Il sarto di Piazza Farina

“Il sarto di Piazza Farina”

Dialogo

Atto unico

PERSONAGGI

Il sarto.

Il cliente, di professione storico.

In una cittadina dell’Italia meridionale. Tempo presente. In una piccola sartoria – una stanzetta a piano terra, con l’entrata sulla strada – piena di abiti appesi, grucce, una macchina da cucire, pochi mobili vecchi, una sedia, un tavolino, una lampada da lavoro, uno specchio…La scena è suddivisa in uno sfondo principale – l’interno della sartoria – e un pannello più piccolo, posto in parallelo (anteriormente, su di un lato) rispetto allo sfondo, che ha la funzione di rappresentare l’entrata della sartoria. E sull’entrata della sartoria vi sono un’insegna quasi anonima con su scritto semplicemente “Sarto”, una vecchia bicicletta appoggiata al muro, una logora tendina…

Al levarsi della tela sono in scena il sarto inginocchiato al lato del cliente intento a prendere le misure per la piega ed il cliente inizialmente rivolto verso lo specchio. Durante la prima metà del dialogo il personaggio del cliente assume la duplice funzione di narratore e di personaggio, realizzando un interessante sdoppiamento in scena, che potrebbe essere eventualmente supportato da un cambio di luci nel passaggio da cliente a narratore… Il dialogo comincia così:

IL CLIENTE (esitando e rivolgendosi al sarto) “Lei… Lei crede nei sosia?”

(e subito dopo, allontanandosi dallo specchio e rivolgendosi al pubblico come in una didascalia proiettata nel futuro; con imbarazzo)

“Mi vergognai quasi immediatamente per quella domanda prematura e sciocca perchè, durante tutto il tempo delle prove dinanzi allo specchio, non c’eravamo rivolti nemmeno una sillaba.”

(poi, toccandosi la pancia)

“Mettere su famiglia comporta alcune modifiche del giro vita e, questo, i miei abiti lo sanno benissimo. Così, di tanto in tanto, sono costretto a portare i pantaloni dal sarto per cercare, grazie ai suoi miracolosi interventi di alta sartoria proletaria, di indossarli ancora per qualche anno senza scoppiare… o semplicemente per una piega nel caso in cui siano freschi di negozio.”

(intanto il sarto non è più in ginocchio e partecipando alla descrizione dei fatti da parte del cliente/narratore, collabora mettendosi con le spalle al muro, sull’entrata fuori della sartoria, a prendere il sole e a fumare… il cliente, non più rivolto al pubblico ma guardando verso la sartoria, continua a descrivere la scena)

“Il bugigattolo in cui il mio sarto lavora, durante le ore del mattino, è quasi sempre generosamente esposto al sole e così, questa mattina, dirigendomi con il pantalone nuovo, ordinatamente piegato sul braccio, ho augurato a me stesso di poter rivivere la scena già gustata altre volte in giornate simili.”

(il cliente si blocca sulla scena e guarda in direzione del sarto che sulla scena è illuminato da un faro che simula il sole)

“Ho voltato l’angolo ed eccolo lì: il sarto di Piazza Farina durante la prima siesta…! La bicicletta da passeggio, multicolore ed arrugginita, poggiata sul muro; la tendina di plastica sporca che ondeggia al vento… E leggermente adagiato su un lato dell’entrata, l’anziano sarto che si gusta la P.S. della giornata…”

(rivolgendosi di nuovo al pubblico)

Cos’è la P.S.? …Postscriptum? …Pubblica Sicurezza?…” (sorridendo) “No, no…! E’ la Prima Sigaretta… da contrapporre alla U.S. – l’ultima sigaretta –  di sveviana memoria! Ricordate la coscienza di quel tale…, come si chiamava, …Zeno…!”

(senza fare una lunga pausa il cliente si avvicina al sarto, intento a fumare, e lo descrive)

“Mingherlino, basso di statura, la faccia color sigaro scavata da solchi di sole e vento, con dei baffi incanutiti alla Ibrahim Ferrer e abbronzato come un catador [1] di Santiago de Cuba… Ha riesumato una delle due mani dalla tasca e senza sprecarsi in parole inutili ha scostato la tendina per farmi entrare…”

(contemporaneamente il sarto, assecondando la descrizione del cliente/narratore, con la mano apre la tendina ed entrambi entrano nella sartoria mentre il cliente continua a parlare)

“… mentre già esaminava con gli occhi strabuzzati e lacrimosi l’oggetto del suo prossimo lavoro.”

(rivolgendosi al sarto e rientrando nei tempi del dialogo)

“Avrei bisogno di una piega!”

