L’alienazione di Luca Madonia

No! Effettivamente a pensarci bene è proprio vero: Madonia e Battiato non avrebbero mai potuto vincere Sanremo. Ed è stato un bene perché, anche se non seguo mai il festival e quest’anno è stata un’eccezione dovuta appunto alla presenza del Maestro, ho confermato un aspetto di questo celebre ‘concorso canoro’ italiano che già conoscevo da tempo: la gente che segue Sanremo vuole sognare, desidera stare bene, amare, sentirsi amata… Tutto il resto è fatica. Caso mai affrontare, grazie a qualche canzone ‘impegnata’, alcuni temi scottanti di interesse sociale, ma senza toccare ‘percorsi interiori’ insoliti e fastidiosamente soggettivi.

Ecco che quindi, e giustamente direi, ottiene la vittoria un grande cantautore come Vecchioni che sottolinea magistralmente il bisogno di amore che c’è in ognuno di noi: l’amore come antidoto al decadimento personale e generale…

Non potevano vincere Madonia e Battiato con un testo come quello del brano “L’alieno” perché è una ‘canzone’ che istiga al movimento, alla presa di coscienza; è un brano che provoca consapevolezza anche se lo fa in maniera lieve. L’italiano medio già sufficientemente stressato dalla vita quotidiana fatta di traffico, bollette, crisi lavorative, instabilità politica, non poteva ‘accollarsi’ pure le sensazioni di estraneità di Luca Madonia.

Ma analizziamo il testo per renderci effettivamente conto dei contenuti ‘esoterici’, seppure addolciti, presenti ne “L’alieno”:

Vago per la strada
In cerca di occasioni nuove
Ma non mi basta mai quello che vedo
Passo tra gli odori
E tra gli umori della gente
Che mi sfiora indifferente

Il movimento è alla base della Vita; il cosmo è movimento: i dervisci tanto cari a Battiato hanno trasformato questo concetto antico quanto il mondo in danza, una danza che è preghiera. Per migliorare il proprio ‘stato’ bisogna mettersi in cammino, esplorare, cercare, domandare… Il ‘vagare’ dell’autore non è goliardico o disperato: si vaga apparentemente senza meta e con soavità ma l’obiettivo è già presente in noi, anche se non lo sappiamo. Abbiamo solo bisogno di materializzare l’oggetto del nostro cercare, incontrandolo. Le ‘occasioni nuove’ non sono sempre frivole: conoscere altre persone, esplorare i loro microuniversi, è un’esperienza esaltante se ce ne rendiamo conto. Le ‘occasioni nuove’ sono anche le strade interiori non percorse e le possibilità spirituali scartate perché faticose. Ma l’insoddisfazione è sempre in agguato: il non accontentarsi non è segno di isteria ma dovrebbe rappresentare la ‘molla’ con cui spingerci verso ‘nuovi stati di coscienza’. Se ciò che vediamo non ci soddisfa vuol dire che dobbiamo conquistare nuovi orizzonti interiori ed esteriori: non si tratta di capricci ma di segnali d’allarme da prendere seriamente in considerazione. Questo nostro stato d’ipersensibilità ci rende reattivi persino agli odori, ed è un bene: l’animo ‘artistico’ non dà niente per scontato; tutto diventa ‘traccia’ da seguire. E si riesce a percepire l’umore di chi non conosciamo e ci sfiora tra la folla: siamo come ‘carte assorbenti’ e questa condizione, quando non siamo preparati, ci mette in crisi e ci disturba. In realtà questa condizione è un vero ‘stato di grazia’ da accogliere come una benedizione divina. In quei momenti siamo persone ‘a colori’ in un mondo in bianco e nero: saper gestire questa ‘grazia’ è difficile; anzi è difficile proprio riconoscerla come tale. La gente che non conosce il nostro stato interiore ci sfiora indifferente e non lo fa con cattiveria: è se stessa. La gente è così sempre; noi siamo così sempre.

