La muta alleanza

Prequel n.1

“La muta alleanza”

Agli albori della FutureProg.

Roma – Città del Vaticano.

Su uno dei lati dell’obelisco pagano ricollocato, grazie a un interessante trasformismo secolare, al centro della cristianità mondiale, era stata incisa la seguente frase: “Ecco la Croce del Signore. Fuggite, o parti avverse. Vince il Leone di Giuda. Cristo regna. Cristo impera. E Cristo, contro ogni male, il popolo suo difenda”. L’ultima parte della frase, scelta secoli addietro da Papa Sisto V, possedeva una sinistra e quasi impercettibile somiglianza con un altro stralcio altrettanto celebre ma appartenente al ben più frivolo mondo della letteratura e dell’umana fantasia: “Un Anello per domarli, un Anello per trovarli, un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli. Nella terra di Mordor, dove l’ombra cupa scende.”

Il pensiero dell’anziano cardinale non riandava certamente alla cosmogonia di Tolkien mentre osservava, per l’ennesima volta in maniera estasiata, l’imperturbabile obelisco di Piazza San Pietro dalla finestra del suo appartamento privato su Via della Conciliazione. Si trattava, tutt’al più, di un necessario ripasso interiore prima di affrontare quella fase cruciale e irreversibile della storia.

– Eminenza, mi scusi se la disturbo, il Signor Von Rauff è arrivato – annunciò con voce flebile la fedele perpetua affacciandosi sull’uscio dello studio tappezzato di libri e antichi ornamenti liturgici. Il cardinale, risvegliandosi dalla sua trance mistica, spostò quasi a forza gli occhi dal verticale testimone di pietra e lentamente li diresse verso quella esile figura terrena in devota attesa di istruzioni: – Lo faccia accomodare!

La sagoma mingherlina di Von Rauff, come il tronco di un giovane pioppo tormentato dal vento freddo e impetuoso del nord, oscillò freneticamente tra la porta dello studio e l’anello cardinalizio davanti al quale s’inginocchiò con la chiara e rispettosa intenzione di baciarlo: – Eminenza, grazie per avermi ricevuto! – proseguì con le frasi di rito.

– Siamo noi che dobbiamo ringraziare Lei e i suoi collaboratori per l’eccellente lavoro scientifico finora svolto, anche se si tratta di un lavoro prettamente teorico e, se me lo consente, ancora un tantino acerbo nella sua applicabilità – lo interruppe sorridendo il cardinale invitandolo a rialzarsi. – La stiamo osservando e seguendo con vivo interesse da molto, molto tempo… Lo sa? – aggiunse subito per incoraggiare il giovane ricercatore appena giunto da Berlino con un volo per Roma e ancora palesemente impacciato a causa del recente coinvolgimento del Vaticano nel progetto. Un progetto che durante quegli anni preliminari aveva ricevuto soltanto il silenzioso beneplacito di alcuni arteriosclerotici nostalgici nazionalsocialisti e nella migliore delle ipotesi qualche sostanzioso assegno staccato dal carnet di facoltosi industriali sfuggiti alla farsa giustizialista di Norimberga e capaci di riciclarsi nella ricostruzione di una Germania sconfitta, sì, ma ancora forte e orgogliosa. Molti, all’epoca dei processi di Norimberga, credettero ingenuamente di aver debellato il nazismo tramite quelle ridicole condanne capitali che ebbero solo la duplice funzione di far credere ai tedeschi di aver voltato pagina nel grande libro della storia e al mondo intero che gli americani, da quel momento in poi, avrebbero svolto, anche in Europa, un’attività di “polizia planetaria”.

– Ebbi modo di conoscere suo padre, Herbert Von Rauff, quando era di stanza qui a Roma, durante la Seconda Guerra Mondiale – il cardinale ricominciò dal passato, mentre passeggiava lentamente insieme al suo nuovo discepolo berlinese nel soleggiato corridoio che dallo studio portava alla cappella personale dell’alto prelato – e all’indomani della capitolazione dell’esercito tedesco lo aiutai a, diciamo così, trovare una nuova patria in cui poter vivere tranquillamente il resto della propria vita.

Il giovane Von Rauff ascoltava, mostrando un’aria apparentemente stupita, una storia che in realtà conosceva alla perfezione perché il tenente colonnello Von Rauff, suo padre, l’aveva raccontata e raccontata decine di volte ai suoi figli durante gli anni del dorato e tranquillo autoesilio uruguaiano, in America latina. – Fu grazie al mio personale interessamento e ad alcuni documenti falsi – continuava imperterrito il cardinale – se riuscì, una volta dismessi i panni di una divisa ormai divenuta scomoda, a riparare in un luogo sicuro. Riconobbi subito in suo padre una vivida fiamma di genialità non sanguinaria, una logica scientificamente applicabile: seppe distinguersi dai macellai del suo “gruppo”. Una genialità, tuttavia, non individuata in tempo e purtroppo non sfruttata quando serviva.