(continuando la descrizione di prima e rivolgendosi di nuovo al pubblico)

“L’omino, quasi ignorandomi, era già ritornato nel suo angolo da lavoro e riprendendo in mano un pantalone lasciato a metà, continuò, come se niente fosse, a scucirlo sul tavolo minuscolo illuminato dalla lampada con cui aveva condiviso tante notti insonni per terminare lavori urgenti. Al suo fianco una macchina da cucire “Stillblitz” degli anni ’60 con la pedaliera lucida e consumata dalle migliaia di pantaloni confezionati. A rimpicciolire quello spazio già esiguo, due appendiabiti ricolmi di grucce in fila e vestiti completati in attesa dei proprietari. E, a portata di mano: montagne di spilli e aghi come porcospini imbalsamati e rocchetti di filo di cotone per giocare con gli aquiloni della fantasia…”

IL SARTO (vedendo il cliente in piedi e in attesa di un suo segnale)

“… dovrà provarselo, se vuole che prenda la misura in modo corretto! Non crede?”

IL CLIENTE (indossa in scena il pantalone da provare con i piedi nudi sulla moquette della sartoria, ritorna davanti allo specchio dove ha avuto inizio il dialogo e rivolgendosi al pubblico)

“Mi apprestai ad attirare l’attenzione dell’artigiano il quale, quasi infastidito che fossi ancora lì, sollevò lo sguardo dal suo deschetto. Aveva gli occhiali sulla punta del naso, la sigaretta eternamente in bocca senza mai causare danni ai tessuti che lavorava e un ago che usava con perizia chirurgica.”

(rivolgendosi al sarto) “Sono pronto per la piega, se vuole!”

(continuando verso il pubblico mentre si guarda allo specchio)

“Gli specchi dei sarti sono spietati. Il mio profilo panciuto si riflette inesorabile in tutta la sua lunghezza e, ahimè, larghezza…”

IL SARTO (che intanto si è avvicinato ed inginocchiato per prendere le misure, dice in modo secco)

“Può toglierseli!”

IL CLIENTE ( rimane ancora con i pantaloni addosso e verso il pubblico)

“Fu proprio in quel preciso istante che ebbi la poco brillante idea di rivolgergli quella domanda assurda” (e ora verso il sarto) “lei crede nei sosia?”

IL SARTO (con tono sorpreso) “…sosia?…in che senso?”

IL CLIENTE “Mi scusi se le porgo una domanda tanto banale e soprattutto non vorrei farle perdere tempo… Io sono un suo cliente, non è la prima volta che mi servo da lei… (in modo impacciato) ogni volta che la osservo non posso fare a meno di pensare che lei non appartiene a questa città, a questa regione. E nemmeno a questa nazione… Anzi, le dirò di più: secondo me lei non appartiene nemmeno a questo tempo…!”

(rivolgendosi al pubblico) “Stavolta l’avevo fatta grossa. Avrei dovuto cambiare sarto…!”

IL SARTO  (ripetendo con uno sguardo più interessato e intrigante) “…sosia? …in che senso?”

IL CLIENTE  “Lo so che non sono affari miei, ma lei ha parenti in America latina?”

IL SARTO  “Può essere…!”

IL CLIENTE  “No, perché, vede… Ecco… Mi sento ridicolo… Non so come dirglielo… E’ assurdo, lo so!..”

IL SARTO  “Senta,… avrei del lavoro da sbrigare!”

IL CLIENTE  (con imbarazzo crescente) “…Lei è la copia esatta del… Lei è il sosia, il clone, il ritratto fotografico del “Generale del Popolo”, il mitico Antonio Louis Garzia Farinas, meglio conosciuto come “Cigarillos”, un nomignolo affettuoso e confidenziale datogli dalla sua gente a causa del suo fisico minuto e asciutto… (con veemenza) Ma capace di smuovere interi villaggi per scatenarli verso un unico obiettivo rivoluzionario grazie al suo carattere tenace e appassionato… Ecco, l’ho detto! Ora, se permette, mi tolgo i pantaloni imbastiti e me ne vado, così la lascio lavorare in santa pace…!”

IL SARTO  “…Antonio chi?…”

IL CLIENTE  “…Il generale Antonio Louis Garzia Farinas, fu l’eccezionale istigatore e il padre ideologico della famosa “Rivoluzione dei torcedores” che nel lontano 1961 esplose nello stato sudamericano di Partagas…” (incalzando) “…I torcedores sono gli arrotolatori di sigari, quei singolari artigiani che lavorando le foglie di tabacco con perizia e passione, riescono a produrre ogni giorno centinaia di quei sigari meravigliosi, famosi in tutto il mondo… I “Partagas”, per l’appunto: i sigari più buoni e costosi mai esistiti… E che lei certamente conosce dal momento che è un fumatore…!” (calmandosi e con tono professionale) “…poiché io lavoro presso il dipartimento di Storia sudamericana… all’università… ecco… abbiamo un archivio con centinaia di foto di personaggi storici sudamericani… e così… ho riconosciuto nel suo volto… quello del Generale…!”

