La bistecca di Matrix

“La bistecca di Matrix”

I libri, il senso d’appartenenza e l’elogio della diversità.

“Chi vi credete che noi siamo?

Per i capelli che portiamo?

Noi siamo delle lucciole

che stanno nelle tenebre.”

(Franco Battiato – “Up patriots to arms”)

Una delle caratteristiche principali dell’Essere Umano è quella di aver scelto un’esistenza condivisa con i propri simili per merito o per colpa di una serie di motivazioni sociali, biologiche, storiche, culturali ed evoluzionistiche troppo complesse e articolate nel tempo per riassumerle in questa sede. Nonostante il parere contrario di Hobbes possiamo dire che l’uomo è un essere sociale, seppur spinto da ragioni utilitaristiche e non necessariamente filantropiche: l’individuo ha bisogno della società e la società, a sua volta, basa la propria esistenza sull’adesione e l’organizzazione dei singoli individui che ne rappresentano le unità cellulari. Una sorta di ricercato socialismo tecnico e fisiologico, prima ancora che politico e ideologico, divenuto pian piano stratificazione culturale difficilmente separabile da un substrato primordiale ormai affidato all’oblio storico e genetico. Un’evoluzione che si è imposta sulla scena sotto forma di Legge della Socializzazione come a voler “donare” senza discussione (divenendo un dono non richiesto, in quanto “dono”, come nel caso del sacramento battesimale ricevuto in tenera età) un “processo mediante il quale gli individui si inseriscono nella società in cui vivono, mutuando da essa cultura, valori e norme di comportamento” [1].

Scriveva, però, Cesare Cantù (che non potremmo certamente definire progressista!) in un insospettabile anno 1870: “Da quel che dicemmo appare quanta varietà corra tra gli uomini… Sarebbe dunque follia il regolare tutti colle stesse norme; imporre a tutti le stesse leggi, le stesse consuetudini.”[2] Da un’epoca vittoriana e “deamicisiana”, solo apparentemente ingessata, ci giunge una lezione di “buon senso” e di elasticità che non trova il giusto terreno, paradossalmente, in un terzo millennio globalizzato e uniformato: la scintillante società attuale ricca di dati e di opportunità culturali, non ha scalfito intimamente il bisogno di pregiudizio che persiste nell’essere umano.

Ed è proprio intorno alla pacifica ma serrata contestazione del verbo “mutuare” che dovrà ruotare, affidando i pensieri, per quanto possibile, ai modesti mezzi culturali e scritturali, l’intima tesi sovversiva integrata nel tessuto di questa dissertazione che non pretende di esaurire l’argomento. Un sovversivismo intellettualistico, ma non per questo indolore, con cui allenare la mente all’esplorazione di nuovi mondi culturali e all’utilizzo (o riutilizzo, per qualcuno) di nuovi punti di vista come studi preliminari per la conquista della vera Libertà: l’importanza dello “stare insieme” deve essere preservata solo quando è assicurata una zona marginale non necessariamente di tipo spaziale in cui poter rielaborare liberamente le proprie esperienze, usando il tempo in base ad un’interiore cronologia personalizzata non sottoposta al giudizio oppressivo e moralistico di un falso liberismo produttivistico ed esasperante travestito da Moda.

“Moda” non in senso estetico o “tessile” bensì statistico ovvero considerando “il termine che si ripete con maggior frequenza” divenendo Legge inattaccabile agli occhi del consumatore distratto che ha abbandonato la via del Pensiero per affidarsi al fascino deleterio e meccanico dell’Avere: colui che ha, che possiede, che si affida ciecamente al funzionalismo, colui che “va di moda” ovvero che è frequente e quindi colui che viene considerato affidabile, in base a sofisticati quanto assurdi meccanismi allignati nei secoli, appare anche come imbattibile, giusto, bello, immortale, ineccepibile, statico dal punto di vista dialettico, agli occhi di chi vorrebbe possedere le stesse “fortune” e che di conseguenza, dichiarando la propria presunta debolezza, “iconizza” l’uomo di successo. Un’empatia materialistica tra simili (o meglio, tra dissimili se consideriamo la legge romantica della equa distribuzione delle ricchezze non più tra classi sociali, come auspicato da Marx in vista dell’eliminazione delle stesse, ma più semplicemente tra “furbi” e “meno furbi”) che esclude chi non è attratto (i “non furbi”) dalla prevaricazione dell’Avere: chi non è affetto dalla stessa febbre, oserei dire fortunatamente, viene espulso (esocitosi) dal corpo malato di una società che andando al di là del semplice e necessario welfare ha deificato l’Essere Vuoto ma benestante.

Disadattato sarà chi sceglie di essere un “non furbo” o, per dirla con linguaggio statistico, uno meno frequente. L’inadeguatezza (sociale, economica, persino affettiva…) diventa una sensazione costante perché non si posseggono gli strumenti necessari per il soddisfacimento di quei parametri convenzionalmente accettati dalla massa e soprattutto, cosa ancor più grave da un punto di vista psicologico e filosofico, non si hanno i mezzi per il raggiungimento di quell’Autocoscienza capace di liberare dalla morsa del giudizio standardizzato.

L’evasione non è più intesa, come indicato nel pensiero marxista ed esistenzialista (Heidegger), come “l’atteggiamento di colui che si sottrae all’impegno politico o esistenziale, rifugiandosi nel formalismo, nella vita banale o in una situazione di fuga” [3] ma, al contrario, poiché non sono più affidabili i parametri in base ai quali individuiamo la realtà esistenziale intenzionalmente obnubilata dal mondo dell’economia o la politica intesa come azione vera e non spettacolare diretta alla gestione dello Stato, l’evasione diviene un valore innegabile da ricercare ed esercitare costantemente proprio in vista di una riscoperta di ciò che il Sistema preferisce tenere nascosto.

