Scrivere nella città lineare

Dopo aver letto il racconto lungo “Un anno nella città lineare” (A year in the linear city – 2002) dello statunitense Paul Di Filippo, si ha come la sensazione di trovarsi nel bel mezzo di un “cambio d’aria”: vi ricordate quando a scuola (quando le classi erano numerose e l’anidride carbonica prodotta dai giovani cervelli in attività aumentava in maniera esponenziale durante le ore di lezione) ad un certo punto della mattinata il maestro ordinava all’alunno che sedeva sotto la finestra di aprire le ante per far entrare l’aria nuova? Leggere lo scrittore postmoderno Di Filippo dà la sensazione del nuovo che avanza: un nuovo che nasce dal felice incontro tra postmodernismo letterario e fantascienza.

Mi potrei soffermare sull’ambientazione fantastica e surreale creata dalla sua penna d’artigiano; potrei offrirvi delle pennellate recensorie sulla improbabile città descritta in questo racconto lungo o sulle verità escatologiche possedute da una strana popolazione (molto simile a quella americana – non potrebbe essere altrimenti!) che abita una città spalmata lungo un corso infinito… Potrei affascinarvi sottolineando l’esistenza addirittura di due soli che illuminano, grazie a un “perpetuo ciclo cruciforme”, lo strano mondo di Di Filippo. In realtà “Un anno nella città lineare” è prima di tutto un implicito manuale di scrittura postmoderna. No, che avete capito! Paul Di Filippo non ci dice in questo racconto dove mettere le virgole, gli avverbi, come usare gli aggettivi o come scrivere letteratura fantascientifica postmoderna; indica a tutti noi, lettori medio-forti e aspiranti scrittori, come sopravvivere a noi stessi e alla vita pratica che incombe sulla fantasia: “Se si fosse messo subito a scrivere, avrebbe potuto farsi prendere dalla trance creativa, dimentico del tempo, e avrebbe perso l’occasione di far visita a Gaddis Patchen. Se prima si fosse recato dal padre, Diego sarebbe sicuramente uscito dalla casa dove aveva trascorso l’infanzia carico di emozioni talmente forti da imbrattare la sua capacità di scrivere per quella giornata.” Problemi da scrittore! – direbbe qualcuno.

E poi ancora: una ragazza esuberante e bellissima, la sensualità mai separata dalla genialità, un amico indigente ma curioso e pieno di vita, una città di cui nessuno conosce veramente l’inizio o la fine, un padre morente consapevolmente ossessionato dal momento del “trapasso”, la descrizione kafkiana di un mondo quasi comicamente irreale…

Lo scrittore pensato da Di Filippo è impegnato quotidianamente a “tramutare il dolore in bellezza” perché sceglie di non isolarsi ma di vivere pienamente la vita barcamenandosi tra le fatiche editoriali di chi sceglie il difficile cammino della scrittura e gli immancabili appuntamenti con la realtà: la cena con la propria fidanzata, l’imminente morte di un padre, le crisi d’astinenza di un’amica, la vita sacrificata di un edicolante, le manie da schiavista di un editore, i vizi meschini di un trombettista, le avventure ai limiti della legalità, il carcere… Lo scrittore deve fare man bassa di vita!

Ma che cosa significa vivere in una Città Lineare? La ciclicità permette ad ognuno di noi di ritornare al punto di partenza: in una città lineare ciò non è possibile perché il “punto di partenza” è ignoto. Vivere in un luogo simile esige una certa dose di fede: non si può conoscere tutto, ma si può accettare tutto. Una sana ignoranza viene sorprendentemente contrapposta alla sicurezza positivista di quella rigida fantascienza tecnologica dove tutto doveva essere coerente e dimostrabile – seppur in un contesto di doverosa sospensione dell’incredulità! E gli abitanti sembrano rassegnati a questa linearità imperante, anche se ogni tanto uno di loro tenta qualche romantico esperimento: “No, quella carrozza viaggiava ancora verso Ponente attraverso la nostra imperscrutabile Città dopo due settimane. Ne sono convinto. E’ stato allora che mi sono veramente impaurito. L’enormità della nostra terribile esistenza mi sopraffece. Da allora non sono più quello di prima.”

Essere scrittori nella Città Lineare significa anche combattere contro i pregiudizi derivanti dall’interno della “categoria”: “Io scavo nel profondo del cuore dell’uomo, Diego. E’ questo che la gente vuole leggere. Le preoccupazioni quotidiane. Costruirsi una vita, fare amicizia, sposarsi, morire. E’ bene che tu lo capisca: la maggioranza delle persone non vuole i tuoi assurdi voli pindarici.”… “Ma dopo un po’ si matura e si restringono gli interessi a quello che è veramente vitale.”

“Esiste un Isolato Zero?”

Le esigenze filosofiche, quasi “spirituali”, prevalgono fortunatamente nell’animo del narratore di cosmogonie che prosegue lungo il cammino indicato dalla propria fantasia.

Paul Di Filippo

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