(e di nuovo verso il pubblico, riprendendo a muoversi sul palco tutto preso dalla sua funzione narratoria) “Mentre seguiamo virtualmente nel nostro animo una traccia che ci appassiona e ci toglie il sonno, succede spesso che, una volta raggiunto lo scopo e dopo aver svelato i nostri tormenti, l’idea che ci aveva torturati per giorni e mesi, per non dire anni, finisce con lo “sfiatarsi” dinanzi al disincanto procuratoci dalla realtà.”

IL SARTO  (con sguardo ironico verso il cliente) “…stai male, amico?”

IL CLIENTE  (sempre verso il pubblico, come se ignorasse la domanda del sarto)

“Forse tutto si sarebbe risolto con una grande risata da parte del taciturno mago dell’ago e me ne sarei andato a casa con la coda tra le gambe e qualche chilo di dignità in meno. Ma non andò così. (pausa) Mi guardò in un modo che non potrò mai dimenticare: come un padre che ritrova il figlio; come chi vaga attraverso i secoli in cerca del suo angolo di storia perduto; come il ladro scoperto in casa con le mani nell’argenteria…”

IL SARTO  (con ardore, quasi gridando, verso il cliente) “…Y en voz bien alta, socialismo o muerte!” [2]

IL CLIENTE  (sorpreso) “Scusi…?”

IL SARTO  (incalzando) “Pero se siente de la patria el grito … Todo lo deja todo lo quema … Ese es su lema, su religiòn.” [3]

IL CLIENTE  (infastidito) “Capisco che le mie affermazioni sui sosia siano da prendere con le dovute cautele, ma prendermi in giro ripetendo questi inni rivoluzionari letti o sentiti chissà dove… Non mi sembra il caso!”

IL SARTO “Calma, figliolo! … Non avevo intenzione di prendermi gioco di te! (pausa) …E’ solo che sono trascorsi molti, moltissimi anni dall’ultima volta che ho sentito scandire il mio nome completo… Antonio Louis Garzia Farinas… Generale del Popolo… Per gli amici “Cigarillos”…(ridendo fragorosamente) Ah,ah,ah!!!”

IL CLIENTE  “Sì, va bene… Come non detto: vedo che continua a rivolgere la sua politica ironica nei miei confronti… (in modo canzonatorio) Ora vorrebbe farmi credere che lei è il Generale… Risorto!… Come il Cristo!… (ritornando serio) Io ho parlato di somiglianze… Lei è il mio sarto e nulla di più!… Ora, se per piacere … mi sfilo i pantaloni e tolgo il disturbo! ”

IL SARTO  “Ma quale risorto!… Non sono mai morto!”

IL CLIENTE  “Ah!Ah!Ah!…  (verso il pubblico) Risi di gusto davanti allo specchio ma riacquistai prontamente la freddezza del ricercatore storico. (rigirandosi di scatto nuovamente verso il sarto) “…e le foto, che hanno fatto il giro del mondo, in cui il Generale viene ritratto a torso nudo, crivellato dai colpi di arma da fuoco dell’esercito regolare partagassiano? E la gente che ha letteralmente invaso la camera ardente per dare l’ultimo saluto al proprio idolo? E la madre che piange accanto al feretro? E il suo volto stampato sulle magliette rosse dei giovani di sinistra durante le manifestazioni contro il governo?”

IL SARTO  “Pura strumentalizzazione! Io dovevo morire e basta!”

IL CLIENTE  “…E il discorso pronunciato dal suo amico e compagno di battaglia, Rodriguez De La Rua, durante la veglia solenne in memoria del Generale in Plaza de la Revoluciòn il 18 Ottobre 1967 ?”

IL SARTO  “…E’ stato lei a chiedermi se credo nei sosia, vero?… E la risposta è ! Ci credo: perché le foto a cui accennava lei prima non ritraevano il sottoscritto, bensì il mio sosia Josè Carriò ucciso per errore dall’esercito regolare che ancora resisteva ad est di Partagas; credendo che fossi io, non hanno atteso nemmeno l’ordine dei superiori per aprire il fuoco…(con nostalgia rivolgendo lo sguardo altrove) I nostri compagni guerriglieri ci prendevano spesso in giro, durante i bivacchi, per la nostra sconvolgente somiglianza… Era un buon soldato ed è morto per causa mia, come molti altri durante quei giorni tumultuosi!”

IL CLIENTE (avvicinandosi velocemente al sarto e con veemenza) “…Ma perché tenere nascosto l’errore? Perché non continuare la rivoluzione? Perché sparire in quel modo come se la battaglia fosse persa… (alzando un pugno al cielo) Partagas oggi è vostra! Stretta nella morsa di un assurdo embargo, è vero, ma pur sempre rivoluzionaria e socialista… Avete infiammato gli animi dei torcedores e poi siete sparito… Perché, Generale? Avete dato un esempio unico al mondo di resistenza anticoloniale e antimperialista… Perché sparire così?”

