Filosofia del viaggio

Vuoi riscoprire la religione dei tuoi padri? Abbandona le chiese frequentate da tua madre e immergiti nella religiosità del mondo. Vuoi imparare ad apprezzare i valori del tuo paese? Dimentica la tua provenienza, rifiuta il tuo senso d’appartenenza e perditi lungo i sentieri della terra. Vuoi conoscere i segreti della via in cui abiti? Sali su una montagna e osserva dall’alto i movimenti di chi è rimasto.

Viaggiare significa rompere le acque uterine della schematicità esistenziale, realizzare un’idea coltivata per mesi e anni, andare a toccare con mano il sogno; significa rivendicare con orgoglio la propria diversità, interrompere il controllo, imparare a sospendere il giudizio in attesa di indizi culturali, mettersi alla prova dal punto di vista caratteriale e pragmatico.

Dall’effetto adrenalinico causato dalla decisione di partire all’atto di fede di chi si mette finalmente in strada; dalla meticolosità organizzativa all’apprendimento osmotico e rilassato lungo le vie nuove, tra le folle sconosciute, percorrendo città che forse non rivedremo mai più. Viaggiare è desiderare: muovere il proprio corpo verso mete lontane, impegnarsi per raggiungere l’obiettivo, concedersi al mondo e aprire tutti i canali sensoriali per ricevere gli insegnamenti fisici e metafisici del luogo visitato.

Ma viaggiare è soprattutto ritornare. Per ricominciare.

Dalla bandella di “Filosofia del viaggio – Poetica della geografia” (Théorie du voyage: poétique de la géographie) di Michel Onfray: <<Nell’era di internet, delle comunicazioni rapide, del turismo low cost, della più veloce tecnologia audio e video, quando il mondo, tutto il mondo, sembra a una manciata di minuti da noi, pronto a essere guardato, toccato e mangiato, giunge, inaspettata, una domanda. Esiste ancora il viaggio? E che cos’è il viaggio, chi è il viaggiatore? Ci ricordiamo da dove viene la voglia di aprire un atlante, l’eccitazione di puntare il dito su una qualunque regione del globo, la voce straniera che ci ingiunge di andare?
Michel Onfray è qui con questo piccolo prezioso libro per aiutarci ad aprire nuovamente gli occhi e guardare alla scoperta, per mostrarci come sia possibile, senza aver programmato il come e il perché, chiudere uno zaino, girare la chiave nella toppa e voltare le spalle alla porta di casa per lasciare spazio ai sensi ritrovati che, soli, liberi da guide e manuali, ci condurranno a scoprire i colori dell’altrove e gli odori dell’ignoto. Per tornare, certamente: perché del viaggio fa parte anche il ritorno, non ricchi di cose ma ricchi di diversità, della diversità che dona un senso all’essere partiti.>>

 

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