– Anche a causa dell’immaturità scientifica e tecnologica di quei tempi, aggiungerei, – il giovane Von Rauff ruppe finalmente il proprio silenzio con un entusiasmo che piacque al vegliardo – che non offrì alcuna possibilità di sviluppo alle idee lungimiranti di mio padre. Poi la guerra finì come finì… E quindi.

– Ma ho riconosciuto in Lei, leggendo i suoi studi sulla Trasmigrazione genica intergenerazionale, quella stessa fiamma. Solo che questa volta non rifaremo lo stesso errore sottovalutandola, con il rischio di farla definitivamente spegnere, mio giovane padawan.- il cardinale riprese con maggior fervore il suo paterno sopravvento – Come sta procedendo al riguardo?

– Come Sua Eminenza certamente saprà, sto cercando di creare a Berlino una società informatica assolutamente insospettabile e molto benvista dalla comunità scientifica e industriale del mio paese. Una società ancora in fase embrionale ma già potenzialmente impegnata in progetti avveniristici nel campo dei più sofisticati software biomedici – spiegò con un certo orgoglio teutonico il giovane Von Rauff mentre il cardinale gongolava interiormente e tradendo la sua gioia infantile sgranando nervosamente tra le mani un rosario fatto di pietre preziose: – Bene, bene… Molto bene! La sua neonata società riceverà in gran segreto dalle banche vaticane e dalle società scientifiche legate al nostro Stato, tutto l’appoggio logistico ed economico di cui necessita in questa delicata fase embrionale, non si preoccupi. – lo incalzò il cardinale.

– Ma il Santo Padre… Sa? – chiese ingenuamente il giovane, forse in un momento di filiale rilassamento.

– Non diciamo eresie! – il tono del cardinale divenne improvvisamente severo e il suo sguardo non aveva più alcuna traccia della precedente complicità – È ancora troppo presto per informare il Sommo Pontefice e non è neanche detto che debba essere proprio questo Papa a essere informato dei nostri piani. Anzi, a essere sinceri io non credo (Dio mi perdoni!) che l’attuale Vicario di Cristo possegga quella fermezza e quella lungimiranza necessarie per la promozione di un simile progetto. Questo è un Papa eccessivamente popolare e troppo impegnato a giocare con i giovani durante i raduni per occuparsi seriamente della questione ebraica. Dovremo attendere altri tempi. – pronunciò quell’ultima frase con uno sguardo lento e infinito, come di chi sa attendere secoli nascondendosi tra le pieghe silenziose e poco illuminate del tempo.

– Ora vada e mi tenga informato sugli sviluppi utilizzando i nostri canali sicuri, rodati dall’esperienza secolare e impenetrabili – congedò il giovane Von Rauff che rispose visibilmente commosso sussurrando: – Got mit uns!

– Sì, mio giovane e valoroso guardiano della purezza, può esserne certo: questa volta Dio sarà veramente con noi! – concluse il cardinale.

Il vecchio prelato, lentamente, guadagnò la porta della cappella mentre l’ora media incombeva sul ruolino di marcia delle preghiere quotidiane con cui sostenere spiritualmente il mondo. Come per miracolo riapparve la figura diafana della perpetua che avrebbe riaccompagnato il giovane berlinese verso il portone della casa del cardinale; non era ancora pronto per immergersi nuovamente nel piacevole caos della romanitas, ma la perpetua si rivelò cortesemente ferrea nel far rispettare gli orari delle visite.

Il giovane Von Rauff non si allontanò immediatamente dalla casa del porporato; ancora non aveva realizzato l’incontro e soprattutto non aveva metabolizzato a dovere il successo di quel proficuo colloquio. Rimase, infatti, per un paio di interminabili minuti dinanzi alla piccola targa marmorea che campeggiava in alto a destra sul citofono in ottone giallo della palazzina, mentre alle sue spalle una schiera corposa di spagnoli in visita guidata tra le vie di Roma armeggiava con ombrellini e cartine turistiche.

Non aveva più dubbi. La targa non mentiva e sotto il sigillo pontificio che l’adornava c’era scritto chiaramente: “S.E. Card. Joseph Ratzinger“.

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