IL SARTO  (il sarto cerca una sedia… Si siede… Non risponde subito ma, gustandosi la sigaretta, si guarda a lungo nello specchio)

“Dovevo morire, amico mio… La revoluciòn era già morta sul nascere… Era cominciata, come ogni altra “buona” insurrezione della storia, tra i migliori propositi e le più fulgide speranze… Sai, prima della rivoluzione anche io ero un torcedor…

IL CLIENTE  “Sì, lo so… Ho letto molto su di lei durante il mio dottorato all’università!”

IL SARTO  “…E l’esperienza di lavorare per conto di un padrone amico degli yankee, confezionando sigari che sarebbero stati poi fumati in qualche ranch del Texas da petrolieri obesi, razzisti e guerrafondai, è stata l’esperienza più dolorosa della mia vita…”

(Un attimo di silenzio. Il sarto si alza dalla sedia e aprendo il cassetto di un vecchio mobile, tira fuori un pezzo di sigaro. Lo accende e aspira soddisfatto la prima boccata. Mentre il fumo denso sale verso l’alto, il sarto riprende il discorso)

“…Fu durante quegli anni che maturai, insieme ad altri compagni di lavoro, l’idea di una Rivoluzione; l’utopia di un’economia locale ed autonoma, di un sistema agricolo e industriale indipendente dai canali obbligati della supremazia nordamericana. All’inizio non pensavamo all’uso delle armi perché speravamo nella lungimiranza dei nostri governanti che, se pur corrotti, non erano tanto stupidi da escludere a priori un facile arricchimento proveniente da una solida economia partagassiana. Ma non andò così… Le repressioni non tardarono ad arrivare e molti torcedores, con le loro stesse famiglie, furono vittime della crudeltà del Presidente Curreros…(con rabbia) Quel maledetto porco, leccapiedi, schiavo degli americani…!”

IL CLIENTE (speranzoso, pur parlando di fatti già accaduti)

“Sì… Ma in un secondo momento, dopo che  l’Esercito dei torcedores si rifugiò sulle montagne di Partagas, la popolazione capì l’importanza della vostra rivolta e fu da quel preciso istante che cominciaste a vincere… O mi sbaglio?”

(rientrando dal tono entusiastico, ma con lo stupore di chi rivive un mito)

“Ancora oggi mi vengono i brividi quando sento la registrazione della sua voce durante lo storico annuncio, dai microfoni della “Radio Liberata di Partagas”, che la Rivoluzione era vincente e che la popolazione sovrana era riuscita a sconfiggere la classe politica filoamericana… C’erano ancora alcune sacche di resistenza ad est, ma Partagas era finalmente in mano ai torcedores…”

(una pausa, il tempo di riacquistare un tono da persona delusa)

“…Ma allora, perché fuggire? Perché sparire in quel modo? Non capisco…”

IL SARTO  “Hoy represento al pasado … No me puedo conformar!” [4]

IL CLIENTE   “Sì, ma parli in italiano… !”

IL SARTO  “La Rivoluzione era già strumentalizzata nel momento stesso del suo acme… Non so come spiegarglielo… (una breve pausa per cercare le parole adatte) Le motivazioni erano giuste e la popolazione aveva veramente bisogno di un cambiamento radicale della politica e delle condizioni di vita. Dai campi di tabacco fino ai quartieri in stile coloniale di Partagas, si sentiva la pesantezza di un ruolo impostoci dal passato e dai continui compromessi stipulati, senza il nostro parere, tra la classe politica latifondista partagassiana e i signori americani… Ma qualcosa non andava… Sentivo che la Rivoluzione non avrebbe estirpato la Febbre di Potere dalle viscere dell’essere umano e che anche (con tono sarcastico) il mio – come lo definisce lei ingenuamente – “amico”, Rodriguez De La Rua, era già corrotto fin dai tempi della costituzione dell’Esercito dei torcedores . Quando parlo di corruzione non mi riferisco alla corruzione monetaria e materiale, non mi fraintenda… La corruzione è qualcosa che va oltre le ideologie e le rivoluzioni. Va oltre i conti in Svizzera e i “paradisi fiscali”… E’ parte integrante della cosiddetta “natura umana”… La corruzione è il naturale esaurimento del fuoco ideologico; è la visione di un mondo più giusto ma paurosamente simile a quello che ci si è affannati a ribaltare; è l’illusione di un cambiamento che avviene con mezzi troppo simili a quelli contro cui si combatte…Ebbi paura di portare a termine la revoluciòn pur essendone l’ideatore e, come diceva lei prima, l’istigatore… Sentivo, con largo anticipo, che i cambiamenti sarebbero stati solo superficiali e non avrebbero scalfito nemmeno un pò i sistemi profondi dell’eterna istintività umana… Amavo la mia gente e vedevo con i miei occhi gli effetti della sommossa. Tutta la popolazione si sentiva non più schiacciata, ma parte attiva del proprio destino economico e sociale. Tutti stretti intorno ad un unico grande fuoco. La gente ha bisogno di un ideale in cui credere e non importa se a fornirglielo sia Gesù Cristo o il Generale Antonio Louis Garzia Farinas… Fu proprio questo passaggio a spaventarmi: se la gente aveva tanto bisogno di un cambiamento, perché aspettare un torcedor per avviare quel necessario processo di ribellione? Perché la gente, una volta raggiunto lo scopo della sommossa, si affida nuovamente al “sonno dell’anima”? Perché l’essere umano sente questo impellente bisogno di stravolgimento a cui non segue, però, una continua e doverosa presa di coscienza? La vera Rivoluzione comincia (battendosi in petto) da “dentro” e non credo che a Partagas sia mai approdata una tale rivoluzione..!  Non volli infrangere quel sogno scatenato con le mie stesse mani e così approfittai del mortale equivoco che colpì il mio sosia ed uscii di scena. Naturalmente al mio “amico” Rodriguez non sembrò vera una tale occasione per poter vivere da solo la gloria della Rivoluzione e il futuro magnifico che avrebbe avvolto Partagas da lì a poco. E poi avere un amico martire da ricordare in ogni occasione ufficiale, fa sempre comodo… Quante fiaccolate in mio onore, quante veglie per il Generale, quante statue disseminate in tutta Partagas con la mia faccia, quante canzoni che parlano di me… E le poesie, i quadri, i romanzi, le magliette, le bandane, i cappelli, le scritte sui muri, gli striscioni, le bandiere, gli scioperi col mio nome ovunque… Pura strumentalizzazione, amico mio! Pura strumentalizzazione…”