Per liberarsi da questa prigionia sensoriale e informativa c’è chi sceglie l’allucinazione in tutte le sue forme: un deleterio elogio della fuga, da non confondere con l’evasione salvifica,che diviene estraniazione al contrario, ovvero non più causata dall’essere parte di un feroce ingranaggio consumistico deciso dai padroni, ma da un autoesilio difeso con l’aggressività e dal rifiuto totale della ricerca dialogante e compassionevole. Infatti il primo passo per il raggiungimento della propria libertà va compiuto in direzione della comprensione e accettazione degli stati mentali e culturali del prossimo,non per forza cristianamente inteso. Non si combattono le dittature, proponendone di nuove! La compassione dovrebbe ispirare una certa predisposizione all’ascolto e alla condivisione delle storie individuali: sospendere il giudizio nei confronti di chi non vede o non vuol vedere dovrebbe rappresentare il nostro primo vero atto liberatorio; la negazione dell’alterità non va combattuta con la contrapposizione di un’altra negazione, come se volessimo costruire due muri paralleli e infiniti, ma con la conoscenza compassionevole dei processi sociali ed economici che hanno creato certe condizioni mentali e culturali e che rendono alcuni di noi incapaci di accettare l’opposto, “l’altro”, il diverso, il nuovo orizzonte destabilizzante, l’esperienza scomoda, il viaggio-quest, trascurando l’armonia derivante dalla coincidentia oppositorum.

Per essere sé stessi bisogna imparare ad essere ovunque; l’ubiquità è l’unica cura contro il senso d’appartenenza che ci rende pavidi e sospettosi. La decontestualizzazione non dovrebbe essere solo lo sport preferito da intellettuali radical-chic e poeti borderline, bensì una seria pratica filosofica adottata dall’uomo “comune” ma pensante.

Avete mai provato la sensazione di vivere con il vostro corpo in un luogo provvisorio e gravidico, in eterna attesa di una partenza non decisa da altri ma da orologi interiori che ignoravate di possedere e il cui ticchettio diventa ogni giorno più insistente?

Avete mai provato la sensazione di sapere esattamente chi troverete in un certo angolo della vostra città e quando, perché ormai profetizzate e prevenite schemi mentali e fisici già vissuti? Perché ormai conoscete a memoria le abitudini di chi vive al vostro fianco e, quel che è più grave, conoscete già il vostro ruolino di marcia.

Avete mai provato la sensazione, a volte, che una buona connessione internautica valga molto più di una scialba passeggiata tra volti e vie che si ripetono come esasperanti déjà vu di un passato di cui non riuscite a liberarvi?

Ebbene, se vi capita o vi è capitato di provare tutto ciò, vuol dire che il vostro processo di decontestualizzazione è già in atto da tempo… E che voi non stavate facendo granché per assecondarlo e svilupparlo.

L’accettazione mutualistica delle cosiddette Regole rende l’uomo e la donna “liberi” di muoversi in un contesto che li accetta in quanto è proprio il contesto, per primo,ad essere accettato senza contraddittorio dai protagonisti della vita civile: la società-specchio riflette il comportamento dei suoi attori, a volte deformandolo, altre volte esaltandone o deprimendone impropriamente le sfumature che dovrebbero rimanere tali, andando addirittura al di là degli intenti iniziali. Più ci si muove e si agita il proprio corpo dinanzi a tali specchi sociali e maggiore sarà la deformazione della nostra immagine: il segreto per la tranquillità e per ottenere l’annullamento della critica da parte dei cosiddetti “cittadini produttivi” sembrerebbe essere l’immobilismo cosciente (o ereditato), ovvero l’eliminazione del pensiero alternativo. La contestazione del contesto, al contrario, rappresenta il rifiuto globale e radicale di tutta la realtà socio-economica come protesta contro di essa. Marcuse ritiene la negazione una operazione logica e  vitale [4], l’unica che l’uomo possa assumere nel mondo odierno.

Appare evidente che il passo verso l’accettazione del copione di una commedia scritta da altri (o di un dramma, a seconda dei punti di vista) è breve! Una società che a volte tradisce anche i fedeli taciturni (quelli che si affidano ad un placido consensus gentium pensando di essere graziati dalla massa assetata di gossip), ma da cui è difficile distaccarsi se non per mezzo di incommensurabili sforzi culturali uniti a solipsistici ma necessari esercizi di solitudine: una catarsi solitaria per realizzare l’allontanamento da quegli oggetti sociali ed economici di cui vorremmo liberarci e che rappresentano i “bracci armati” del Sistema. Un distacco che non deve per forza coincidere con l’asocialità, anche se tali distacchi ideologici causano quasi sempre un consequenziale distacco fisico e materiale da quella realtà accettata, invece, dalla maggioranza.

Una maggioranza che non comprende e che in un certo qual modo intimamente odia, disprezzando e combattendo, chiunque si distacchi dal già vissuto e dalla regola scritta che non ha mai deluso le passate generazioni. L’obiettivo, tuttavia, non è quello di passare dal soggettivismo all’alienazione, ma di riuscire ad essere sé stessi nel contesto, come i robusti alberi di una nave che assecondano elasticamente la furia della tempesta: questa è la vera sfida.

L’alienazione paventata da Marx e successivamente da Adorno e Marcuse, può essere combattuta o prevenuta solo con le armi moderne dell’autoimprenditoria materiale e “spirituale”, e paradossalmente i mezzi per realizzarla provengono proprio dal contesto socio-economico che vorremmo combattere. Un concetto omeopatico della lotta!

Ancora una volta si sente il bisogno di sottolineare che a dover essere corretti non sono gli strumenti bensì le coscienze: Internet è uno dei grandi protagonisti di questa trasformazione/rivoluzione.

Solo la rielaborazione autocosciente delle Regole (o delle abitudini), dunque, e non la loro indiscriminata distruzione (anarchia) o tacita applicazione (pigra disinformazione), libera l’Uomo dal cosiddetto “quieto vivere” e lo colloca in una Prima Linea impegnativa, a volte impopolare ma soddisfacente sulle lunghe distanze.

