorge un dubbio: sbilanciando il rapporto tra la quantità e la qualità della vita in favore della quantità non si rischia di perdere di vista quell’urgenza creativa insita nell’irripetibilità dell’esistenza? I grandi della storia non hanno forse raggiunto i loro obiettivi proprio perché incalzati dal tempo? E se la vita di un postumano fosse potenziata, sana, lunga ma insopportabilmente piatta? L’obiettivo del transumanesimo non è solo quello di estendere la vita ma soprattutto di ampliare gli orizzonti mentali in vista di una vita piena sotto tutti i punti di vista: l’arte, l’esplorazione, la filantropia, la scienza, i rapporti sociali, l’emotività, la passione per un obiettivo, la ricerca spirituale, tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta verrebbe coltivato utilizzando una nuova energia fisica e mentale. Senza il rischio di annoiarsi. Ci ricordava Franco Battiato anni fa nel brano “Fisiognomica”: <<… vivere venti o quarant’anni in più/ è uguale/ difficile è capire ciò che è giusto…>> E sempre Battiato nella canzone “La stagione dell’amore”: <<… Se penso a come ho speso male il mio tempo/ che non tornerà, non ritornerà più. […] Ne abbiamo avute di occasioni/ perdendole; non rimpiangerle, non rimpiangerle mai…>> L’essere postumano avrà pochi rimpianti perché potrà correggere gli errori commessi nel passato, potrà ripercorrere innumerevoli volte un cammino che gli sta a cuore, sarà in grado di sfruttare a pieno l’esperienza accumulata nei decenni.

Concludo con parole non mie, ma con quelle dello scrittore Gianfranco Sherwood che dopo aver letto sul mio blog il post intitolato L’evoluzione della morte”, da cui è nata l’idea di scrivere questo articolo, ha commentato: <<… Riguardo al libero arbitrio inteso come facoltà di porre fine alla propria vita, la mia certezza è che ognuno ha il diritto di comportarsi come preferisce. A differenza dei preti e dei credenti, non mi sento in debito con nessuno per la mia carne. Non esiste un dio creatore, personale o meno, e giudico un cialtrone ipocrita chi si arroga il diritto di parlare in suo nome per imporre agli altri sofferenze inutili. Né è vero che in merito esisterebbe un diritto naturale di cui la Chiesa sarebbe l’unica e veridica interprete. Riguardo alla morte e al suicidio, ogni società manifesta gli atteggiamenti e i comportamenti che il divenire storico le attribuisce. Ad esempio, presso alcuni popoli celtici, perire di vecchiaia o di morte naturale era considerato disonorevole e chi non cadeva in battaglia si suicidava. Ma, ovviamente, neppure questo mi pare accettabile, fermo restando, infatti, che ognuno deve poter fare ciò che preferisce, al netto delle pressioni sociali. Ma, e questo mi porta al concetto di libero arbitrio in senso lato, chi può davvero dirsi artefice del proprio destino e libero di poter scegliere, nelle grandi questioni come nelle minime? Attualmente, sto pensando che ogni nostro atto, ogni pensiero sia in qualche modo predeterminato da contesto e genetica, che il libero arbitrio, inteso come possibilità di scelta sia un’illusione. Non è convinzione che mi soddisfi appieno, ma la ragione, i dati raccolti e le esperienze mi hanno costretto a queste conclusioni. Forse, se l’umanità ha un futuro – il che al momento pare problematico – sarà costretta a mutare paradigma, rispetto al significato della sua presenza nell’universo e al rapporto che ad esso la lega. […] Per quanto riguarda le prospettive trans umanistiche, anch’io penso che l’umanità si dovrà evolvere. O dovrebbe, visto che è nelle sue possibilità ma non è detto che ci riesca. La crisi epocale che viviamo, ci renderà più maturi e capaci di prendere coscienza del nostro destino di specie – che è appunto quello di evolverci per approdare a superiori livelli di conoscenza e integrazione con l’universo? O ne usciremo in qualche malo modo, imboccando il pendio definitivo? Mi sento pessimista, temo che l’impresa sia superiore alle capacità umane, che le potenzialità resteranno disastrosamente inespresse. Disastrosamente, perché l’universo mi pare un luogo severo, in grado di dare molto, ma solo a chi lo merita. Sugli altri, incombono depauperamenti delle risorse, asteroidi e supervulcani. Altre specie ce l’hanno fatta, ce la fanno, ce la faranno. Noi forse no. Pazienza, nulla di grave nel contesto dell’evoluzione cosmica. Ritengo poi che la questione del libero arbitrio sia un elemento basilare di questa possibile evoluzione. Solo una piena comprensione dei meccanismi che ci fanno agire – illudendoci di essere liberi – ci consentirà di cogliere aspetti sinora nascosti della realtà.>>

(articolo pubblicato sul n.17 di “Next” – rivista di cultura connettivista)

versione pdf: La morte ai tempi del postumano

2 Risposte to “La morte ai tempi del postumano”

  1. [...] prima e che Michele ha magnificamente sviluppato nella riflessione che potete leggere su questo link. Faccio i miei complimenti pubblici all’autore, mirabile esempio di lucidità e speculazione [...]

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  2. icittadiniprimaditutto Says:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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