IL CLIENTE   “…Lei, mi scusi,… pensa di soffrire della Sindrome del Messia Laico?”

IL SARTO  “E… E che sarebbe questa sindrome?”

IL CLIENTE  “Colpisce tutti i rivoluzionari genuini che pur amando in modo viscerale la propria gente e la causa della revoluciòn – come dice lei – non fanno, ahimè, i conti con una componente atavica appartenente al genere umano fin dall’alba dell’ homo sapiens…!”

IL SARTO  “E quale sarebbe questa componente?”

IL CLIENTE  “L’egoismo… Mon gènèral! L’egoismo…”

IL SARTO  “Adesso non cominci lei ad usare il francese, però…!”

IL CLIENTE  “Ops, mi scusi!”

IL SARTO “Io fuggii dall’egoismo della mia gente…E’ vero! Ma in realtà non facevo nient’altro che assecondare il mio egoismo…! E poi le ho già detto, prima, che avevo avuto sentore di corruzione… Ed il passo tra egoismo e corruzione è fin troppo breve!”

IL CLIENTE  “Bell’intreccio!”

IL SARTO  “Lei, però, ancora non mi ha rivolto una domanda che io ritengo fondamentale al fine di una seria ed approfondita analisi storica… Anche se lei è venuto qui principalmente per farsi fare la piega ai pantaloni!”

IL CLIENTE   “E quale sarebbe questa domanda?”

IL SARTO  “Il passaggio da condottiero di una rivoluzione socialista sudamericana a sarto di una tranquilla cittadina italiana…! Da torcedor a “cucitor” – mi lasci passare la battuta!”

IL CLIENTE  “Passi pure…E’ vero, ma ci sarei arrivato!… Alla domanda… Ma visto che se l’è già formulata da solo, risponda pure…!”

IL SARTO “Saltare dalla rivoluzione armata alla macchina da cucire non è stato facile, ma riuscii a riconoscere in questa apparentemente umile e silenziosa professione – quella del sarto – una analogia filosofica con ciò che avevo lasciato a Partagas.”

IL CLIENTE  (con tono sarcastico) “Analogia filosofica? Abbiamo un generale platonico…”

IL SARTO   “Tenga a freno il suo sarcasmo e mi segua!”

IL CLIENTE   “Certo, continui pure…”

IL SARTO  “Se lei, invece di preoccuparsi della pancia, dedicasse un po’ più di attenzione agli intimi meccanismi della vita e alle imperscrutabili analogie che tengono insieme il mondo, forse sarebbe un uomo più consapevole e, chissà, più felice…” (dopo una breve pausa) “In realtà non c’è nessuna differenza tra il torcedor e il sarto: entrambi ripiegano qualcosa. Il torcedor ripiega e taglia foglie di tabacco per il piacere dei fumatori, mentre il sarto ripiega e taglia tessuto per il piacere degli elegantoni come lei… Mi segue?”

IL CLIENTE  “Più o meno…! Ma che centra con la revoluciòn?”

IL SARTO “Un attimo, ci sto arrivando! … Cosa impedisce ad un sarto di organizzare una rivoluzione qui, in questa cittadina del Sud Italia?”

IL CLIENTE  “Mah… Non saprei… I troppi impegni?”

IL SARTO “Ma cosa va dicendo!? Lei se ne intende di rivoluzioni come un cavallo di algebra…!”