Accettare il mondo così com’è e senza porsi domande oblique forse è l’unico modo per essere felici: ma si tratta di una felicità geneticamente modificata, che non appartiene alla vera storia dell’Uomo che si mette in gioco sperimentando (“Io so che questa bistecca non è vera, ma accidenti se è buona!” – fanno dire al traditore di turno i registi di “Matrix”, i fratelli Wachowski. Scegliere di vivere tranquillamente nutrendosi delle verità fornite dalla matrice oppure no? Scegliere la desertica realtà o la pubblicità? Pillola rossa o pillola blu? La rivoluzione culturale è un dono facile o una scelta difficile da conquistare tramite l’autoconsapevolezza?).

La corsa per il mantenimento di uno status quo estetico e tecnologico diventa l’imperativo diffuso da un Sistema che ci vuole sempre più consumatori-produttori: “lavorare per consumare” è diventato in tal modo il motto della Terza Rivoluzione Industriale, quella morbida e psicotropa; quella che, pur avendo eliminato certe pratiche coercitive dalle fabbriche, indica a tutti noi, gentilmente ma inesorabilmente (usando una soave musica in filodiffusione), il decalogo per essere dei “consumatori vincenti e benvoluti”, troppo spesso destinati ad una “morte bianca” sui luoghi di lavoro.

Così come l’isterico inno “Consumare per essere!” rappresenterà l’epitaffio dell’Occidente.

Gli sfacciati antindividualismi sovietico e nazifascista diventano così ben poca cosa se messi a confronto con l’attuale dittatura dolce delle nazioni liberiste che riescono a nascondere dietro un’edulcorata e fasulla personalizzazione delle esigenze del consumatore, la più ipocrita massificazione mai attuata nella storia su un piano non solo economico ma prima di tutto sociale e ideologico: come a voler dire “…puoi fare tutto ciò che vuoi, ma se fai quello che facciamo noi…è meglio!”

Non c’è libertà più pericolosa della libertà apparente: la disponibilità di movimento richiede una dose maggiore di consapevolezza, corroborata da un giusto flusso informativo. Poter scegliere tra elementi non compresi nell’elenco stilato dai potenti è la vera libertà, non la possibilità della scelta in sé!

Molteplici e stratificati nella quotidianità, da tempo immemorabile, sono i luoghi dell’appartenenza: le parrocchie, la famiglia, le sedi di partito, gli stadi, i circoli delle tifoserie, i circoli letterari, le riviste culturali, le caserme, i seminari, le associazioni, i sindacati, i club, i gruppi, le comitive del sabato sera, le piazze, i luoghi delle feste comandate e degli altri giorni rossi sul calendario, le categorie, le assemblee condominiali, le accademie, le scuole, le confederazioni, le squadre e le squadracce, le ronde, i branchi, le patrie, le convergenze elettorali travestite da diritto, gli eserciti della salvezza, le varie forme di solidarietà, le istituzioni… E persino, oserei dire, certi virtuali luoghi d’appartenenza: i siti web, i forum, i social network. Tutto ciò che ha per obiettivo il riunire dovrebbe essere aborrito come la peggiore malattia infettiva mai riscontrata nella storia naturale del pianeta Terra.

Il vero scopo dell’essere ricercante dovrebbe essere la disappartenenza. E, di conseguenza, la conquista della lontananza che rende sereno il pensiero dell’uomo nevrotico e domestico.

Il metro adoperato per realizzare l’esclusione dell’individuo non è più solo basato, o forse non lo è mai stato, sulla ricchezza in quanto tale, ma sui simboli ad essa legati: altri e più sofisticati fattori d’appartenenza condizionano il “libero mercato delle idee e delle persone”. I capolavori della letteratura fantascientifica distopica ed antiutopica appaiono irrimediabilmente anacronistici se confrontati con la subdola situazione attuale. Molte persone, dopo il crollo del muro di Berlino e il disfacimento dell’Unione Sovietica, entrarono in una profonda crisi esistenziale perché era venuto a mancare un solido punto di riferimento verso cui veicolare le proprie paranoie politiche, ideologiche e religiose: la diluizione del “male” esige, oggi, un’analisi più accurata e non di tipo ideologico. Il “nemico esterno” è divenuto parte integrante della famiglia e ammicca ogni sera dallo schermo, ma nessuno lo vede!

Fattori che un tempo rientravano in una sfera più squisitamente “esoterica” e che oggi, invece, hanno raggiunto una popolarità incontenibile a causa di un’amplificazione mediatica travestita da innocuità colorata e sensuale. Fattori che se non rientrano in un preciso schematismo di riconoscimento condizionato dalla frequenza a cui accennavamo, possono causare l’esclusione preconcetta dell’individuo considerato “strano” e quindi bollato come non adatto alle relazioni standardizzate degli individui “normali” e per questo vincenti (n.b. vincenti se relazionati all’ “ippodromo sociale” in cui sono stati “allevati”); individui che recitando bene la parte di quelli che si integrano perfettamente nell’atmosfera di comune appartenenza e di tradizione catto-produttivistica (il concetto paternalistico di un doveroso sacrificio riassunto subliminalmente nell’onnipresente crocifisso e l’aborrimento dell’ozio creativo che distacca l’Uomo dal Sistema-Padre), si assicurano un passe-partout universale con cui attraversare tutti gli strati sociali. Facilitazioni che il dubbioso ma coraggioso isolatra, per sua natura e per formazione, essendo assetato di alterità culturale e ignorando certe dinamiche localistiche e familiari, non otterrà mai! Subendo, anzi, il gioco delle facili congetture e dei “se fosse”: ma la guerra contro le abitudini inossidabili tramandate di generazione in generazione esige un sacrificio personale in termini di impopolarità e di incomprensione. L’equivoco e la diffamazione diventano bagagli inseparabili.

