Rigenerare la politica: intervista a Valentino Cerrone

In questo blog già in altre occasioni mi sono occupato indirettamente di politica: ad esempio, analizzando gli intimi meccanismi linguistici del consenso o i vari tentativi di una certa classe politica di sfuggire al controllo della giustizia. Altre volte ancora utilizzando dei ‘semplici’ espedienti letterari… Questa volta tenterò, invece, di compiere un’operazione più diretta, presentando un “nuovo volto” da contrapporre a quelli che, già tristemente noti, stanno svilendo lentamente e inesorabilmente il senso genuino della politica. L’intervista che segue ha come obiettivo quello di ripristinare un linguaggio politico dimenticato a causa dei vari depistaggi mediatici, dei qualunquismi e della drammatica comicità barzellettiera di certi personaggi surreali saliti al potere.

Nigricante. Valentino Cerrone, laureato in giurisprudenza, appassionato di jogging, blogger de “La mia Babele”… Sei originario di Sora (Fr), anche se vivi e lavori a Napoli da molti anni, e hai deciso in vista delle prossime amministrative, come si dice in questi casi, di ‘scendere in campo’ presentandoti come candidato nelle liste elettorali di Sora. In un famoso social network hai dichiarato: “… lo faccio per disturbare la deriva plebiscitaria…” Vorresti spiegare ai lettori di “Nigricante” cosa intendi dire con questa affermazione e perché hai deciso di iniziare a fare politica in prima persona?

Valentino Cerrone. Raccogliere questa “sfida”, tale è per me la portata di tale impegno, è tanto più necessario proprio in questo frangente storico, nel quale il mio circondario e la mia città depressi economicamente e socialmente, si trovano a fare i conti con durissime sfide in un mondo che va a 200 km/h. Purtroppo, una delle molle che mi ha spinto a metterci la faccia è la circostanza che in tale contesto ho visto due elementi per me pericolosi: a) da un lato nella politica, il riemergere di schemi vetusti e sbiaditi, la mancanza di una sobrietà che cozza con la crisi che attanaglia le famiglie, b) dall’altra nella cittadinanza, anche di quella un po’ più impegnata, il disinteresse nel vaglio dei progetti politici, la voglia di abbandonarsi ad una delega plebiscitaria, anche a quelle leadership presuntuosamente demiurgiche che affermano in maniera molto autoreferenziale di risolvere tutti i problemi, nella quale si colgono tratti del pensiero di Montaigne scolpito “nella servitù volontaria”. Insomma, tutto il contrario di quella democrazia dal basso che nei momenti più critici è capace di autorigenerare tramite le proprie scelte e critiche l’intera classe politica, locale e nazionale.

N. Con quale schieramento politico ti presenterai alla prossima tornata elettorale e quali sono le tematiche sociali, politiche ed economiche che ti appassionano maggiormente e che costituiscono in un certo qual modo il tuo ‘manifesto politico’?

V.C. Lo schieramento politico con il quale mi presento è una lista civica che prende il nome di ‘patto democratico’ e che politicamente abbraccia tutte le forze del centrosinistra, della sinistra e pezzi della società civile, che hanno trovato una sintesi nel candidato sindaco. Tale progetto, al quale ho aderito, è ambizioso, a mio modo di vedere, e che spero sarà premiato anche dall’elettorato, per una serie di ragioni. Innanzitutto, si sente sempre rimproverare la mancanza di “nuovi volti” e competenze specifiche: basterà scorrere la lista per notare, accanto a personalità che già hanno amministrato, l’inserimento massiccio di “nuovi”, facilmente riscontrabile dalle nostre date anagrafiche, nonché la variegata competenza di questi. Ognuno ha una propria storia professionale e personale, nessuno ha interpretato come professionismo l’impegno politico. Un rischio forse in termini di consenso elettorale, rispetto agli altri competitori, ma un “impegno sociale” autentico. Con riferimento al manifesto politico, ritengo che più che promettere una miriade di cose irrealizzabili, o vantare poteri paranormali, sia giusto impostare gli indirizzi politico-amministrativi di breve termine e di lungo termine. Secondariamente, sforzarsi di rompere con il passato, in favore di un modello amministrativo che coniughi partecipazione e coinvolgimento cittadino con efficienza e decisionismo dell’azione di programmazione e governo locale.

N. Visitando il tuo interessante blog – “La mia Babele” – in cui tra l’altro analizzi in maniera acuta alcuni temi caldi a livello sociale, economico e politico, leggo nella presentazione: “Babele, confusione, fracasso, luogo di disordine e corruzione materiale e morale… Viviamo in una moderna babele popolata da rozzi e cibernetici neoprimitivi: come un alieno mi muovo cauto ma non per questo determinato… con in mano il lume della fioca razionalità e nella faretra armato di mille e imprevedibili dardi.” In Italia chi sono secondo te i “rozzi e cibernetici neoprimitivi” e come giudichi l’attuale scenario socio-politico e culturale italiano? Tra gli “imprevedibili dardi” c’è anche la tua decisione di proporti come alternativa politica?

V.C. La decisione di aprire un blog, per me è già stato un qualcosa di rivoluzionario, in quanto amo discorrere, ma non esternare le mie impressioni. Ho scelto di intitolarlo “La mia babele” per sottolineare lo smarrimento che mi coglie molto spesso quando osservo il quotidiano. Si sono rotti i legami che tenevano insieme le varie componenti della società, come hanno sottolineato personalità del calibro di Montezemolo o Scalfari; è come se vi fosse una poltiglia sociale, nel quale l’unico imperativo è badare al proprio tornaconto personale anche contro la collettività, che alla fine tocca e influisce sul nostro privato. In questo scenario, rozzi e cibernetici signori degli anelli, sono tutti coloro che, dall’agone politico passando per quello economico ma anche culturale, pur non avendo eccelse capacità morali e materiali, cavalcano cinicamente le debolezze dei nostri tempi per trarne profitto o visibilità.