IL CLIENTE “Non incominciamo ad offendere. Me lo dica lei, allora, (velocemente)

SignorSotuttoiodellarivoluzionealpuntotalechemelasonosvignatasulpiùbello

IL SARTO  “Come…? Parli più piano…”

IL CLIENTE  “Niente… Continui…  Mi dice cosa glielo impedisce?”

IL SARTO  “Il benessere, amico mio!”

IL CLIENTE (con tono alterato) “Ma se a Partagas non c’era il benessere, allora perché ha deciso di abbandonare una rivoluzione che sarebbe sicuramente riuscita? Visto che è il benessere a frenare le sommosse? Si può sapere che cosa vuole lei dalla gente? Se ci sono i presupposti per una rivoluzione, lei che fa…? Si alza e abbandona il campo di battaglia proprio nel momento della vittoria. Se non ci sono, allora si lamenta perché c’è troppo benessere per farla… Ma insomma! E’ proprio sicuro che tutto graviti intorno alla ricchezza di un popolo?”

IL SARTO “Quando decide di usare la materia grigia, vedo che è in grado di mettere in difficoltà il suo interlocutore… Ma ho una risposta anche per la sua legittima perplessità…!”

IL CLIENTE  “Sentiamo…!”

IL SARTO  “Lei confonde il benessere con la coscienza!”

IL CLIENTE  “Cioè?”

IL SARTO  “Anzi, le dirò di più: voi cattolici…”

IL CLIENTE  “Intendiamoci subito su un punto: io sono cattocomunista. E ci tengo a precisarlo!”

IL SARTO  “…Insomma: voi cattoqualcosa confondete ulteriormente la coscienza (e aprendo le braccia come a voler indicare qualcosa di enorme) con la Coscienza… Come se tutto ciò che proviene dall’umano pensiero fosse frutto di un dono divino… Per fare una rivoluzione a me basterebbe la coscienza – quella con la “c” minuscola – non chiedo chissà quale presupposto… A Partagas avevamo il “bisogno materiale”, l’impellente necessità di una rivoluzione, ma non avevamo sufficiente coscienza per gestire il futuro…Ed infatti oggi Partagas non è nient’altro, si fa per dire, che un’esotica dittatura piena di belle donne, rhum e sigari, sognata dai vostri pseudointellettuali rivoluzionari di sinistra che non si sono mai mossi dalle loro fabbriche in eterna vertenza sindacale e dalle (gutturale) “okkupazioni” di vespai condominiali in cui organizzano “comitati pro-Chiapas” senza sapere dov’è!”

IL CLIENTE  “Dov’è… cosa?”

IL SARTO  “Il Chiapas…! Si svegli!”

(dopo una breve pausa e dondolando la testa)

“Voi, invece, avete la possibilità di risvegliare la vostra coscienza con i mezzi e le potenzialità di una società culturalmente e tecnologicamente avanzata, ma non lo fate! Avete la possibilità di conoscere cosa succede nel mondo, ma usate la televisione solo per vedere le partite di pallone; potete comprare un biglietto aereo a prezzi stracciati su internet, ma viaggiate solo per seguire la vostra squadra del cuore in trasferta o per andare a mettere il culo nel mare di qualche villaggio turistico in Oceania; potete stampare tutti i giornali che volete senza essere fucilati o dimenticati in qualche carcere in attesa di morire, ma trascorrete il vostro prepensionamento mentale con la testa immersa nel Corriere dello Sport…”

IL CLIENTE  “Secondo me è lei che confonde la coscienza con la necessità!”

IL SARTO  “Si spieghi meglio, figliolo!”

IL CLIENTE  “La coscienza è stimolata dalla necessità, ma coscienza e necessità – come spero si sia accorto – non sono la stessa cosa… Perché pretende che la gente di questa tranquilla cittadina si metta a fare la rivoluzione proprio ora che ha raggiunto un certo benessere?…”

IL SARTO (ironico e sorpreso)

“Vorrebbe dire che qui in passato non ci sono mai state rivolte popolari o sommosse di alcun genere?”

IL CLIENTE  (infastidito) “Non mi insegni la storia di un posto che conosco meglio di lei, la prego! Conosco bene le capacità rivoluzionarie di questa gente e saperle in quiescenza, non le nascondo, mi infastidisce…!”

IL SARTO  “Aaah! Oye se quema, se quema! [5] Ma allora lei mi da ragione, caro il mio storico pancione!”

IL CLIENTE “No, ferma, stop, buono…! Ottima la rima, un po’ meno il contenuto!”

IL SARTO  “Anche lei sente il bisogno di risvegliare questa gente!”

IL CLIENTE  (cantando) “…Manca l’analisi e poi non c’ho l’elmetto! …” [6]

IL SARTO  “Ma che fa? Ora si mette a rubare le battute di Venditti?