Scrive a tal proposito Gianluca Grossi, scrittore e cantautore milanese, in un suo racconto tanto ironico quanto profondo pubblicato tempo fa sulla rivista “Nugae”: “[…] Il loro cruccio principale? Ch’io possa rimanere per l’eternità senza ragazza, un single. Non avendomi mai visto con una donna al mio fianco, non se ne capacitano. Eppure non ti abbiamo fatto così brutto, pare si chiedano. Non sarà mica dell’altra sponda, fa il papi. Oddio, no, non è possibile: all’asilo stava dietro alla Mara, che aveva la frangetta bionda, la bella nipotina del Tarcisio, cugino di tuo cugino di secondo grado, che adesso abita a Desio. Sì, ma sono passati quasi 40 anni, le fa il vecchio. Si pongono sul mio conto mille interrogativi senza tregua. […] … talvolta mi sembrano così ottusi, così tristi, così bigi. Sono ancora lì a credere che un uomo possa essere ritenuto tale solo se prende moglie.” [5]

La Tradizione dalle mille sfaccettature, qui rappresentata su un piano relazionale, sessuale e affettivo, diventa come un giogo da applicare sul collo dei buoi di turno; la pur minima considerazione del “non visto” esula da qualsiasi sforzo mentale; le verità oggettive non subiscono alcuna scalfittura da parte del Dubbio intelligente; si preferisce credere nella transustanziazione come atto di fede e non si da alcuna possibilità, non si concede alcun margine di vita all’Uomo reale che incontriamo ogni giorno per strada e che viene privato della nostra fede. Ciò che spiega la televisione è sacrosanto, le informazioni derivanti dalla Grande Rete sono inconfutabili, le proprie esperienze, quelle del vicino o dei propri avi sono scevre di qualsiasi tipo di verifica o di contestazione, la sospensione del giudizio non è divertente come l’etichettatura o la marchiatura a fuoco…

Una sospensione del giudizio (in omaggio all’epochè della “Fenomenologia” di Edmund Husserl) da applicare, in questo caso, non agli eventi naturali, bensì a quegli eventi umani esaltati dalla propaganda di una dittatura tecnocratica. Epochè significa “contemplazione disinteressata” realizzata tramite un distacco totale dal mondo, un atteggiamento svincolato da partecipazione… Sospendere il giudizio sui clamori televisivi e immanenti (che a tratti – così c’hanno fatto credere – potrebbero addirittura sembrare indispensabili!) per contemplare le essenze dei fenomeni e delle cose (“Zu den Sachen selbst! Andiamo alle cose!” – il motto dei fenomenologi). Seguire (studiare) i reality show non con la passione del fan teledipendente, ma con la scientificità dell’intellettuale curioso, disincantato e che prova compassione.

Nonostante il libero arbitrio e la democrazia, la Tradizione non lascia spazio alle idee alternative perché la maggior parte della gente non abbandona il giaciglio sicuro e caldo in cui già altri hanno dormito. E allora l’unica alternativa possibile viene realizzata solo grazie alla nostra Fantasia: ciò che è subcreato sulla carta tramite le parole può rimanere idea senza ripercussioni nel reale, oppure penetrare lentamente nei nostri gesti quotidiani e condensarsi sotto forma di piccoli segni non percepiti dall’occhio del Sistema.

Sul versante politico lo “scambismo” è già realtà: le sinistre “popolari” sono perdenti dal punto di vista elettorale perché devono confrontarsi con un sistema socio-economico imperante e tacitamente accettato da tutti (anche da quelli che per moda si dicono contro); le destre diventano paradossalmente, e usando un’innegabile furbizia storica, le uniche interlocutrici pseudoliberiste di un’umanità pigra, ingessata e anestetizzata dalle cosiddette armi di distrazione di massa. Sul versante religioso assistiamo all’estinzione in diretta tv (travestita da evoluzionismo) di un Sistema-Chiesa che usa il belletto per coprire le macchie cadaveriche di un potere ingerente ma al tempo stesso morente a causa del suo anacronismo.

Nessuno sembra essersi accorto che la Tradizione è morta o sta per morire!

Trasciniamo cadaveri politici e religiosi senza fornire il necessario spazio ad un “neoumanesimo a banda larga” capace di autogestirsi con saggezza e lungimiranza, capace di contrapporre una subcreazione personalizzata alla prepotente ipercreazione decisa a tavolino da altri.

Non bisogna assolutamente credere con ingenuità in un miglioramento dell’umanità: possiamo solo credere nel “principio della staticità (ripetitività) dei contenuti” e le forme apparentemente differenti che si succedono nel corso della storia, rappresentano la simulazione di un’evoluzione dell’essere umano. E in particolare: quando si parla di “accelerazionismo”[6] bisognerebbe parlare in maniera specifica di “accelerazionismo delle forme”, mentre i contenuti non sono nient’altro che la riproposizione “truccata” degli echi della storia. L’unica soluzione “storicamente incoerente” sarebbe quella di adottare un sano e cosciente “decelerazionismo”: due amici (o i due gemelli di Einstein, se preferite!) si incontrano in un bar per parlare delle ultime novità in campo informatico; uno asseconda la velocità del cambiamento, procurandosi ogni volta sul mercato un computer dotato dell’ultimissimo processore; l’altro “rimane indietro” e cerca di sfruttare le potenzialità del proprio computer senza rincorrere la “moda”. Il primo, deridendo l’amico che non segue i tempi, non si sofferma sui meccanismi di ciò che possiede perché “non ne ha il tempo” ed è incalzato dalla Storia Tecnologica; il secondo, invece, “decelerando”, è più consapevole della propria “macchina” (obsoleta in base a parametri imposti dal Sistema anche se perfettamente funzionante) e comprende il “perché” del suo funzionamento, più che il “per quanto”. Sarebbe il caso di parlare di “relatività delle coscienze”. Il paradosso di Einstein pensato al contrario!

Le elucubrazioni derivanti dall’accostamento apparentemente azzardato e nonsense dei tre elementi costituenti il sottotitolo di questa chiacchierata, potrebbero procedere all’infinito se non venissero disciplinate dall’esigenza incombente di trovare e fissare sulla carta le argomentazioni capaci di conchiudere ovvero di avvalorare il disegno immaginato.