Colgo l’occasione
Di una estate al mare
Dell’aria un po’ confusa per colpa del calore
Io seguivo con lo sguardo
L’onda sulla spiaggia
Che arriva sempre uguale e tutto si ripete

Ci distraiamo facendo ‘cose normali’: in realtà vorremmo tornare a essere indifferenti come gli altri ma non ci riusciamo. Ce ne andiamo al mare per assopire quella strana sensazione provata in città, ma anche lì questa singolare iperestesia dell’anima fa bene il suo lavoro e ci ‘tortura’: la confusione non ci distrae; il calore non ci rende più malleabili. Un elemento naturale cattura la nostra attenzione: anche il ripetersi del movimento marino è per l’autore un messaggio ‘filosofico’. Il messaggio dice che quando siamo ‘normali’ e anestetizzati dall’illusione di considerarci liberi non ci rendiamo conto invece di essere schiavi di un meccanismo ben preciso e collaudato nei secoli: tutto si ripete nella storia dell’uomo e noi siamo prigionieri di un cliché. Anche un’innocente onda marina ce lo ricorda. E lo sguardo dell’uomo in crisi non perdona: segue e registra ogni cosa. Sappiamo che le ‘cose naturali’ devono ripetersi ‘per natura’: ma la sensazione di prigionia e di ripetizione si riferisce ad altro, ad una condizione umana che con un po’ d’impegno potrebbe essere spezzata, o almeno migliorata.

E tu, tu non mi basti più
Io sono solo in questa vita
E forse come te mi sento
Io vivo nei panni di un alieno che non vola
Che non mi assomiglia ma
Io vivo ai margini di una vita vera
E non mi riconosco

Anche la persona più importante della nostra vita non riesce a colmare il vuoto interiore; quella stessa persona a cui mesi o anni prima avevamo consegnato speranze, progetti, idee, sentimenti, illusioni, ricordi, quella stessa persona ora appare estranea ai nostri occhi: anch’ella fa parte del meccanismo che si ripete. O forse quel “tu” è riferito non a una persona in carne ed ossa ma a una passione, un mestiere, una scelta vitale che ha perso senso a causa di un contesto alienante. Inevitabile, a questo punto, la sensazione di solitudine. Neanche il contatto fisico con la persona amata, forse, riesce a placare il bisogno di ricerca che va oltre la salda quotidianità di una coppia collaudata. Ciò accade perché si tratta di un’insoddisfazione superiore, che supera i bisogni ordinari. Tentiamo un approccio empatico per salvare il salvabile: – chissà, forse anche tu ti senti come me e io potrei così rimanere legato a una persona – sembra sperare l’autore. Ma è un’illusione, l’ultima: perché questo è un viaggio che va affrontato in solitudine.

Il processo di alienazione è cominciato: nell’immaginario collettivo l’alieno è un essere proveniente da altri mondi a bordo di un’astronave, ma in questo caso l’alieno è terrestre, siamo noi quando non ci riconosciamo più in un mondo che ripetendosi non coincide con le nostre nuove esigenze spirituali. Diventiamo alieni in casa nostra! Questo strano alieno che non vola, perché vive normalmente e compie gesti umani, non ci assomiglia: non assomiglia alla persona che vediamo tutti i giorni nello specchio. È un altro Io che chiede aiuto e cerca qualcosa su un pianeta che è il suo. Non ci assomiglia perché avevamo ormai un’idea diversa di noi stessi: ci vedevamo vincenti, ineccepibili, intoccabili, apparentemente soddisfatti… Ma l’alienazione ci risveglia dal sonno.

La frase centrale del brano, secondo me, è Io vivo ai margini di una vita vera: il processo di alienazione non è stato dolorosamente inutile ma è servito a segnalare la nostra posizione nell’universo. All’inizio del brano l’uomo ‘vagava’ perché era necessario che vagasse; ora invece sa, è consapevole, conosce il proprio stato: finalmente sa di vivere ai margini. Ed essere consapevoli almeno di questo fatto rappresenta già un piccolo successo. E non è un atto di snobismo. L’autore non dice di vivere ai margini perché si sente migliore degli altri, perché superiore alla massa: quella di ‘vivere ai margini’ è una responsabilità individuale che non dipende dall’economia o dalle scelte politiche; non dipende dal fatto di essere più o meno simpatici alla gente; non dipende dal fatto di saper raccontare barzellette o di andare in televisione… Si vive ai margini quando non comprendiamo il significato della ‘vita autentica’ (direbbe il teologo Vito Mancuso); quando sappiamo e finalmente siamo consapevoli del fatto che in realtà non viviamo pienamente come dovremmo. E non ci riconosciamo in questa ‘marginalità’. Il ‘fare’ è inutile. Molte persone riempiono la vita con attività apparentemente soddisfacenti ma non fanno nient’altro che deflettere dal vero obiettivo: il risveglio.

