“Noi credevamo” di Mario Martone

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I grandi ideali spesso per farsi spazio nella storia devono sgomitare tra le bassezze della natura umana…

Chiunque si appresti a visionare il nuovo film-capolavoro di Mario Martone intitolato “Noi credevamo”, dedicato al Risorgimento, pensando di assistere a scene battagliere come nel film “Viva l’Italia” (1961) di Roberto Rossellini, è destinato a incassare una cocente delusione: non mancano, voglio precisare, le scene cosiddette “d’azione”, ma non si tratta certamente di un film realizzato allo scopo di “far ripassare la storia delle battaglie risorgimentali” a chi il Risorgimento lo ha lasciato da anni sui banchi di scuola. Garibaldi, ad esempio, non compare mai: lo spettatore intravede il Generale da lontano (lo “percepisce” quasi), verso la fine del film, sulla cima di un dirupo e vagamente illuminato da alcune torce mentre saluta le sue camicie rosse accampate intorno ai fuochi di bivacco.

I protagonisti del film di Martone sono altri: compaiono un inedito Giuseppe Mazzini in versione londinese (interpretato da un carismatico Toni Servillo) e alle prese con il suo bisogno di oppio; Francesco Crispi simbolo politico del divario tra ideale e realtà; Felice Orsini; Carlo Poerio… Ma soprattutto il film è incentrato sulle vicissitudini rivoluzionarie di tre giovani cilentani (Domenico, Angelo e Salvatore): sono tre personaggi inventati a uso e consumo della fiction ma le loro esistenze filmiche, come specificato nelle note finali del film, sono ispirate a tre ragazzi affiliati alla Giovane Italia e realmente esistiti nel Cilento durante quelle delicate fasi storiche che portarono lentamente all’unità d’Italia.

Dopo la repressione borbonica dei moti del 1828 i tre giovani prendono strade diverse: ognuno seguendo i propri ideali, in base alla propria indole e alla propria cultura.

Martone con questo suo film non vuole né esaltare il Risorgimento in maniera incondizionata, né dare spazio a un revisionismo storico unidirezionale: raccontando la storia dei tre ragazzi e degli altri personaggi che ruotano intorno ai protagonisti, il regista vuole soprattutto evidenziare la passione ideale, la paura, l’istinto omicida di alcuni patrioti, il coraggio, l’onore, la codardia, la resistenza fisica e morale, la debolezza dei cosiddetti “padri del Risorgimento”. E poi i dubbi, i fallimenti umani, le delusioni post-unitarie provate da “quelli che credevano”…

Il titolo “Noi credevamo” può essere interpretato in due modi: “noi credevamo” come a voler affermare un ideale, credere in ciò per cui si combatte e si muore. Oppure un “noi credevamo” deluso: noi credevamo di fare l’unità d’Italia e invece… Tutto qui? Questo è il risultato? Innegabile il riferimento al divario tra nord e sud e ad altre brutture insanate nonostante l’ideale unitario.

Pur trattandosi di un film che esce nelle sale cinematografiche italiane (poche, a dire il vero!) in concomitanza con i festeggiamenti riguardanti il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, sarebbe stato francamente deludente assistere a un’opera epica atta solo a esaltare i “valori unitari” (questo lasciamolo fare ai politici di professione e agli storici di regime che temono i revisionismi!), senza mettere in evidenza quelle incrinature che hanno influenzato la nascita della nazione italiana e che ancora oggi caratterizzano certe differenze e divisioni apparentemente insanabili. Mario Martone è un regista dell’odierno sud: non poteva non rivedere il Risorgimento con gli occhi disincantati dell’uomo tecnologico del terzo millennio alle prese con il problema delle ecomafie e della ‘munnezza’!

