“Spazio: 1999” e il distacco dai padri

landau

dedicato a Martin Landau

Il mio esordio con la fantascienza, in qualità di fruitore, lo si può far risalire alla fine degli anni settanta quando sulla Rai cominciarono a trasmettere uno dei telefilm di genere più belli che siano mai stati realizzati: “SPAZIO: 1999”, una produzione italo-britannica ideata nel 1973 dalla coppia GerrySylvia Anderson. A quell’epoca il 1999 (così come il tanto atteso anno 2000!) sembrava lontano e la colonizzazione della Luna conservava ancora un certo fascino scientifico e fantascientifico. Tutti credevano che il 1999 sarebbe stato l’anno della svolta, il punto di non ritorno, il numero magico a partire dal quale sarebbe avvenuto un conto alla rovescia inimmaginabile, e invece… Nel ‘99 non successe nulla di positivamente eccezionale o di straordinariamente anomalo: il tanto temuto “Millennium Bug” che avrebbe dovuto mandare in tilt i computer del pianeta per nostra fortuna non si verificò e la cosa più eclatante e bella da vedere fu l’eclissi di sole nel mese di Agosto; eclissi che filmai con la mia cinepresa dall’alto di un campanile e che in seguito avrei utilizzato nel mio racconto intitolato “Ėkleipsis” per descrivere le “eclissi” interiori dell’essere umano e per realizzare un provvidenziale “elogio dell’errore” applicabile non solo a livello astronomico ma soprattutto umano.

“Spazio: 1999” era un telefilm particolare e sufficientemente avveniristico (pur essendo un prodotto europeo e non hollywoodiano): oltre alla tecnologia che possedeva una certa verosimile precisione e le architetture interne che mostravano una predilezione per il “design” dell’epoca, ricordo l’ovvia presenza di un’impronta della moda degli anni ’70 nell’abbigliamento dei personaggi e nello stile in senso lato.

Gli abitanti della Base Lunare Alfa sembravano dei “figli dei fiori” laureati al MIT e capii dopo molti anni che in realtà gli Autori, forse, volevano ricreare in versione fantascientifica una di quelle comunità naturalistiche che sorsero durante il mitico ’68 in alcune parti del mondo: una “comune” lunare.

E poi l’inverosimile storia cosmologica utilizzata nel telefilm per denunciare gli abusi dell’uomo sulla natura, anche su quella extraterrestre: la Luna che si distacca dall’orbita terrestre a causa di esplosioni nucleari che innescano una reazione a catena e altre forzature simili. Al di là della credibilità scientifica o meno di un tale “destino lunare”, in questo distacco cosmico (la fantascienza esige un certo rigore, è vero, ma non dimentichiamo che è anche metafora letteraria e quindi ha bisogno di una certa sospensione dell’incredulità) vi ho sempre letto la realizzazione di un “gap generazionale”: i figli (dei fiori) che si distaccano dalla Terra dei padri per vivere una vita autonoma e senza radici. La libertà dell’autogestione, la ricerca delle “differenze” interplanetarie, il confronto con i “diversi” incontrati lungo il cammino. Una ricerca obbligata e vagabonda non sempre coronata da incontri pacifici ma supportata da una speranza inesauribile.

Peace & Love… in the Space!

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