IL CLIENTE  “Una piccola digressione sul pensiero dei cantautori!”

IL SARTO  “La pianti una volta per tutte e finisca la sua tesi…! Non vede che pian piano si avvicina al mio pensiero?”

IL CLIENTE (ritornando serio) “Chi le ha mai detto che il mio pensiero è lontano dal suo? Abbiamo sicuramente età ed esperienze differenti e poi, stento ancora a crederci, lei è un pezzo di storia vivente, nascosto qui, in questa cittadina che è l’ultimo posto dove verrei a cercare un ex rivoluzionario fuggito dalla storia… (una breve pausa) Mi dia almeno il tempo di riorganizzare le idee… E visto che c’è, mi dia anche un pizzico per assicurarmi di essere sveglio!”

IL SARTO “Ay candela me quemo aé! [7] Non credo che vivrò ancora a lungo e speravo, prima di andarmene, di poter vivere una vera revoluciòn in cui coscienza e necessità fossero entrambe presenti sulle barricate… Ma l’uomo è come una fiamma nel vento… Amico mio! Vivrò i miei ultimi giorni col rimorso di non aver vissuto la mia rivoluzione quando ero abbastanza giovane per poterla fare… Sono stato uno sciocco idealista e morirò durante un’inutile attesa. La coscienza è assopita dal benessere ed io non posso pretendere di far tornare questo paese nel medioevo, solo per riscoprire la necessità di fare la mia stupida rivoluzione.”

IL CLIENTE  “Non sia così pessimista! E’ sicuro che non ci sia un’altra strada in questa sua spietata analisi storica?”

IL SARTO  “Sono anni che la cerco… Se lei è tanto bravo, si faccia avanti con la sua teoria… L’ascolto!”

IL CLIENTE  “Quando prima mi riferivo alle capacità rivoluzionarie della gente, non intendevo dire che oggi ci sono gli stessi fattori predisponenti dei moti studentesco-proletari degli anni ’60 e ’70 e né tanto meno le condizioni per una nuova “rivoluzione delle pezze al culo” in stile Carmine Donatelli Crocco… La gente cambia e – le piaccia o no, carissimo Generale Farinas! – cambiano anche le necessità. Se prima si combatteva per la chiusura di una fabbrica, oggi si combatte per l’apertura… Sa, la storia dell’inquinamento e del cosiddetto “progresso ecosostenibile”…? Il problema non è riconoscibile nella mancanza di coordinamento tra necessità e coscienza, come asseriva poco fa, ma nella “quasi totale assenza di una coscienza!”

IL SARTO (con tono preoccupato) “Caspita… Ed io sarei il pessimista?”

IL CLIENTE  “Per assopire una coscienza, si presuppone l’esistenza di una coscienza da assopire… Mi segue Signor Generale?”

IL SARTO  “A stento… Ma prosegua, la prego!”

IL CLIENTE  “Il problema della coscienza assopita presuppone solo due possibili approcci: o c’è una piccolissima fetta di coscienza ancora sveglia che si rende conto della situazione attuale, oppure – come io penso, mio caro Generale – la coscienza è talmente poco sviluppata che è impossibile assopirla. Sarebbe come sparare su un paziente in coma!”

IL SARTO (mettendosi le mani in testa) “Non c’è  speranza, solo tristes recuerdos de tradiciones![8]

IL CLIENTE  “Ed è qui che si sbaglia ancora una volta, Signor Farinas… Ed è in questo punto preciso che lei ripete, dopo decenni di solitudine, lo stesso identico errore commesso a Partagas negli anni ’60… Se lei mi avesse incontrato durante la Rivoluzione dei torcedores, non si ritroverebbe a fare il sarto in Italia, ma sarebbe diventato il “Comandante” di Partagas. (facendo una pausa improvvisa) Anche se, a pensarci bene, forse, non se lo sarebbe nemmeno meritato… Se lei a distanza di decenni mi cade sempre sulla stessa questione, allora vuol dire che, proprio, non era degno di essere il Generale del Popolo… Allora, questa piega?”

IL SARTO  “Faccia poco lo spiritoso e finisca di dire ciò che ha cominciato a dire…!”

IL CLIENTE  “Uffà! Ma non dovrebbe essere lei a darmi lezioni di storia e di coscienza storica?”

IL SARTO  “Poche storie, sennò addio piega!”

IL CLIENTE  “Calma, calma: la piega mi serve per domani… Non facciamo scherzi! Va bene?…Le spiego: bisogna saper riconoscere, in ogni epoca storica, il grado di coscienza sviluppato durante il periodo che abbiamo il privilegio di vivere… (sussurrando al pubblico) (E già questa operazione risulterebbe alquanto indaginosa!). (rivolgendosi di nuovo al sarto) Una volta fatto il bilancio delle potenzialità di questa benedetta coscienza, bisogna regolarsi in base ai risultati. Lei, all’epoca di Partagas, pretendeva di fare la rivoluzione e contemporaneamente di migliorare la coscienza della sua gente… Errore madornale! Prima si preparano e si risvegliano le coscienze tramite la poesia, la scrittura, l’arte nel suo più ampio significato,…”

IL SARTO  “La poesia, la scrittura…? Ma ne è sicuro?… E le armi, le pattuglie di guerriglieri, gli esplosivi…?”