Nel film di Martone non si assiste al fallito sbarco di Carlo Pisacane, ma i personaggi allarmati ne parlano tra di loro: i cosiddetti “fatti storici” sembrano ‘passare di lato’ in questo film. Ciò che interessa al regista è il “prequel”, il tempo intermedio, la preparazione paziente degli eventi storici, l’eroica attesa dei rivoluzionari (monarchici e repubblicani) rinchiusi nelle carceri borboniche. Interessanti, insomma, sono le cause collaterali e “prodromiche” che hanno portato all’unità. La fase londinese della Giovane Italia ottiene più spazio dello sbarco a Calatafimi; l’attentato di Felice Orsini a Napoleone III prende il sopravvento sull’incontro a Teano… Scelte filmiche che hanno una loro valida ragione: evidenziare la storia ufficiosa, quella che indirettamente ha nutrito la storia imparata a scuola.

Ancora una volta, come ne “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana, il bravissimo attore Luigi Lo Cascio, tramite il suo personaggio, svolge la funzione di “testimone transgenerazionale”: il giovane mazziniano cilentano, visibilmente invecchiato, possiede gli anni e l’esperienza necessaria per poter “giudicare” un processo storico che scricchiola già nel momento in cui si realizza. L’unità è sì necessaria ma è un’unità che nasce malata, perché non voluta veramente da tutti, perché spinta da altri interessi e non da quei nobili ideali inizialmente sbandierati nei salotti parigini e coltivati in anfratti sconosciuti della provincia.

Affascinanti i colori adoperati e oserei dire commuovente la “fotografia caravaggesca” di questo film: la scena dei rivoluzionari imprigionati a Montefusco e illuminati dalla sola luce di una candela mentre in silenzio si riuniscono nella cella, da sola vale la visione dell’intero, lunghissimo film.

Surreale la scena, quasi alla fine del film, in cui compare lo scheletro in cemento armato di una palazzina incompleta presso cui trascorrono la notte alcuni personaggi del film. Non si tratta, ovviamente, di un errore “cronologico” del regista: potrebbe essere invece una sorta di “firma politica” (nel senso sano e partecipativo del termine). Il regista ci ha forse voluto dire che il suo non è solo un “film storico” dove ci sono i buoni e i cattivi che si muovono intorno alle date da imparare a memoria prima dell’interrogazione di storia a scuola, ma la sua pellicola è una panoramica disincantata su un processo incompleto: talmente incompleto da aver lasciato nella sua annosa arretratezza una parte di quel territorio che si è voluto a tutti i costi inglobare in un’unità acerba. Il sud, la cementificazione selvaggia, i problemi ambientali che causano scempio e disastri, le mafie, le irrisolte differenze economiche, le paventate secessioni…

“Noi non credevamo” che si sarebbe arrivati a tutto questo!

Forse Martone, in vista dei festeggiamenti istituzionali, ha voluto dirci che invece dei soliti slogan ci sarebbe bisogno di un secondo, vero, radicale, e questa volta determinante, Risorgimento.

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4 Risposte to ““Noi credevamo” di Mario Martone”

  1. Mario Martone, ci sbattei contro grazie al film ” Morte di un matematico napoletano” e successivamente per via de “L’amore molesto”. Amai da subito il suo modo di raccontarci la Vita anche perché riconobbi in lui una sorta di animo crepuscolare e per la presenza e scelta nella sua pellicola di Carlo Cecchi, attore di grande spessore dotato di una faccia che solo a guardarla ti racconta qualcosa.
    E questo vale anche per il regista in questione e la sua di faccia. Lo guardo e la sua parte esteriore sembra meno travagliata di quella interna ma anche lui mi rimanda al messaggio che uno quello che farà o diventerà in fondo ce lo ha scritto in faccia, da subito, da quando comincia a prendere coscienza di poter “essere” non un “qualcosa” ma un “qualcuno”.
    Non ho visto il film del quale ci hai regalato una bellissima recensione ma conto di vederlo non appena ne avrò l’opportunità. Ma ho già potuto notare che anche per questa sua ultima opera ha scelto un attore che mi piace moltissimo.
    I suoi attori uomini o donne, penso alla grande Anna Bonaiuto, hanno un comune denominatore : la fatica del vivere scritta nel DNA ed un sorriso amaro che spesso li accompagna.
    Nelle sue pellicole ho come la sensazione che Martone, indossi un vestito al rovescio permettendoci di cogliere le cuciture di una stoffa dai colori cupi ma dalla trama delicata e sottilissima.
    Penso perciò che nel titolo del suo ultimo film, analizzando il suo modo di fare cinema e di raccontare l’esistenza dell’uomo, egli abbia voluto parlare di un “noi credevemo” in modo fortemente deluso ed magari ci abbia voluto suggerire un successivo …noi credevamo… ma ora non più.
    Michele ripeto, che bella recensione che hai fatto, bella, esaustiva e calda.

