Il carpe diem di “Highlander” e la qualità del tempo

E’ possibile vivere cento giorni da pecora e alla fine riuscire a vivere anche il tanto agognato giorno da leone?

Sentenzia l’immortale Juan Sánchez Villa-Lobos Ramírez nel film Highlander II – Il ritorno: <<La maggior parte delle persone ha a disposizione tutta una vita e la guarda scivolare via lentamente senza fare nulla di speciale. Ma se invece riesci a concentrarla in un solo momento, in un solo posto, allora puoi compiere qualcosa di glorioso…>> Ho sempre amato questa frase detta dal carismatico Ramírez, interpretato dal bravo attore scozzese Sean Connery.

Un immortale per definizione possiede tutto il tempo che desidera e in teoria potrebbe anche sprecarlo senza temere il fastidioso ticchettio di un orologio che segna il tempo trascorso: la pacata preoccupazione di Ramírez è soprattutto rivolta verso chi immortale non è… La diatriba tra quantità e qualità della Vita viene riproposta dinanzi alla morte imminente. Nel momento in cui la frase in grassetto sopra riportata viene pronunciata, una lama sta per tagliare le teste ai malcapitati protagonisti della pellicola. Il taglio della testa, per chi non conoscesse la trama del film ‘Highlander’, è l’unica vera minaccia per un immortale: se si perde la testa, nel senso anatomico del termine, ‘finalmente’ si muore! Anche un immortale, quindi, deve prima o poi fare i conti con il tempo (e con la sua possibile fine). C’è un aspetto che accomuna tutti gli esseri viventi, mortali o immortali che siano: la capacità di saper condizionare la qualità del proprio tempo. Non dovrebbe essere l’imminenza della morte a pilotare le gesta gloriose degli uomini: ogni giorno, anche senza una colonna sonora adeguata e senza folle acclamanti, dovrebbe essere ‘glorioso’ nella vita di ognuno di noi. Vivere cento giorni vestiti da pecora, ma avendo in petto un cuore da leoni! E se necessario ruggire una sola volta, tradendo la propria natura apparentemente ‘ovina’, per compiere qualcosa di ‘speciale’. Ramírez ci offre una soluzione.

Un immortale che attraversa i secoli senza riuscire a morire percepisce sulla propria pelle le variazioni traumatiche della storia: un mortale, invece, non coglie l’aspetto glorioso dell’esistere perché diluisce il proprio limitato intervallo di tempo in una porzione di storia apparentemente immutata. Solo le persone anziane, i ‘vecchi’, posseggono uno sguardo abbastanza lungo per poter evidenziare le differenze (le ‘rughe storiche’) create dal lento ma inesorabile trascorrere del tempo. Ma nella maggior parte dei casi non hanno più la lucidità, la necessaria salute fisica per trasmettere questo immenso sapere che richiede energia e forza. Oppure non vengono affatto ascoltati da quei giovani che credono di sapere tutto. Forse la ‘funzione’ della morte è proprio questa: proteggere il segreto della vita da chi lo dovrebbe conquistare vivendo; evitare a chi sa l’umiliazione di non essere ascoltati da chi non sa. I vecchi muoiono per non fornire troppe informazioni preziose a chi è all’inizio del gioco. Una regola ciclica che si ripete nei secoli come se fosse un sadico déjà vu. E poi, pensandoci bene, chi di noi vorrebbe vivere per sempre? Istintivamente piacerebbe a tutti vivere in eterno, ma sarebbe ‘innaturale’: sbilanciando il rapporto quantità/qualità della vita in favore della quantità si rischierebbe di perdere di vista l’obiettivo insito nell’irripetibilità dell’esistenza. Ci ricordava Battiato anni fa in un suo brano: <<… vivere venti o quarant’anni in più/ è uguale/ difficile è capire ciò che è giusto…>> E sempre Battiato ma in un’altra canzone: <<… Se penso a come ho speso male il mio tempo/ che non tornerà, non ritornerà più. […] Ne abbiamo avute di occasioni/ perdendole; non rimpiangerle, non rimpiangerle mai…>>

Quello che è speciale per ognuno di noi, nessun film ce lo può suggerire: è una cosa irripetibile come le impronte digitali e quindi non adattabile a un altro essere umano. Non bisognerebbe trascorrere il proprio tempo cercando di soddisfare i desideri indicati dall’opinione pubblica, ma avere il coraggio di vivere in base agli obiettivi che ci siamo prefissati. Lo so, non è facile: occorrono la volontà e gli ‘attrezzi culturali’ adatti per dare un nome ai nostri obiettivi. Ci vuole ‘testa’, insomma! E ‘cuore’… Altrimenti vaghiamo come zombi nevrotici tra le strade del ‘fare vacuo’: molti pensano di ‘vivere’ perché ‘fanno’, ma in realtà cercano di riempire il vuoto che è in loro, agitandosi indaffarati senza una vera meta. Non bisognerebbe ripensare ossessivamente al ‘non fatto’ vivendo di rimpianti inutili: sarebbe invece necessario individuare il momento e il posto per vivere l’unica gloria che conta.

E mi raccomando: non perdete la testa!

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