Black out

Dopo cena, come un antico personaggio di storie spettrali mai più raccontate, mi incamminai verso la mia stanza per leggere. Sedendomi in poltrona cercai una posizione adatta per distribuire sul libro il fascio di luce derivante dalla candela. Avvicinai le pagine del “Moby Dick” di Melville e cercai di distinguere nel modo migliore le lettere stampate, nonostante i tremolii della mia fiammella esultante, forse, a causa di una sua riabilitazione storica. Improvvisamente ebbi la sensazione di rivivere (è proprio il caso di dire) sotto un’altra luce le scene dell’invasato Achab sul ponte del Pequod e sembrava quasi di vedere proiettate sul muro della mia stanza le sue allucinazioni insonni e le sue febbricitanti promesse di una caccia alla Balena Bianca che lo avrebbe visto sconfitto.

Rividi le luci delle caldaie del Pequod mentre scioglievano il grasso delle balene uccise e le fiammelle della stiva di prua dove dormivano gli esausti marinai delle impavide lance.

E mentre stavo per arpionare Moby Dick sul soffitto della mia stanza, ecco che fece ritorno, quasi a malincuore, la corrente elettrica e quindi la luce

(tratto da Elettroshock)

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