Psicogeografia agostana

“Tutta mia la città!”

La crisi economica avrebbe determinato le nuove scelte turistiche degli italiani, ma io non ci credo. È sempre esistito uno zoccolo duro di ‘custodi della città’ durante il periodo estivo. Essere insensibili al richiamo nevrotico dell’uscita turistica a tutti i costi rappresenta la scelta cinica e anticonformista dell’uomo metropolitano: una presa di posizione filosofica ed esistenziale che va oltre la mera disponibilità economica. Una filosofia del recupero che non interessa solo gli oggetti, ma anche i luoghi e certi stati d’animo dimenticati, ad essi legati. Si sceglie l’immobilità come se fosse un pacchetto turistico acquistato in agenzia. Un’immobilità che diventa l’occasione per un’esplorazione accurata (e rivalutazione) del proprio ecosistema inflazionato; una non-partenza che paradossalmente è motivo di scoperta. Il contrasto tra immobilità e vitalismo isterico, magistralmente rappresentato nel film cult di Dino Risi “Il sorpasso”, esiste dal momento in cui è esistito il dualismo tra il “consumare per essere” e “l’essere per consumare”; tra il non fare senza pentimenti e il disperato presenzialismo.

Ma quando si ha la fortuna di poter sperimentare la dolce solitudine metropolitana, allora succedono cose interessanti: il quotidiano diventa insolito; l’ovvio acquista un fascino non calcolato;  le strade abituali e semi-deserte usate come assolati laboratori psicogeografici, forniscono elementi di studio in altri momenti dell’anno difficili da captare. Svuotata dalla gente che di solito anima i negozi aperti e le vie di comunicazione, la città effettua in maniera inesorabile la sua autodiagnosi di ‘claustrofobia architettonica’: capiamo finalmente come un meccanismo feroce di palazzi e lingue asfaltate e trafficate possa influenzare nell’intimo il pensiero (e le azioni) dell’uomo inconsapevole. Solo grazie allo svuotamento atipico possiamo valutare quelle forme urbane che a lungo andare fanno male (o bene) all’animo di chi vi abita. Siamo ciò che mangiamo. Scriviamo, pensiamo come ciò che abitiamo: un livello superiore del discorso che ci porterebbe verso quella che io definisco “psicogeografia della scrittura”

La vacanza spesa in città si trasforma in senso del possesso di spazi pubblici: “La piazza è mia! La piazza è mia!” – ci teneva a far sapere ‘lo scemo del villaggio’ del film di Giuseppe Tornatore “Nuovo Cinema Paradiso”. Che, forse, non era del tutto scemo. O come cantava il disperato in amore nella canzone “Tutta mia la città” degli Equipe 84, rivisitata alcuni anni fa da Giuliano Palma: “… Tutta mia la città, un deserto che conosco…!” Conoscere il proprio deserto significa essere padroni del proprio spazio e del proprio tempo senza cadere nell’isterismo di massa: saper stare anche da soli per riscoprire l’immagine scarificata dei luoghi che frequentiamo distrattamente e in maniera automatica, spinti dalle pressioni del vivere civile, dai pericoli urbani che ci distraggono dal dettaglio, suggestionati dagli sguardi sospettosi delle persone ‘normali’ che non si pongono domande.

Approfittando del deserto urbano imposto da una certa pseudocultura e dal marketing del movimento stagionale, viene naturale concedersi un esperimento di “psicogeografia” su due ruote: una videocamera fissata sul manubrio di una bicicletta, una città quasi deserta a Ferragosto, la ricerca di una deriva psicogeografica estiva, l’elogio dell’anti-turismo… Le immagini affidate al caso e all’estro del ciclista svelano la “città nuda”. Come colonna sonora i rumori stradali di una cittadina di provincia e di una pedalata tranquilla e costante, interrotta da qualche stridente frenata d’ufficio.

2 Risposte to “Psicogeografia agostana”

  1. […] Psicogeografia agostana […]

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  2. […] che ho effettuato lo scorso 15 agosto 2011 (già oggetto di un mio precedente post intitolato “Psicogeografia agostana”) che il ‘curatore’ della suddetta pagina, ritenendola interessante ai fini […]

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