IL CLIENTE  “…Mi lasci concludere! …E solo dopo si scatenano le rivoluzioni… Ogni sommossa che si rispetti c’ha i suoi meditati fattori predisponenti e i suoi tempi prodromici… Poco fa non ha affermato che la rivoluzione comincia da “dentro”? Poiché, in cuor suo, si era accorto dell’errore, ha pensato bene di gettare la spugna ed ora viene qui in Italia pretendendo di risvegliare le coscienze degli italiani…?”

IL SARTO  “Non ho mai preteso tutto ciò…!”

IL CLIENTE  “Ma lo stava ipotizzando poco fa…! Non può negarlo!”

IL SARTO  “Sì… Forse, un pochino!”

IL CLIENTE  (come a voler riprendere un bambino) “Generale, Generale…! Ma ha visto bene in quali acque navighiamo qui in Italia? Altro che coscienza e necessità: qui bisognerebbe ricostruire tutto daccapo… Cominciando dai partiti!”

IL SARTO  “I partiti? E che centrano?”

IL CLIENTE  “Generà!!! Ma lei da quanto tempo non esce dalla sartoria? Non ha notato come è ridotta la politica in questo paese?”

IL SARTO “…Sì, in effetti la gente mi sembra un tantino confusa… Né la Destra, né la Sinistra sembra in grado di soddisfare le reali esigenze del popolo… E tutto, spesso, si riduce ad un talk show…! La vedo anch’ io un po’ di televisione…!”

IL CLIENTE  “Fosse solo questo il problema, Signor Generale! (guardandosi i piedi) Gli schieramenti partitici sembrerebbero avere dei programmi politici distinti, ma in realtà è il sistema delle coscienze su cui poggiano che li costringe ad essere inevitabilmente identici nella loro superficiale diversità! (pausa) Tutto è stato fagocitato dal calderone immenso dell’Immagine che mercifica il Pensiero…! Aveva ragione Guy Debord…!”

IL SARTO  “Socialismo o muerte!”

IL CLIENTE  “Appunto, Generale: molti pensano di fare politica, ma appartengono già alla morte…Non alla morte fisica, ma a quella ideologica!”

IL SARTO  “Che situazione, muchacho!”

IL CLIENTE  “Lei, Generale, ha scelto l’autoesilio e forse, ripensandoci, ha fatto bene…! Ma è proprio convinto che sia arrivato il momento per lei, e con questi presupposti, di riprendere il discorso sulla rivoluzione…?”

IL SARTO  “Ecco… Io, veramente…”

IL CLIENTE  “Mi dia retta… Si goda la sartoria e la vecchiaia…Si legga un buon libro…! Faccia delle passeggiate…!”

IL SARTO  “Come la vuole la piega? Alla francese o normale?”

IL CLIENTE  “Faccia lei, Generale… In questo è più esperto di me!”

IL SARTO  “Venga a ritirare il pantalone domani sera!”

IL CLIENTE  “A domani sera, allora… Hasta siempre, Comandante!”

– Tela –

FINE

POST CORRELATO: “Il sarto di Piazza Farina” – il racconto

NOTE


[1] Catador: chi vive e lavora per strada raccogliendo spazzatura riciclabile e rivendendola a depositi e magazzini.

[2] “…E a voce alta, Socialismo o morte!”: slogan rivoluzionario cubano.

[3] “Ma lei può sentire il pianto della sua patria… Lei ha lasciato ogni cosa, ha bruciato tutto…E’ la sua vita, la sua religione”: tratto da “La Bayamesa” di Sindo Garay (1869); interpretata da Ibrahim Ferrer e Compay Segundo in “Buena Vista Social Club” di Ry Cooder.

[4] “Ora io sono la storia. Non posso oppormi al cambiamento”: tratto da “Veinte Años” di Marìa Teresa Vera; interpretata da Omara Portuondo in “Buena Vista Social Club” di Ry Cooder.

[5] “Senti, sta bruciando, sta bruciando!”: tratto da “Candela” di Faustino Oramas; interpretata da Ibrahim Ferrer ed Eliades Ochoa in “Buena Vista Social Club” di Ry Cooder.

[6] Tratto dal brano “Bomba o non bomba” di Antonello Venditti; “Sotto Il Segno Dei Pesci”  (1978)

[7] “Oh fuoco, mi sono bruciato!” : tratto da “Candela”; vedi nota 5

[8] “Tristi ricordi del passato”: tratto da “La Bayamesa”; vedi nota 3

2 Risposte to “Il sarto di Piazza Farina”

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