E infatti nel verso successivo l’autore dice:

Ho speso la mia vita
Assecondando le mie voglie
Che spesso mi han tradito volate come foglie
Ma al cuor non si comanda
E allora apriamo il nostro mondo
Convinti che ogni storia si chiuda con un punto

Solo quando facciamo un’analisi ‘spietata’ del nostro vissuto ci accorgiamo che la maggior parte dei nostri gesti sono frutto di ‘voglie’ che non appartengono a un progetto superiore. Facile la rima ‘voglie-foglie’ ma efficace nel descrivere il destino delle nostre pulsioni terrene che ci tradiscono anche se appagano momentaneamente i nostri sensi. L’autore è consapevole della fragilità umana (“al cuor non si comanda”) e dell’ingenuità che caratterizza l’esistenza dell’uomo: sperperiamo le migliori energie spirituali che inconsapevolmente abbiamo a disposizione fin dalla nascita e lasciamo che il nostro mondo interiore venga trafugato da personaggi di passaggio o da situazioni irrilevanti. Questa finta sicurezza nasce dall’arroganza del nostro sentirci padroni di noi stessi e della realtà che ci circonda, ma a guardare bene non possediamo nulla e non controlliamo un bel niente. Non basta ‘un punto’ per cambiare pagina; quando entriamo in contatto con gli altri, una traccia della loro esistenza è già entrata a far parte del nostro DNA. Noi crediamo di ‘chiudere’ ma non siamo noi a decidere. La vita ha i suoi percorsi.

Viviamo senza rispettare gli altri e soprattutto senza rispettare noi stessi: apriamo e chiudiamo ‘porte’ con arroganza e in maniera irresponsabile. Forse questo è il passaggio più ‘esoterico’ del brano: bisognerebbe imparare a difendere la propria intimità e la segretezza del proprio esistere. Sperperiamo informazioni e gettiamo pezzi della nostra anima in pasto al pubblico, snaturandoci.

Qualche perditempo ha parlato di ‘autoplagio’ a causa di alcune somiglianze musicali tra il brano “L’alieno” e certi vecchi brani di Franco Battiato; dirò di più, cercando così di disattivare e rendere innocui questi sciocchi parallelismi da taverna: non solo esiste un sacrosanto ed evidente autoplagio sonoro, ma anche le tematiche sfiorate dal brano di Madonia sono assolutamente ‘battiatesche’: il senso di estraneità, il saper leggere nella natura i sintomi di una condizione interiore, i segnali di una vita superiore intercalati nella quotidianità come tracce da seguire, l’elogio di un certo tipo di solitudine, il distacco dalle persone non come atto misantropico ma come forma di rispetto nei confronti di un cammino indispensabile, la necessità quasi vitale di non possedere e di non essere posseduti, il distacco dalle passioni, il bisogno di gesti consapevoli… E molto altro ancora. Battiato c’è in questa canzone: è presente. E chi lo segue (e lo ‘ama’) da anni, lo sente che c’è.

Luca Madonia ha affermato recentemente in un’intervista che il brano in pratica narra di un disagio sociale, del sentirsi estraneo a un contesto reso innaturale da un errato modus vivendi generalizzato. Parlare di ‘disagio’ è limitativo: non sappiamo in realtà se il disagio è causato dal contesto o se è una condizione personale che ha la funzione di trasportarci in altre ‘stanze’ esistenziali. Franco Battiato nel suo “Inneres Auge” formulava accuse molto più ‘dirette’ ma forniva anche soluzioni che nascevano dal suo vissuto: “… ma quando ritorno in me, sulla mia via, a leggere e studiare, ascoltando i grandi del passato… mi basta una sonata di Corelli, perché mi meravigli del creato!” Battiato, ‘alienato’ di lunga esperienza, trasforma il disagio in forza morale per migliorare se stesso. Battiato ha fatto pace con se stesso e alla fine ‘è ritornato in sé’: ha trovato un compromesso tra le brutture del mondo e la ‘vita autentica’. Battiato ‘cavalca’ l’alienazione estraniandosi da un certo tipo di presente e inseguendo i grandi del passato: solo così può ritornare ad amare il mondo e a meravigliarsi del creato. L’onda marina di Madonia, ripetitiva e senza senso, ridiventa meravigliosa. Forse Madonia è ancora troppo giovane per raggiungere questa consapevolezza: forse ha bisogno di vivere anche lui come Battiato molti ‘giorni di digiuno e di silenzio’…

2 Risposte to “L’alienazione di Luca Madonia”

  1. sono d’accordo ‘quasi’ su tutto……
    è la solitudine che proprio non mi va giù.
    in generale, oh, mica solo la sua..
    anche la mia 🙂

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