Le ragioni del cuoco: note esegetiche per “Pancetta affumicata”

Note esegetiche supplementari per una corretta lettura del racconto sci-fi intitolato “Pancetta affumicata”

maiale

 

Amici Lettori.

Pur essendo consapevole della profondità d’animo e della ineccepibile scrupolosità interpretativa che vi caratterizza, l’Autore del racconto “Pancetta affumicata” percepisce con umiltà l’esigenza di fornirvi alcuni elementi fondamentali per una corretta presa di coscienza derivante dal messaggio contenuto nel racconto stesso.

Il titolo sicuramente potrebbe trarre in inganno il lettore abituato ai temi “alti” della letteratura e una superficiale lettura “casereccia” del racconto farebbe perdere di vista il messaggio attualissimo nascosto dietro la patina di una fantascienza ritagliata da un materiale cinematografico fin troppo diffuso. L’Autore non vi chiede un immediato e chirurgico abbattimento dei vostri pregiudizi nei confronti del genere fantascientifico pregandovi di rivalutare, in una sede poco adatta, la valenza di un suo attributo pedagogico e oserei dire addirittura “morale”, ma vuole focalizzare la vostra attenzione sui temi “altri” contenuti nel racconto.

Primo fra tutti l’affascinante tema della colonizzazione oltre la Terra: da sempre l’uomo si spinge oltre i confini impostigli dalla Natura e le conseguenze di tale ricerca hanno causato dei momenti storici incancellabili che ancora oggi hanno ripercussioni nella nostra esistenza. Vi starete chiedendo se sto omettendo volutamente le reali ragioni di tale “spinta” e la risposta è no! L’Autore sa benissimo che dietro le grandi esplorazioni non campeggiano solo motivi romantici e spirituali ma più forti esigenze economiche e militari hanno sempre giocato un ruolo fondamentale. Il potere di pochi regnanti si è celato dietro le vesti di sognatori e geografi, uscendo allo scoperto nei momenti più opportuni per il tornaconto dell’investitore. Nel racconto è infatti palesemente dimostrato il chiaro intento di una futura società tecnocratica motivata da mire energetiche che mette da parte la romantica tavolozza dell’esploratore dinanzi ai colori freddi e metallici offerti dall’universo. Le immagini, per noi emozionanti, delle sonde Voyager sono ormai una consuetudine passatista nella pseudo-vita degli abitanti della stazione spaziale “Jupiter III”; immagini sottoposte ad un processo di assuefazione visiva che trasforma il “meraviglioso” in “quotidiano”. Solo le anime capaci di auto-rigenerarsi e i “poeti spaziali” riescono a riesumare dalle fosse comuni dell’abitudine antichi scenari che mai tramonteranno per l’uomo che è ancora capace di stupirsi.

È proprio in questo contesto che si muovono i personaggi “ribelli” del racconto. Non ribelli nel senso sessantottino del termine, con tanto di volantino ciclostilato e bomba molotov, ma “ribelli passivi” che ricercano nella propria mente – nel cosiddetto inner space – i fossili comportamentali di un Homo sapiens estinto dal punto di vista naturale ma recuperabile sul versante archeopsichico (gli istinti come reperti archeologici). Il gusto per il cibo, la poesia per una bella ragazza, il ricordo della storia, i rapporti umani, il sesso, la ricerca personale e slegata dai dogmi di una dittatura dolce e tecnocratica…: queste ed altre esigenze dettate da un improbabile individualismo gustativo vengono interpretate come pericolosi scostamenti dalla media in una società orbitante che deve rispettare – si dice: “per sopravvivere!” – le regole del sistema. Un rispetto imposto da chi vuole far credere alla massa che le regole siano state create per il benessere di tutti, ma che in realtà celano da sempre la difesa di equilibri economici troppo importanti per i “pochi” che contano. Una storia antica che viene riproposta al di là dei confini terrestri e temporali. La fantascienza da sempre consente al lettore di compiere un’operazione di estraniazione dal presente in vista, paradossalmente, di un’analisi del presente stesso.

Anche se il racconto sembrerebbe girare in modo ossessivo intorno all’asse della ricetta gastronomica da realizzare, in realtà offre non pochi spunti di riflessione sulla situazione tutt’altro che futuribile della specie umana. Innanzitutto il tema dell’inconsapevolezza delle nuove e anche di buona parte delle vecchie generazioni intorno alla “meccanica” delle cose: quando l’Autore descrive la ragazza ingegnere che non conosce gli alberi, le specie animali e la natura in generale, vuole lanciare un allarme nel nostro presente cercando di spostare l’attenzione verso quegli individui (noi compresi!) che pur essendo investiti da una vasta gamma di dati informativi riguardanti le più disparate tematiche (grazie anche al meraviglioso strumento chiamato Internet, che tuttavia non ci fornisce una necessaria esperienza reale), non sempre possono annoverare una conoscenza “diretta” delle cose. La stazione spaziale rappresenta la nostra “società galleggiante senza motori” e che nonostante la sua tecnologia è destinata ad andare alla deriva verso gli oceani della “sicurezza inconsapevole” per poi naufragare sulle isole dell’alienazione esperienziale. Ecco che alla luce di questi temi viene riscoperta una fantascienza (sociologica) che si discosta dalla banale psicosi di origine extraterrestre, tipica della fantascienza in stile anni ’50, caratterizzata da U.F.O, ultracorpi, omini verdi e robot indistruttibili provenienti da “altri pianeti”, e che individua i propri “alieni” in quegli stessi esseri umani che l’altra fantascienza considerava “vittime” dell’invasione. Siamo alieni in casa nostra.

