Il dottor Stranolavoro

Il dottor Stranolavoro

ovvero

come imparai a non preoccuparmi della Produttività

e ad amare la Precarietà [1]

 

“Scegliere un lavoro è il mio problema
ma è colpa del sistema
la mia immobilità…”

(da “Polli di allevamento” – Giorgio Gaber – 1978)

“E salverei
chi non ha voglia di far niente
e non sa fare niente…”

(da “La torre” – Franco Battiato – 1982)

Stranilavori

Esistono al mondo innumerevoli lavori, tanto assurdi quanto malpagati o con prospettive instabili. La loro utilità è effimera come l’esistenza di un insetto e occultata dai movimenti delle Grandi Professioni.

Adulatori di casalinghe per via telefonica, assistenti all’eiaculazione di tori, livellatori di quadri storti, venditori di connessioni veloci in internet, riciclatori di pile scariche, smazzettatori di risme, assaggiatori di arachidi, rappresentanti di chiodi porta a porta, psico-massaggiatori di piedi per mutilati, controbilanciatori di tubi, assaggiatrici di sperma, venditori di fumo per l’affumicatura dei salumi, sommozzatori di pozzi neri, operatori di clisteri, lucidatori di ossa, collaudatori di giubbotti antiproiettili, venditori telefonici di righelli, pulitori di portacenere, allevatori di grilli, mimo per trasmissioni radiofoniche, tester di deodoranti ascellari per uomini, domatori di fenicotteri, commercialisti per le bancarelle del mercato, collaudatori di creme emorroidali, occupatori di parcheggi, collaudatori di profilattici, impacchettatori di regali nei negozi, ricostruttori di reputazioni on line, massaggiatori di cani, buttadentro…

Il sottobosco lavorativo offre una vastissima gamma di occupazioni surreali e facilmente sostituibili: l’assoluta mancanza di Diritti e la facile reperibilità di cosiddette risorse umane usa e getta, rappresentano l’autentico propellente di quelle Aziende che affidano la propria sopravvivenza ad una delle carte vincenti della moderna economia: la Precarietà del lavoratore.

Nell’humus creato grazie ai cadaveri dei lavoratori precari lasciati a marcire nei terreni economici della società post industriale, affondano le radici delle Grandi Professioni, dei Lavori Veri, quelli conosciuti da tutti, quelli che i bambini sognano di fare una volta divenuti adulti: il Medico, l’Avvocato, l’Ingegnere, l’Astronauta… Dietro la grandi invenzioni dei professionisti, all’ombra delle decisioni prese dai Consigli d’Amministrazione, si nasconde il lavoro “sporco”, oscuro e scarsamente retribuito dei precari: carne da cannone per moderne guerre economiche.

Il bisogno

La molla che fa scattare il meccanismo perverso della precarietà è il bisogno.

Il pleomorfismo occupazionale nasce dal bisogno di soddisfare quelle esigenze primarie di un’esistenza biologica e culturale a cui si intende dare il nome di “Vita”. Gli imprenditori, incoraggiati dall’invenzione vergognosa dei cosiddetti “contratti a progetto” (co.co.pro.), utilizzano consapevolmente il bisogno così come il contadino adopera la carota appesa a un filo dinanzi agli occhi dell’asino dubbioso: nel tentativo di raggiungere asintoticamente il “premio” ci muoviamo in maniera motivata e muovendoci verso un futuro inesistente trasformiamo l’energia dell’entusiasmo in prodotti, in “oggetti” materiali e immateriali, contribuendo alla produttività generale della grande e benevola famiglia per cui lavoriamo.

Comportamenti premianti

Il lavoratore, in particolar modo quello precario, va educato.

Così come il cucciolo di cane appena giunto nella sua nuova dimora deve essere prontamente educato nell’espletamento dei propri bisogni fisiologici in angoli ben precisi provvisti di fogli di vecchi quotidiani conservati all’uopo, allo stesso modo il lavoratore deve capire fin da subito che il suo comportamento non può tendere alla neutralità o alla riflessione (dannosa in ambito produttivo), bensì ad un energico entusiasmo decerebrante capace di far ottenere al lavoratore il tanto agognato premio finale.

L’allineamento, l’accondiscendenza, l’incondizionato assorbimento delle incontestabili direttive aziendali, la personalità abbozzata, la disponibilità senza “se” e senza “ma”, l’assenza di cultura, la scaltrezza del venditore arabo, il carattere come forma di pressione, la repressione del confronto tra individui, il rifiuto di proposte alternative…: questi sono solo alcuni dei cosiddetti comportamenti premianti che, se accettati fedelmente dal lavoratore, diventano vere e proprie armi per la conquista del successo aziendale.

“Ci devi credere!”

L’Azienda è come una religione di stato: il lavoratore fedele è uno di quei pochi fortunati che ha ricevuto il dono del lavoro da parte del suo dio industriale. Se il lavoratore ha fede non può porsi, per definizione, troppe domande nei confronti del suo dio e deve accettare i dogmi aziendali. Il dubbio, la perplessità, il pensiero alternativo, la coscienza, sono fattori controproducenti.

Non bisogna pensare troppo… Ci devi credere! E basta.

Tempi

I tempi dell’Azienda non coincidono con i tempi del lavoratore. Caso mai vale il contrario: è il lavoratore che, sopprimendo ogni forma di velleità individualista, deve sincronizzare la propria esistenza interiore e fisica con i tempi della Produzione. I tempi formativi, la crescita individuale, la riflessione applicata al miglioramento delle mansioni, la partecipazione attiva al proprio progetto lavorativo, l’autogestione matura del proprio contributo produttivo, sono elementi superati in determinati contesti aziendali dove è più facile applicare un rapido ricambio del personale. Da qui la sensazione di estraniazione applicata al mondo del lavoro: il lavoratore diventa una rondella sostituibile. Niente di più!

L’elogio della lentezza è caduto in disuso; l’individuo è morto; l’adeguamento veloce e forzato delle risorse umane è la regola della new economy.


[1] Parafrasando “Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba”, film di Stanley Kubrick del 1964.

3 Risposte to “Il dottor Stranolavoro”

  1. Alucinante-bellas frases !
    salud ! maria-jose ballota.

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  2. Attenta! E se poi imparano a leggere? Ti licenziano… 🙂

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  3. Bello questo, me lo stampo e me lo appiccico in ufficio. Tanto da me non sanno leggere: siamo solo un editore.
    LaStancaSylvie

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