Libri

“Vedi un uomo senza passato”

(Aldous Huxley a un amico

dopo che un incendio

ha distrutto tutti i suoi libri,

12 maggio 1961)

Alla luce di questa premessa i libri, intesi non da un punto di vista editoriale e quindi commerciale ma soprattutto da un punto di vista prettamente spirituale (nel senso laico del termine), appaiono come strumenti imprescindibili per la conquista di quella Libertà negata a cui si faceva riferimento. Le idee contenute nei libri, seppur contestabili e perfettibili, devono essere considerate come dei fari luminosi nella buia notte dell’omologazione. Non ci potrebbe essere un vero e soddisfacente “elogio della diversità” senza il conforto e l’intervento fattivo di quei libri che nel corso degli anni c’hanno aiutato a diventare “diversi”. E non mi riferisco ai testi tecnici o scientifici che ci formano dal punto di vista professionale, bensì a quei libri che quasi casualmente incontriamo lungo il nostro cammino e che più di tutti determinano la nostra diversità.

Parafrasando un noto motto alimentarista – “Siamo ciò che mangiamo” – possiamo dire anche con altrettanta sicurezza che siamo ciò che leggiamo. E’ vero, una cattiva alimentazione o, nei casi estremi, la sua assenza, può portare l’essere umano alla malattia e alla morte del corpo; mentre, al contrario, sono esistite ed esistono persone che pur non avendo letto un solo libro durante la propria esistenza, dimostrano un’intelligenza e una saggezza grazie alle quali poter insegnare i segreti della vita anche al più dotto tra gli uomini.

Scrive Franco Battiato nell’introduzione del libretto che accompagna la sua opera musicale in tre atti intitolata “Genesi”, rivolgendosi a un immaginario interlocutore: “Sa che ho avuto la fortuna di incontrare eremiti che hanno scoperto cose a cui la scienza non arriverà mai?!” [7]

Eppure, non sarebbe inconcepibile una vita senza libri?

Come anticipato nella premessa la risposta a questa domanda deriva dalla scelta che ognuno di noi fa: le rivoluzioni non capitano per caso, ma dopo aver sposato una causa (immanente o trascendente) si organizzano le “barricate” utilizzando il materiale che si ha a disposizione, in vista di un possibile attacco da parte di chi non sostiene la nostra stessa causa. Quella effettuata tramite i libri non può che essere una “rivoluzione bianca”, pacifica ma inesorabile e senza compromessi, diretta soprattutto al miglioramento del proprio “creato interiore”.

Ad affiancare l’azione rivoluzionaria deve esserci immancabilmente l’idea che nutre la rivoluzione e spinge gli uomini alla ricerca dentro e fuori di sé. Le immagini espresse nei libri per mezzo della parola non devono essere interpretate come blocchi dogmatici, perché il più delle volte sono rappresentate da scenari proposti e mai imposti che tuttavia agiscono lentamente nella nostra intimità fantasiosa fino a divenire idee o, in alcuni casi, ideali…

Ma perché si legge?

Il primo equivoco da evitare è quello di una lettura pensata in funzione dell’evasione: abbiamo già detto in precedenza che l’evasione propriamente detta conduce l’uomo ad un totale disimpegno politico ed esistenziale e quindi appare inconcepibile mettere sullo stesso piano la lettura portatrice di impegno interiore e l’evasione. Nel momento in cui leggiamo, partecipiamo alle vicende riguardanti i personaggi del libro e in un certo senso è come se vivessimo più esistenze in una: la nostra. Altro che evasione! Si dovrebbe parlare, invece, di comunione cartacea con tutti i mondi reali o immaginati che incontriamo durante i nostri viaggi scritti.

Immersi nel silenzio della lettura, in realtà dovremmo sentire meglio di chiunque altro il rumore vitale degli infiniti spazi che attraversiamo restando immobili: un miracolo che in epoche passate rappresentava l’unica possibilità, a disposizione di pochi eletti, per accedere a saperi e sensazioni inimmaginabili. Oggi l’abuso imperante dell’immagine sembrerebbe aver letteralmente ucciso lo stupore del lettore dinanzi alla parola.

Scrive, poi, Jean Baudrillard: “Che ne è allora dell’evento reale, se dappertutto l’immagine, la finzione, il virtuale entrano per perfusione nella realtà?” [8]

Durante i secoli precedenti all’avvento dell’immagine tecnologicamente differita, immagazzinata e manipolata, la lettura non faceva parte e non poteva in alcun modo far parte degli “eventi reali”: la verginità cerebrale degli uomini dell’epoca non lo avrebbe permesso. Oggi, invece, la frase di Baudrillard può essere tranquillamente applicata anche all’evento lettura: nel mondo in cui viviamo cosa c’è di più “reale” della limpida verità offerta dalla lettura? Ed è per questo che, raggiunta una certa età e superata l’età della scolarizzazione, non bisognerebbe più acquistare libri contenenti illustrazioni: ritornare alla cruda realtà della fantasia scritta. Un ossimoro che troverebbe la sua ragione d’essere se solo avessimo il coraggio di renderci conto dell’inquinamento informativo in cui viviamo. Applicare una necessaria iconoclastia alla propria esistenza per riscoprire le immagini che abbiamo dentro: ripulire il segnale emittente e ricevente per riconoscere la propria immagine offuscata dai radicali liberi del superfluo mediatico. Ritornare ad ascoltare la radio, invece di parcheggiare le nostre esistenze dinanzi a squallidi palinsesti inventati per l’intrattenimento dei mediocri.

