Commento a “L’uomo che non sapeva leggere”

“Farsi leggere!” Questo è uno dei primi consigli che generalmente viene dato a chiunque intenda intraprendere la dura e difficile strada della scrittura (non importa se creativa o non). Avere il coraggio di migliorarsi partendo dal giudizio (prezioso) del lettore, indipendentemente dalla “competenza” di quest’ultimo; essere in grado di integrare i giudizi positivi (capaci di suscitare solo un entusiasmo effimero e poco incisivo) con quelli apparentemente negativi ma in realtà costruttivi e duraturi; saper vivere i tempi della decantazione scritturale, seguita da un necessario labor limae con cui “togliere pezzi”; conquistare quella giusta consapevolezza che dovrebbe permettere all’aspirante scrittore di “contare fino a dieci” prima di cedere alla febbre adolescenziale della facile e rapida pubblicazione… Rileggersi di più, pubblicare di meno: per smorzare la vivacità allucinogena del presenzialismo cartaceo e per aumentare “scientificamente” la qualità di ciò che definiamo passione. In un paese come l’Italia in cui si stampano “tante cose”, si legge relativamente poco e l’editoria è di fatto in crisi, forse l’unica strada da perseguire è quella della qualità: cominciando da se stessi!

Ricevo e, per i motivi sopra esposti, volentieri pubblico il prezioso commento di Marco Papasidero, responsabile dell’iniziativa editoriale “Tempo vissuto – Racconti nel cassetto”.

<<Il racconto “L’uomo che non sapeva leggere” si presenta ben curato, piacevolmente caratterizzato da accostamenti linguistici tutto sommato originali e delicati. Il narrato è limpido e fluido, privo di sbavature, non contaminato da eccessive elucubrazioni retoriche. La trama non spicca per grande originalità. L’immagine dell’uomo che “non sa leggere” risulta un po’ stucchevole, così come il finale, non particolarmente d’impatto. Lo stile ricercato, che si arricchisce spesso di termini meno usuali, e per questo più “forti”, meriterebbe senz’altro un percorso di contenuto più originale. Avrebbe dato più spessore e profondità al racconto, e quindi al suo protagonista, una maggiore resa della sua psicologia, comunicata al lettore da pensieri, comportamenti, gesti. Infatti, nonostante in più punti si palesano abitudini e usi dell’uomo, questi ultimi tendono sempre a dare un’immagine, seppur linguisticamente incisiva, tutto sommato superficiale. Risulta altresì evidente che l’autore abbia cercato questa astrattezza delle immagini, volontà, credo, già resa manifesta dall’“uomo” volontariamente privo di nome, non identificato. Un uomo trasparente, quindi, privo di aspetto e realtà, fatto di gesti, elementi sui quali l’autore sembra aver voluto insistere particolarmente. Alla luce di tutti questi dati, il racconto è senz’altro un lavoro più che buono, particolarmente godibile per il linguaggio a tratti ricercato, e per la sintassi non solita. La trama invece non è propriamente avvincente, così come il titolo, che già svela il nocciolo del racconto, sottraendo al lettore il gusto di esplorare da sé, rigo dopo rigo, la vita e la strana abitudine del protagonista.>>

Responsabile Racconti nel Cassetto

Marco Papasidero

giornalista

www.tempovissuto.it

4 Risposte to “Commento a “L’uomo che non sapeva leggere””

  1. Cara Rosa, grazie per il tuo commento… Leggendolo mi hai fornito l’occasione per considerare alcuni aspetti del ruolo del critico che avevo (forse volutamente) tralasciato… In realtà non mi da fastidio essere criticato né prima, né durante e nemmeno dopo la pubblicazione di un mio scritto. In questa mia fase acerba ogni critica deve essere accettata con umiltà e disponibilità, anche perché non sono nessuno… La recensione che ho messo sul mio blog è onesta ed equilibrata, altrimenti non l’avrei pubblicata se fosse stata offensiva e distruttiva… Sono d’accordo con te anche nella frase finale: “…ci aiutano a volare e lanciarci ad altri spazi creativi…” Ogni volta che qualcuno ci aiuta a “correggere il tiro” ci sta dando una grossa mano.

    La plaquette contenente il mio racconto e gli altri due racconti co-vincitori la puoi ordinare qui: http://www.puntoacapo-editrice.com/

    Grazie e a presto!

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  2. rosa velarde Says:

    Sai, Michele, i critici sono un regalo degli dei per tutti quanti scriviamo. Senza di loro il nostro ego lettererio raggiungerebbe proporzioni insopportabili, se anche con la loro collaborazione spesso quello anda alla sua, figurati senza…Ma capita a volte che il lettore, in questo caso la lettrice, leggendo il critico sviluppa un desiderio grande di leggere l’opera in questione, perche’ intiutivamente “sa” che il racconto vale la pena. Il segreto? quanto piu’ critico si diventa, meno freschezza resta per capire l’essenza e la genialita’del bello e del profondo. La critica in genere non conosce la pieta’ ne’ la dolcezza, e quelli che non le hanno attive queste qualita’ sono privi d’inspirazione e solo disposti ad accettare quello che capiscono. Sono negati per raggiungere livelli piu’ sottili e piu’ nutritivi in tutti i piani. Cosa che mi sembra un’elezione perfetta purche’ non rovini la frutta a colpi prima di darla a provare. Il criticosarebbe perfetto se funzionasse solo nell’editorie, cioe’, assesorando letterariamente agli autori per migliorare le tecniche narrative, poetiche, drammatiche o saggistiche. Allora realmente il loro mestiere avrebbe un senso piu’; completo: educare l’ego e il baglio dei “criticati:, pero’ quando il libro e’ gia’ uscito non ha senso creare opinioni che possono condizionare i lettori. Anzi privarre i piu’ influenziabili di un paicere ed un apprendimento individuale e libero.
    Comunque sono generosi abbastanza, i critici, alimentano ed ingrassano il loro ego mentre quello nostro dimagrisce e diventa trasparente grazie al loro “sacrifizio” Anzi ci aiutano a volare e lanciarci ad altri spazi creativi come questi stupendi inventi bloggheristici. Auguri e dimmi, per favore, come dalla Spagna potrei comprare il tuo racconto. Ti saluto!

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