No, tra i dardi non c’è la mia scelta di dare il mio contributo modesto alla politica, in quanto non mi ritengo investito né di poteri salvifici, né di essere l’Obama di turno, come molti dai propri proclami fanno trasparire.

N. Internet e politica, blog e politica: che potere ha la rete?

V.C. Ha un grande potere la rete: senz’altro facilita la diffusione di informazioni e risveglia la partecipazione, ma credo che in un contesto di sfiducia e spossatezza nelle istituzioni un eccesso di bombardamento sia controproducente, per la partecipazione stessa, nonché per la qualità del messaggio politico. Insomma, non di una brillante operazione di marketing ha bisogno il cittadino, ma di vagliare coloro che aspirano ad amministrare, spero solo pro-tempore, il Comune. C’è bisogno di confrontarsi, non di isolarsi nei palazzi del potere. Anche a costo di incassare qualche reazione forte dei cittadini.

N. Come giudichi l’attacco al sistema giudiziario da parte di una certa classe politica? Stiamo vivendo in un’epoca di “dittatura dolce”? C’è bisogno seconde te di un “risveglio” delle coscienze oppure la politica è destinata a svolgere un ruolo collaterale al vero potere, quello economico e ‘videocratico’?

V.C. Ma a livello giudiziario sono i dati che ci inchiodano: basta fare un giro per le cancellerie dei tribunali per capire quali siano le priorità vere della giustizia. Su questo tema ci vorrebbero ore per farne emergere tutte le storture e i punti dolenti. Comunque sì, si sta scivolando verso una dittatura dolce, nel senso nobile di questa espressione, il cui antidoto è il risveglio e la riappropriazione degli spazi pubblici da parte dei cittadini. Il rischio è una deriva dello strumento politico a mera cinghia di trasmissione di interessi particolari.

N. Referendum del 12 e 13 giugno 2011: acqua, nucleare, legittimo impedimento… Quale è la tua posizione in merito ai quesiti referendari proposti?

V.C. Penso che a prescindere dal modo di interpretare i tre quesiti sia doveroso per gli italiani partecipare: lo strumento referendario tipico di democrazia diretta, è stato nel corso della storia frutto di sacrifici anche in termini di vite umane, e troppo spesso lo dimenticano gli attori politici.

Nel merito è necessario arginare tutte quelle posizioni contrastanti con l’interesse collettivo, per cui  tre “SI”.

N. Che idea ti sei fatto delle recenti rivoluzioni nordafricane e mediorientali? Come giudichi la risposta della politica italiana? (Mi riferisco al fenomeno degli sbarchi e all’interventismo militare in Libia della cosiddetta “Coalizione dei volenterosi”).

V.C. Ma dal punto di vista del sommovimento popolare, se si tratta di rigenerare una classe politica autocratica e in alcuni paesi oppressiva, allora sono pienamente d’accordo. Purtroppo registro, sia a livello mondiale che europeo, il ritardo nel leggere una situazione ampiamente prevedibile, che si sconta con risposte frammentate, dalla coalizione dei volenterosi, nella quale un ruolo guida lo doveva avere l’Onu e la Nato, nonché la UE, alla problematica degli sbarchi, ma soprattutto cosa che mi spaventa di più alla transizione politica di quei paesi, nei quali non capiamo chi la guiderà e quale sarà il prodotto socio-politico.

Con riferimento agli sbarchi si colgono e si scontano tutte le contraddizioni della nostra politica europea, nella quale non abbiamo mai posizioni nette e comprensibili: le legittime rivendicazioni italiane a non essere lasciati soli nella gestione del problema devono fare i conti con accordi internazionali da noi firmati e ratificati, che ci impongono precise procedure. Ma anche un certo lassismo europeo, per un problema che non tocca solo i paesi del Mediterraneo, quali Spagna, Italia e Grecia. Di questo tema ho trattato nel mio blog più precisamente.

N. Disoccupazione, disagio sociale, ‘alienazione’… Sentirsi ‘alieni’ nel proprio paese, tra la propria gente. Molto spesso, troppo spesso, la politica in Italia viene percepita come uno strumento conflittuale e socialmente improduttivo che serve a mantenere il potere tra un’elezione e l’altra. Cosa significa per te ‘fare politica’?

V.C. Premesso che non ho interessi particolari o personali da conquistare o difendere, sono pienamente indipendente e sereno. Non debbo obbedire a nessuno se non alla mia coscienza civica. Per me l’impegno politico è un qualcosa che deve nobilitare e non imbarbarire l’animo. Sarebbe un’esperienza utile un po’ per tutti: per i cittadini, avvezzi spesso ad una sterile critica, affinché si rendano conto di quanto sia complesso far funzionare una “macchina pubblica”; ma anche e sopratutto per i politici di lungo corso che dovrebbero vedere con positività tutte quelle forze che vogliono dare un proprio contributo. Negli altri paesi europei, spesso proprio da tale bacino si sono colte innovative soluzioni a problemi complessi, e a costo quasi zero.

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4 Risposte to “Rigenerare la politica: intervista a Valentino Cerrone”

  1. Serpico for president!

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  2. Che onore Mike grazie di cuore, la cosa mi imbarazza anche un pò:)è strano sentirsi candidati..

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