Essere partecipi di universi e di tempi paralleli al nostro, attraverso la “semplice” lettura di un libro, è una cosa che dovrebbe farci rabbrividire, per la grossa responsabilità da cui veniamo investiti, e al contempo farci gioire per il potere che ci viene concesso nello spazio esiguo di una pagina. Facendo scorrere gli occhi sull’insieme di parole proposte dall’autore, ricostruiamo nel nostro cervello le immagini in movimento di quella storia inventata o riproposta: in tal modo non solo diveniamo partecipi degli intimi meccanismi intellettivi e immaginifici dell’autore, ma prolunghiamo la vita di quella idea, di quella immagine, di quel mondo, re-inventandoli in noi.

Qualcuno potrebbe giustamente obiettare il fatto che il bagaglio culturale mutuato dalla società e dalla sua coscienza collettiva, e al cui sovvertimento auspicavamo nella premessa, viene veicolato anche attraverso i nostri amati libri: gli autori che realizzano le opere a cui siamo tanto affezionati non sono loro stessi frutto della società in cui sono nati, cresciuti e nella quale operano come scrittori? E non sono anche essi condizionati dal bagaglio culturale appartenente alla comunità in cui hanno mosso i primi passi? Certamente ed è giusto che sia così: sarebbe un fallimento se un autore scindesse le proprie pagine scritte dalla cultura e dalla precedentemente criticata tradizione (anche linguistica) che lo ha alimentato e condizionato durante le fasi formative e informative della propria esistenza. Altrettanto fallimentare sarebbe, però, il suo impantanarsi in maniera acritica nelle numerose buche dei localismi mentali e della cosiddetta “buona letteratura”. La tradizione, quella utile, dovrebbe rappresentare il trampolino di lancio della sperimentazione e non una lugubre e fatale distesa di sabbie mobili!

Alla criticità dello scrittore, dovrebbe seguire un’indispensabile criticità del lettore: il mondo dei libri non è un mondo fatato e perfetto in cui evadere, abbiamo detto, ma come in qualsiasi altro mondo reale pieno di insidie e di tranelli, è un luogo che richiede attenzione e capacità di discernimento: molti regimi hanno veicolato in passato le proprie idee malsane attraverso l’attività di intellettuali prezzolati e pennivendoli anestetizzati dalla propaganda. La letteratura, in questo senso, appare ancor più pericolosa perché riesce a trasmettere messaggi subliminali e apparentemente innocui utilizzando scenari familiari e toccando, grazie alla natura introspettiva e intimistica della parola, le corde nascoste dell’idealità e dell’inespresso.

Le librerie presenti nelle nostre case (piccoli universi concentrati) sono come le impronte digitali di un individuo: non ne esistono due esattamente uguali. E per fortuna, aggiungerei. I singoli libri sono come le minuzie dell’impronta: segni univoci e caratteristici che possono corrispondere ad un solo individuo in tutto il pianeta. Dall’osservazione dei testi schierati negli scaffali possiamo ricavare la mappatura esistenziale di una persona e ricostruire l’esatta cronologia degli eventi e dei bisogni interiori che hanno portato alla comparsa di un autore piuttosto che di un altro tra i libri scelti nel corso di una vita. Certo, molto spesso ci si avvicina per caso a un libro e alla fine ce ne innamoriamo: ma cosa ne sappiamo noi, in realtà, dell’empatia che si viene a stabilire tra noi e il libro? Chi sceglie cosa? Quali prove abbiamo per confermare o per confutare l’empirismo esistente tra gli oggetti inanimati e le nostre cellule? La frase che Aldous Huxley pronunciò dopo che un incendio distrusse nel 1961 la sua casa e con essa tutti i suoi libri raccolti nel tempo, riassume in maniera breve ed efficace lo smarrimento di un uomo che riconosce al mezzo libresco la sua funzione di testimone: “Vedi un uomo senza passato”. Huxley non usa l’espressione “vedi un uomo senza tradizione”: il passato (così come il futuro) non è costituito da un bagaglio politico-religioso o pseudoculturale che asseconda le economie del momento, ma la storia personale di ognuno di noi è determinata da scelte interiori che, a volte, si coagulano sotto forma di libri.

A questa frase potrebbe essere contrapposto l’incipit di un fondamentale libro di fantascienza, “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury, nel quale l’autore ricostruisce magistralmente un sentimento antitetico a quello espresso da Huxley e appartenente ad una futura società videodipendente talmente disinteressata all’insegnamento derivante dai libri, da bandirli per legge e incendiarli volontariamente: “Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. […] …mentre i libri, sbatacchiando le ali di piccione, morivano sulla veranda e nel giardinetto della casa, salivano in vortici sfavillanti e svolazzavano via portati da un vento fatto nero dall’incendio.” [9]

Impossibile non cogliere il riferimento alla famigerata “Notte dei cristalli” nella Germania nazista del 1938: durante il pogrom della notte tra il 9 e il 10 Novembre di quell’anno, oltre alle decine di ebrei uccisi e alle migliaia di deportati, furono saccheggiati e incendiati negozi, frantumate centinaia di vetrine (da qui il riferimento ai “cristalli”), date alle fiamme decine di sinagoghe e vennero bruciati migliaia di libri non graditi dalla propaganda nazista. Si avverava la profezia del poeta Heinrich Heine, che quasi un secolo prima aveva ammonito: “Ricordatevi che prima si bruciano i libri e poi si bruciano gli uomini”. Quindi la storia c’insegna che i libri sono temuti da chi vorrebbe costruire una società culturalmente omogenea e ottenere un appiattimento ideologico in grado di spianare la strada all’instaurazione di regimi totalitari: il confronto democratico, lo scambio di idee, la libera circolazione di progetti culturali, il pensiero alternativo, la capacità e la libertà di scegliere in base alla propria formazione culturale, il rispetto delle diversità, l’individualismo, sono tutte condizioni legittime che ostacolano, però, il cammino verso l’uniformità.
“Non leggete mai qualcuno dei libri che bruciate?”Lui si mise a ridere: “Ma è contro la legge!” [10] L’uomo si adagia, senza porre domande, sul giaciglio preparato dal legislatore.