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    • Martone non ha la preoccupazione del classico filmone storico del passato in cui riprodurre battaglie e rispettare pedissequamente cronologie e fatti… Racconta il Risorgimento da un’angolazione speciale, anche se qualche storico lo ha un pochino contestato… Di questo film, poi mi dirai, amo la fotografia: alcune scene, se non fosse per il fatto che c’è movimento, sembrerebbero dei veri e propri quadri… Grazie per aver letto, cara Diamanda.

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  2. CarmineSenatore Says:

    Ho letto la tua recensione sul film Di Mario Martone “Noi credevamo”. Il film non l’ho ancora visto del tutto, se non alcuni spezzoni e letto qualche recensione sui giornali. Mi riservo in seguito di dare un giudizio, sugli interpreti, sulla sceneggiatura , sulla fotografia e sul commento musicale.
    Credo che il significato più vero sia, quando affermi: “Il titolo “Noi credevamo” può essere interpretato in due modi: “noi credevamo” come a voler affermare un ideale, credere in ciò per cui si combatte e si muore. Oppure un “noi credevamo” deluso: noi credevamo di fare l’unità d’Italia e invece… Tutto qui? Questo è il risultato?”
    Conoscevo i moti cilentani, di cui personaggi sono interpreti (in questi ultimi sono stati fatti anche manifestazioni commemorative nella mia zona).
    Posso darti una mia idea del Risorgimento, frutto anche della mia educazione avuta durante la mia adolescenza. Ho sempre ritenuto che i “Risorgimento” fossero due: quello che portò all’Unità d’Italia, il primo, e la Resistenza, il secondo. Ho sempre ritenuto il Risorgimento che non fosse solo un evento politico, ma un fatto anche e soprattutto culturale. Manzoni, lo stesso Leopardi (All’Italia: “dammi, o ciel che sia foco agli italici petti il sangue mio”), i romanzi storici del 2° Romanticismo, “Le Memorie di un ottuagenario” di Ippolito Nievo ( che in quel clima furono chiamate “Le memorie di un italiano”, Verdi ne sono stati i precursori ideali.
    La concenzione manzoniana di Patria (“una di lingua, d’arme, di sangue e di cor”) non è solo retorica, ma è il presupposto culturale del primo Risorgimento, così come “Insorgere per risorgere” della Resistenza. L’affermazione di D’Azeglio “L’Italia è fatta , ora bisogna fare gli Italiani” è ancora attuale, anche se in qualche momento storico (vedi miracolo economico” del Dopoguerra) si è avuto l’impressione della sua realizzazione. Siamo ora in piena decadenza. La concezione padronale e populista dello Stato, l’insorgere di insofferenze verso gli stranieri e i diversi, fanno ritenere ancora attuale “Insorgere per risorgere” (le parolo di Monicelli insegnano).
    Credo che questo sia in fondo il significato dell’opera di MarioMartone..
    Mi complimento per la tua recensione.Mi riservo di dare un giudizio più articolato appena vedrò tutto il film.

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