“Cielo che non piange” di Stefano Pastor

[…] Mi sembra di scorgere, in questa dissociazione tra testo e musica, una sorta di volontà etica ed “eticizzante”, almeno dal punto di vista artistico… Nonostante l’immagine imperante, stiamo davvero vivendo un’epoca in cui il testo è talmente inflazionato da doverlo proteggere?

Credo di si. L’aggressività delle immagini è quasi sempre accompagnata da comunicazioni verbali; assistiamo a un bombardamento di parole volto a orientare le masse verso modelli raccapriccianti e vuoti. Ciò avviene attraverso la pubblicità certo, ma anche attraverso la cattiva letteratura e la cattiva informazione che sembrano essere le uniche a trovare rilevanti spazi di mercato e di diffusione. Lo stesso si può dire per il cattivo cinema, la cattiva musica e via dicendo. Ci stiamo abituando a consumare prodotti (anche culturali) di pessimo livello, privi di contenuti fondanti e creati senza alcuna riflessione sulla base di modelli beceri. Chi non si attiene a queste regole è spazzato via da un mercato sempre più a senso unico. E purtroppo il “mercato”, sebbene malato e distruttivo, viene santificato come se non ci fossero altri parametri su cui edificare codici etici, di comportamento e di produzione che quello dei soldi. Una follia globale. L’esistenza e la resistenza di riviste come “Nugae” possono costituire una preziosissima testimonianza di ciò che non è omologato: pur se con enormi difficoltà queste piccole imprese – piccole nei numeri ma non nella rilevanza della loro opera – mantengono vive voci e contenuti che rischiano di essere sacrificati per sempre sull’altare del consumismo culturale, o meglio dell’intrattenimento di basso profilo in sostituzione della cultura. Ecco, credo che editori ed intellettuali che si occupano di arte contemporanea (e la contemporaneità non può essere riproposizione passiva del passato) debbano assumere la responsabilità che la situazione attuale impone drammaticamente loro: consegnare al futuro, ciascuno col proprio taglio, un quadro attendibile e organizzato della odierna arte. Cioè non si deve lasciare che l’isolamento cui sono sempre più costretti molti artisti finisca per dare libero campo all’insediarsi definitivo del nulla. Lo stesso vale per le case discografiche: la Silta, di Giorgio Dini è una di quelle etichette che offrono un catalogo coerente e qualitativo, totalmente votato all’avanguardia. Il coraggio di non andare incontro a un facile mercato (ma qual’è oggi il facile mercato per chi produce CD?) permette di caratterizzare fortemente i propri prodotti, attivando un rapporto di fiducia con un pubblico selezionato e cosciente. Ma crea anche un tessuto di musicisti e musiche che vengono così poste in relazione tra loro rafforzando ciascuno la propria identità nell’appartenenza a un gruppo o se preferisci a una o più correnti di musicisti. Devo dire che le mie scelte hanno fortunatamente incontrato l’interesse di etichette sensibili e coraggiose in questi anni, come la Slam di George Haslam con la quale collaboro da tempo e la Soul Note, di Flavio Bonandrini, per la quale ho inciso un album con Borah Bergman che uscirà nei primi mesi del 2008. […]

(tratto da: Intervista a Stefano Pastor)

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