La capacità che hanno i libri di registrare in maniera permanente il pensiero dell’uomo li rende particolarmente pericolosi, soprattutto se le idee in essi contenute vengono trasmesse da generazione in generazione. Perché i libri fanno così paura? Ecco cosa risponde Ray Bradbury: “Perché il pensiero libero fa paura e perché c’è sempre chi vuole decidere per qualcun altro cosa è bene e cosa no. Nel mio libro “Fahrenheit 451” la censura nasce dal desiderio del governo di rendere la gente felice, il capo dei pompieri, Beatty, spiega a Montag che bruciano i libri perché i contenuti di alcuni di essi offendono le minoranze, perché altri causano infelicità. E l’uso del termine “minoranze” non è legato ai temi razziali, ma a tutti. Ognuno di noi è parte di qualche minoranza, per gusti, passioni, professione, o interesse, quindi ognuno di noi può essere “offeso” dal contenuto di un libro. Non crede che sia un tema ancora attuale?”. [11] Quindi per non “offendere” più nessuno sarebbe meglio scegliere la via dell’omogeneità; una via indicata in modo mellifluo da un libero arbitrio falso e ambiguo che come il canto delle sirene di Ulisse c’incatena a bisogni inesistenti prodotti dal Sistema.

D’altro canto oggi assistiamo ad un fenomeno diametralmente opposto a quello descritto da Bradbury: non esistono, per fortuna, pompieri incendiari e “librofobi”, ma siamo affetti da una sorta di “ipervitaminosi libresca” che stordisce il lettore rendendolo “anoressico” nei confronti dei numerosi cibi cartacei offerti sulla tavola imbandita dagli editori (e dagli “autoeditori”: vedi, ad esempio, caro Lettore, cara Lettrice, il libretto che è tra le tue mani in questo preciso istante, frutto presuntuoso del cosiddetto print on demand). Anche il mondo del libro viene in tal modo colpito dalla stessa patologia che ha già interessato altri settori del mondo “civilizzato” e industrializzato: l’avanzamento inesorabile del progresso non è confortato da un parallelo sviluppo delle coscienze. La sproporzione esistente tra produzione editoriale e numero di lettori reali, è solo uno dei sintomi della crisi. Il Sistema è riuscito ad introdurre, dunque, i propri tentacoli anche in quell’ultimo baluardo che avrebbe dovuto assicurare un brandello di autonomia mentale: dietro l’offerta di una vasta scelta travestita da finta libertà, si nasconde una “diminuzione del desiderio”. Dinanzi ai “corpi nudi e sessualmente disponibili” in libreria si materializza l’impotenza di un essere umano incapace di vivere una propria “libido” in qualità di lettore. Durante i difficili periodi storici caratterizzati da proibizioni ideologiche e scarsità di mezzi, il desiderio aumenta e la necessità di essere liberi diventa palese e drammaticamente necessaria. La “matrice” in cui viviamo oggi, invece, ha rammollito il nostro impeto: occorrono, pertanto, nuovi livelli di ricerca, nuovi stadi di consapevolezza, differenti obiettivi interiori non individuabili dai sondaggi di mercato, nuove scelte di vita difficili da scannerizzare… I libri e la lontananza diventano, così, i primi veri strumenti del decelerazionismo!

Intorno al grande amore che avvolge i libri c’è contemporaneamente anche una coltre di sospetto che ricopre il mondo dei lettori: come in una sorta di “occhio del ciclone” soleggiato e sereno, ci adagiamo con il nostro libro preferito tra le mani in attesa che la tempesta si sposti, investendoci. Intorno al libro c’è una calma apparente che può essere interrotta da un momento all’altro. Sì, perché il lettore, pur essendo apprezzato e in un certo qual modo rispettato da chi intravede nella lettura una pratica nobile, deve contemporaneamente combattere contro una serie di pregiudizi legati alla nevrosi produttivistica della società moderna: leggere, in poche parole, è una perdita di tempo! Ma tempo per fare cosa? Per soddisfare i ritmi ossessivi ed efficienti delle catene industriali? Per consumare i prodotti del divertimentificio organizzato dai padroni dell’economia? Per essere presenti durante le manifestazioni tradizionali della massa belante? Per lasciarsi inebriare dal consenso della tribù d’appartenenza?

Uno dei sintomi più fastidiosi di questa nevrosi applicata al mondo del libro è la cosiddetta “letteratura giustificata”: assistiamo compiaciuti alla pubblicazione di libri da parte di autori che, consapevoli della debolezza del proprio testo o non del tutto convinti della funzione salvifica della scrittura, decidono di “devolvere l’intero ricavato delle vendite alla causa di Tizio o di Caio”. Mi verrebbe da chiedere che fine abbia fatto il libro come “opera d’arte” che non ha bisogno di giustificarsi nel contesto di una società velocemente produttivistica tramite espedienti buonistici o tattiche di psicomarketing scadenti nel sentimentalismo.

I libri come strumenti di solitudine.

E’ vero, esistono i readings, le letture assembleari, gli audiolibri che danno la sensazione di stare in compagnia di un lettore in carne e ossa, ma fondamentalmente la lettura è una pratica solitaria. Quello della solitudine è un falso problema: la lettura, così come la preghiera per chi è credente, è l’unica occasione offerta all’essere intelligente per instaurare una comunione con tutte le anime sensibili della storia, viventi e non.

La lettura come una preghiera laica.

