Quel concerto dopo il terremoto

(il primo concerto non si scorda mai)

Parlare di Franco Battiato è come parlare di “uno di famiglia”. Non perchè siamo parenti o ci frequentiamo, ma per il semplice motivo che è entrato in casa nostra con la sua musica nel lontano 1979, grazie a una sorella maggiore che tra un solfeggio e le faccende di casa suonava i brani del Cinghiale Bianco sul pianoforte del salone, e non ne è mai più uscito. Anche nel mio caso, come per Franco, le donne di casa sono state determinanti.

Certo, ci sono stati momenti di stasi e di “non curanza” dovuti anche alla mia giovane età che non sempre mi permetteva un avvicinamento serio e costante alla ricerca musicale e umana di Franco.

A quell’epoca, per di più, ignoravo l’esistenza di Gurdjieff, Yogananda e Aurobindo…

Ricordo, tuttavia, ancora con una certa tenerezza un concerto che Battiato diede alcuni mesi dopo il terribile terremoto del 1980 in Basilicata e Campania, e precisamente in un paesino di nome Ruoti (in provincia di Potenza): evento simpaticamente definito dagli stessi membri della band come “concerto di curva”, anziché concerto di piazza, a causa della strana posizione in cui gli organizzatori collocarono il tipico palchetto di legno, in stile “festa di paese”, per gli artisti.

Impilati in una Fiat 126 bianca, raggiungemmo il luogo disastrato in cui si sarebbe esibito Franco. Il paesello, in alcuni angoli, era “addobbato” con tristi macerie non ancora rimosse e quel concerto rappresentava, forse, uno dei tanti timidi “segnali di vita”. A contrastare con le macerie, il primo premio in palio della Lotteria della festa: un’automobile Alfa Romeo di grossa cilindrata. Sul palco male illuminato ricordo, avevo solo dieci anni, la presenza di tre o quattro componenti – Battiato compreso – tra i quali l’immancabile e mitico Giusto Pio che con il suo violino, avvicendato dal suono della chitarra elettrica di Alberto Radius e dalle prodigiose tastiere di Filippo ‘Phil’ Destrieri, ha reso eterna la canzone “L’Era del Cinghiale Bianco” dell’omonimo album uscito un anno prima della sciagura sismica.

Vulcani, terremoti, sismicità, imprevedibilità della natura umana e cosmica: solo un musicista come Battiato avrebbe potuto dare vita a quella scena così surreale fatta di suoni e macerie.

Erano i segnali musicali di una ricerca sofisticata che trasportò nel raggio gravitazionale di Battiato tanti incuriositi ammiratori così come tanti furono “gli impauriti inquisitori” che nella musica di Franco individuarono il possibile vessillo di una loro personale e stupida battaglia contro “la musica strana”. Erano gli effetti collaterali del Prog.

Dopo molti anni riflettendo su quel concerto di ‘curva’ mi chiedo: “quale alchimia si è mai potuta creare nelle menti vergini degli intervenuti tra i disastri del terremoto e Franco che ci istigava all’esplorazione delle Strade dell’Est?”. Forse i vecchietti seduti sulle panchine con la coppola in testa e in attesa di andare a dormire non lo presero molto sul serio (con gli anni Franco c’insegnerà che l’“indifferenza” può essere reciproca e che l’artista non è tenuto a prostrarsi), ma c’era già intorno a noi “Aria di Rivoluzione” e non potemmo più tornare indietro. Cominciò all’incirca così la “faccenda esoterica”. Cominciò quasi per caso, durante un concerto che ormai Franco Battiato avrà sicuramente rimosso dai suoi depositi mnemonici (ma non Filippo Destrieri, il quale mi ha scritto dicendo di ricordare benissimo quel concerto!), ora che si esibisce a Baghdad, Parigi e New York… Un concerto talmente ‘insignificante’ che non è riportato nemmeno nei meticolosi archivi storici dei principali siti web (ufficiali e non ufficiali) dedicati all’artista. Insignificante, intendiamoci, se confrontato con la successiva poderosa carriera di Franco Battiato: ogni evento musicale ‘live’ possiede unicità e irripetibilità; le vibrazioni, negative o positive, che si creano in un luogo sono speciali ed è impossibile ricrearle artificialmente in un secondo momento.

Una traccia volatile ed effimera, dunque, diluita nel mare cosmico degli eventi. Ma non per me!

Da allora ci furono molti “giorni di digiuno e di silenzio”… Ma Battiato aveva già inoculato il “fattore B” nel sangue di molti italiani, me compreso, e ognuno sviluppò da quel momento in poi una sua personale “reazione” a seconda degli eventi della vita e del cammino fatto. Qualcuno dalla sperimentazione del cosiddetto “rock progressivo” si ritrovò in un monastero benedettino e altri ancora, grazie alla sua musica, hanno percorso terreni impensabili ed affascinanti durante i momenti di sonno apparente o di crisi esistenziale.

La vita di Franco Battiato fino a oggi si è rivelata sicuramente interessante per la varietà di stimoli che caratterizzano la sua silenziosa ricerca personale e che ripropone metabolizzati al suo pubblico sotto forma di brani musicali. Non esiste un letto di fiume abbastanza ampio capace di accogliere una definizione riassuntiva dell’arte di Battiato perchè troppi sono gli affluenti che nutrono la ricerca: letteratura, pittura, musica, religione, linguistica, filosofia, psicologia, teatro, e ora anche cinema… Limitarsi all’ascolto delle sue “canzoni” è sufficiente per una critica superficiale. Ricche e infinite sono le connessioni che dalle canzoni di Franco si diramano verso altre fonti e altri interessi culturali. Lasciarsi trasportare dalla corrente di questi affluenti rappresenta un’esperienza affascinante: forse è l’unico modo per creare una vera empatia tra estimatori (non definiteci semplicemente “fan”) e artista. L’ascolto di Battiato deve essere vissuto come un gioco su se stessi e come un’occasione per aprire nuove porte. Altrimenti sarebbe solo “musica strana”, come avrebbero detto i vecchietti di quel concerto di 30 anni fa.

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