La tecnologia alterata, come nel grottesco esempio del “camionista” androide riprogrammato, rappresenta l’unico momento in cui è l’essere umano a sfruttare la tecnologia e non viceversa: l’atto ribelle con cui si riesce ad asservire la “cosa pubblica” apparentemente inalterabile per scopi “partigiani” anche se considerati dall’opinione di regime come eversivi. L’hackeraggio in futuro potrebbe rappresentare, in una società tecnologicamente più sofisticata dell’attuale, una sorta di atto dissacratorio; la tecnologia interpretata come una forma di “spiritualità scientista” inviolabile, così come accaduto in passato per il dogma religioso. Nel racconto si affronta il tema di una “cyber ribellione” il cui fine è assolutamente giustificato grazie al riassunto emotivo che l’Autore fa nel presentare le ragioni, anche illegali, dei suoi personaggi. La domanda che andrebbe fatta è la seguente: al di là dei facili moralismi nei confronti dell’illegalità, chi di noi sa attualmente riconoscere i segni di questa subdola evoluzione facendo un lavoro di estraniazione dal contesto sociale? Quasi nessuno. Siamo innamorati di ciò che il sistema ci costringe a considerare “bello” e “pronto per l’uso” e nessuna ribellione sembra possibile quando la nostra pigrizia prende il sopravvento. Ci vorrebbero i digiuni dei maestri sufi per assaporare la vera carne; ci vorrebbe la visione di un poeta per capire ciò che stiamo negando a noi stessi e al mondo.

Badate bene: non si vuole proporre un totale sovvertimento del sistema attuale in quanto provocherebbe, a freddo, una destabilizzazione della nostra stessa struttura culturale e sociale, ma l’Autore lancia un invito affinché si sviluppino quegli strumenti personali per il riconoscimento di quei segnali evolutivi che già convivono nelle nostre scelte pratiche. Lungimiranza, visione d’insieme, decontestualizzazione, capacità di isolamento, coltivazione della diversità…: queste ed altre “qualità” potrebbero essere riscontrate in un poeta così come pure in un meticoloso ingegnere. Tutto sta nel riconoscere e nel riconoscersi. Le forme di oppressione proposte nella trama del racconto sono estremizzate non tanto per una esigenza di spettacolarizzazione hollywoodiana, quanto per attirare l’attenzione verso possibili scenari politici ed economici che già ora impongono gentilmente nuove soluzioni che portano ad un inevitabile e necessario “progresso”. Oggi ci viene “proposta” la moneta da usare e la televisione da vedere; domani ci verrà “chiesto” di convogliare le nostre forze non verso la poesia, l’amore, ma in direzione di obiettivi che non ci appartengono naturalmente. Già oggi, a pensarci bene, lavoriamo per realizzare “le cose degli altri” in cambio di salari ridicoli e pensioni minime. Il processo è già in atto. La personalità “artigiana” verrà sottoposta ad una estinzione forzata da parte delle lobby dell’anima e il piacere di produrre per sé stessi verrà definitivamente sostituito da una sempre più marcata fede nei confronti del progresso imposto dalle Compagnie Interplanetarie.

La cosiddetta “new economy” ha già da tempo posto le basi per un alienante “turnover delle maestranze” che godono di vite effimere della durata di un “clic”: vedi le innumerevoli forme di contratto lavorativo esistenti oggi (co.co.co., co.co.pro, subordinato, parasubordinato…).

Qualcuno, cadendo in errore, ha in passato attribuito alla fantascienza la travisata funzione di esaltazione della Scienza, mentre invece rappresenta la sua acerrima nemica in quanto ha la presunzione e spesso la sconvolgente capacità profetica di prevedere certi scenari e, forse, i “peccati” originali da prevenire.

Accostare le alte tematiche scientifiche e futuristiche alla familiare “arte culinaria” è una scelta provocatoria dell’Autore che vorrebbe così raggiungere due obiettivi fondamentali: in primo luogo unire, una volta per tutte, i temi fantascientifici alla vita pratica. La colonizzazione è un traguardo futuribile (così come lo è l’alienazione). In secondo luogo cercare di utilizzare la fantascienza per vedere la vita attuale da un’altra prospettiva. Spesso riconosciamo le nostre caratteristiche fisiche e gestuali solo attraverso un filmato girato a nostra insaputa da un videoamatore ingannevole. La fantascienza svolge questa funzione: è uno sguardo fantasioso su noi stessi in un contesto che non è il nostro. Unico scopo: ritornare al presente dotati di una “consapevolezza tridimensionale”.

Il contrasto volutamente creato tra un linguaggio assurdo (psico-tabacco; neurobirra; monaci marziani; astro-tir e altri termini usati nel racconto) e la ricerca di una poetica persino tra i settori asettici di una stazione spaziale, serve a noi terrestri del terzo millennio affinché possiamo effettuare un esame di coscienza sul nostro “grado di poesia” in confronto allo scenario del nostro vissuto.

La scelta premeditata di mettere a confronto i “maiali” con le esigenze spirituali e morali di una giovane donna, nasce dal tranello pensato dall’Autore allo scopo di trarre in inganno i facili savonarola della parola scritta che non sanno setacciare il “fango” delle nuove scritture in cerca dell’oro!

Importante è anche il punto in cui si confrontano le vecchie e le nuove generazioni. Come a voler dire che non solo con l’esercizio fantascientifico si può pensare al futuro ma anche e soprattutto con il confronto storico e con l’esperienza si può dare un significato allo slancio presuntuoso dell’Homo technologicus. Altrimenti tutto questo sforzo scientifico non sarebbe nient’altro che un freddo spingersi verso squallide conquiste materiali.

versione pdf: note esegetiche Pancetta Affumicata (revisione 18-8-2013)

giove-macchia-rossa

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