Mentre leggiamo, vediamo proiettarsi sulle pareti della stanza le scene di un mondo ricostruito tramite il potere visionario delle parole (“cosmogonia da salotto”) e come per magia ci si accorge che esistono diversi tipi di solitudine: vi è una solitudine fisica derivante dalla mancanza, percepita quasi egoisticamente, di uno o più corpi capaci di condividere le nostre stesse sensazioni e dai quali vorremmo ricevere continuamente un consenso per continuare a vivere; la conferma del contatto che rinnova il nostro diritto ad esserci. E poi vi è una solitudine interiore che la lettura cancella inesorabilmente grazie al suo potere medianico: rimaniamo eternamente in contatto con i personaggi e riviviamo le loro vicende mentre affrontiamo la nostra esistenza. Si tratta di “amicizie” fedeli nel tempo che entrano a far parte dell’immaginario personale del lettore senza che questo riesca a compiere una vera selezione. Il potere dirompente della fantasia che fuoriesce dagli spazi apparentemente angusti della pagina scritta, si manifesta attraverso un calore interiore che scioglie le catene dell’anima. Scrive Mariantonia Liborio nella prefazione a “Viaggio intorno alla mia stanza” di Xavier de Maistre: “Dentro le mura di qualsiasi prigione è sempre possibile, grazie alla folle de la maison, scegliere di essere farfalla e volare senza problemi, attenti solo a evitare gli ostacoli, dal dentro al fuori, senza altra legge che il capriccio, senza altri limiti che l’universo.”

Solo che nel caso di de Maistre il Viaggio, stimolato da quarantadue giorni di arresti domiciliari, viene compiuto esclusivamente grazie all’utilizzo di una fantasia itinerante applicata agli oggetti e ai confini domestici. Con la lettura si va oltre: si integrano altri mondi e altri tempi nel proprio mondo e nel proprio tempo. Anche se i risultati illustrati dalla prefatrice, in fin dei conti, sono identici a quelli offerti dalla lettura: “l’immaginazione al potere” diventa realtà e lo slogan sessantottino (preso in prestito dal Futurismo di Marinetti, perchè i futuristi furono dei sessantottini ante litteram sfruttati dal fascismo, ma per fortuna non del tutto dimenticati dall’umanità del terzo millennio), nonostante il diradarsi delle nebbie fumogene della polizia e l’arruolamento aziendale dei “figli dei fiori” che alla fine hanno dovuto mangiare il pane offerto loro dal Sistema, riprende vita non tra le strade affollate di rivoluzionari o mentre viene urlato dall’alto di qualche barricata metropolitana (“…le barricate in piazza le fai per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso…” [12]) ma nel silenzio di una stanza.

In una biblioteca universitaria una volta lessi su un cartello: “I libri, per dirci qualcosa, esigono silenzio”, sacrosante parole… Ed è proprio questo silenzio necessario che forse impaurisce chi ancora nella lettura intravede un motivo di allontanamento dal mondo, dai suoi rumori, dai suoi gossip, dalla sua insensata entropia, dai suoi affari, dalle sue avvincenti rivoluzioni. Eppure quanta solitudine, quanto squallore vi può essere in una folla schiamazzante e ubriaca di gestualità.

La lettura ha un grande “difetto”: induce alla riflessione. Quante volte, tra una pagina e l’altra, sentiamo il bisogno di fermare i nostri occhi e ripercorrendo le vie del pensiero riscoperte grazie alle parole appena lette, affrontiamo lande desolate e città mentali dimenticate.

Leggere è faticoso: ci sono pagine scomode che riaccendono in noi antichi fuochi che credevamo spenti e tutto ciò accade perché leggere equivale a vivere, e di conseguenza non possiamo passare indenni attraverso la lettura così come nessun essere umano può oltrepassare le intricate foreste dell’esistenza senza procurarsi almeno un graffio sul viso. Ecco perché i libri fanno paura; ecco perché la lettura viene evitata da chi vuole, invece, diluire la propria problematicità nello splendore effimero delle luci metropolitane o nel “focolare catodico” della televisione.


NOTE

[1] Dizionario di Filosofia e Scienze umane, Emilio Morselli – Ed. Signorelli; Milano.

[2] Da “Buon senso e buon cuore”, Conferenze popolari di Cesare Cantù – 1870.

[3] Dizionario di Filosofia e Scienze umane, Emilio Morselli – Ed. Signorelli; Milano.

[4] Dizionario di Filosofia e Scienze umane, Emilio Morselli – Ed. Signorelli; Milano.

[5] “Luciano’s Paranoia” di Gianluca Grossi. “Nugae” n.17-18/2008

[6] Ala “politica” del Connettivismo. Gli “accelerazionisti” pur avvertendo il mondo tecnologicizzato, in maniera poco originale dal momento che il Catastrofismo aveva già diffuso abbastanza panico in passato sul versante ecologico, dei pericoli imminenti legati al progresso incontrollato e veloce, non forniscono (forse perché troppo concentrati nella diffusione di “profezie”) indicazioni valide in vista di un’evoluzione interiore del consumatore. E sottovalutando ingenuamente le scelte dell’individuo che incidono sull’antico equilibrio tra domanda e offerta.

[7] Tratto da “Uno sguardo dal ponte dello stretto di Messina”, introduzione al libretto di “Genesi” – opera in tre atti. Warner Fonit.

[8] Da “Lo spirito del terrorismo” di Jean Baudrillard – Raffaello Cortina Editore.

[9] Da “Fahrenheit 451”: romanzo di fantascienza scritto da Ray Bradbury.

[10] Idem nota 9.

[11] “Con quel rogo accusavo tutti i regimi del mondo”. Intervista a Ray Bradbury di Ernesto Assante, “La Repubblica” –  20 maggio 2003.

[12] Da “Up patriots to arms” di Franco Battiato.

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2 Risposte to “La bistecca di Matrix”

  1. se pensassi a una forma di Ri_evoluzione, farei di quanto scritto qui sopra un pesante volantino ( non è breve, stampato ha un suo peso consistente data la forza di gravità) con cui “bombardare” intere popolazioni e Stati, rivestirei i grigi palazzi con le sue parole, perchè venga letto al posto dei cartelloni pubblicitari, alle fermate degli autobus, in coda ai semafori, alle poste, nelle sale d’attesa.e ne farei una “circolare” per gli insegnanti di tutte le scuole , lo leggerei al posto di una “interrogazione parlamentare” . Grazie

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    • Grazie Janas per questa bella immagine del “volantone” sul mondo, mi conforta e mi diverte… e chissà che internet non sia già un po’ come un cielo da cui diffondere questi pensieri… ciao!😉

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