Il grado zero della scrittura

Figura di intellettuale irripetibile nella cultura francese, originale fino in fondo, Barthes ha avuto il pregio di non rimanere ingabbiato in una corrente di pensiero o di aver fondato una “scuola barthiana”. Ancora oggi, a 30 anni dalla scomparsa, gli va riconosciuto il merito di essere emblema di una cultura libera, non soggetta a valori accademici o a ideologie sociali. Semiologoteorico del teatro, critico letterario, linguistasaggista, Barthes è sempre riuscito a sottrarsi a ogni tentativo di definizione, svicolando tra le insidie e le costrizioni di generi e discipline per riaffermare, sempre nel rispetto di un’analisi rigorosa, le proprie qualità di autore nell’accezione più ampia del termine. “Per Roland Barthes vivere e scrivere erano la stessa cosa”, sostiene Eric Marty, ex allievo, poi amico e infine curatore dell’opera omnia in Francia, autore di Roland Barthes, le metiér d’écrire, pubblicato nel 2006. Si tratta di un libro sul “signore dei segni”, un ritratto privato del maestro, colto nella quotidianità. Ne vengono descritti l’intimità, la fragilità sentimentale, il fondamentale e complesso rapporto con la madre. Fa da sfondo l’immancabile ennui, un sentimento non traducibile con la nostra noia, quanto piuttosto avvicinabile al tedium vitae latino e allo spleen inglese. Barthes appare dunque come grande malinconico, con un unico vero interesse: il mestiere di scrivere. Ribadisce infatti Marty: “Dal primo giorno che l’ho incontrato fino al giorno della sua morte, mi è sembrato che il solo reale ad appartenergli fosse quello della scrittura”.

FONTE “TRECCANI”: continua a leggere.

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