Elogio della sottolineatura

Vi è mai capitato di cominciare a vedere un film e non ricordare di averlo già visto? Mentre altre pellicole vi restano stampate a fuoco nella memoria al punto tale da anticipare le battute degli attori? Perché un’opera d’arte (un film, un libro, un quadro, una musica) vi scivola addosso senza lasciare traccia mentre altre no? Ascoltando un brano musicale, osservando una tela dipinta, leggendo le pagine di un libro, il cervello sottolinea le parti più importanti, o meglio, quelle che ritiene istintivamente più importanti (se ce ne sono) in base all’esperienza, ai gusti, alla sensibilità, al momento, al tipo di ricerca che caratterizzano l’esistenza del soggetto a cui appartiene il cervello in questione. E sono proprio queste parti, questi dettagli che costituiscono i “marker” di un’opera, che la rendono indimenticabile. Non tutti sono capaci di individuarli e non tutte le opere posseggono dettagli memorabili: ma ciò dipende da caso a caso, da lettore a lettore. Un dettaglio insignificante per noi potrebbe essere fondamentale per qualcun’altro. È la democrazia della priorità.

Affermava Ennio Flaiano: “Giorni indimenticabili della vita di un uomo sono cinque o sei in tutto. Gli altri fanno volume.” È umanamente impossibile poter ricordare a memoria un intero libro, e forse è anche inutile: ci riuscivano, spinti da motivazioni urgenti, solo i famosi uomini-libro nel romanzo “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury. Noi comuni mortali dalla memoria corta, che non viviamo in una società che brucia i libri (non ancora!), possiamo concederci il lusso di concentrare la nostra attenzione sui dettagli.

L’arte della sottolineatura ha come obiettivo proprio quello di riuscire a condensare in poche frasi, in qualche stralcio di una certa consistenza, il concetto portante di un libro. Non tutto ciò che scrive uno scrittore è importante da ricordare: sarebbe presuntuoso e fuorviante ammettere il contrario. E non mi riferisco alla “trama” nel caso di un libro di narrativa perché anche in quel caso ci dilungheremmo: una storia raccontata in un libro di ottocento pagine possiede un nucleo breve e indipendente dal testo partorito dalla mente dello scrittore. Una complessa dissertazione, nel caso della scrittura saggistica, può ruotare intorno a una frase o a un brano; una poesia addirittura intorno a una singola parola o a un verso. Riuscire a isolare queste “parti” significa praticare l’arte della sottolineatura. E la matita, questo strumento così povero, è l’oggetto fondamentale di un’arte che non deve appartenere solo al noiosissimo periodo scolastico (durante il quale si tende a sottolineare troppo e male perché si crede erroneamente, così facendo, di memorizzare sottolineando tutto in vista di qualche interrogazione o di altre stupidaggini pseudo didattiche) ma anche a quello successivo. Bisognerebbe fare la punta alla matita anche durante la cosiddetta età della ragione.

Molti ancora oggi si ostinano a credere che memoria sia sinonimo di intelligenza solo perché imparano a memoria qualche poesia per stupire i parenti durante le cene. Scriveva Beniamino Placido: “Conoscere non significa ricordare, ma sapere in che libro andare a cercare.” La sottolineatura crea un legame eterno e inscindibile tra il lettore e il libro. E se siete degli utilizzatori di e-book non vi preoccupate: anche voi potrete continuare a sottolineare i vostri libri elettronici e ad aggiungere note ai lati.

Scrive Umberto Eco nel suo saggio “Come si fa una tesi di laurea”“Se il libro è vostro non esitate ad annotarlo. Non credete a coloro che dicono che i libri vanno rispettati. I libri si rispettano usandoli, non lasciandoli stare. Anche se lo rivendete a una bancarella vi daranno solo due soldi, tanto vale lasciarvi i segni del vostro possesso.” Quanta umile saggezza in queste semplici parole scritte da un grande uomo di cultura.

Ancora Eco in un suo articolo per Repubblica: “L’amatore della lettura, o lo studioso, ama sottolineare i libri contemporanei, anche perché a distanza di anni un certo tipo di sottolineatura, un segno a margine, una variazione tra pennarello nero e pennarello rosso, gli ricorda un’esperienza di lettura. Io possiedo una Philosophie au Moyen Age di Gilson degli anni cinquanta, che mi ha accompagnato dai giorni della tesi di laurea a oggi. La carta di quel periodo era infame, ormai il libro va in briciole appena lo si tocca o si tenta di voltarne le pagine. Se esso fosse per me soltanto strumento di lavoro, non avrei che a comperare una nuova edizione, che si trova a buon mercato. Potrei persino impiegare due giorni a risottolineare tutte le parti annotate, riproducendo colori e stile delle mie note, che cambiavano durante gli anni e le riletture. Ma non posso rassegnarmi a perdere quella copia, che con la sua fragile vetustà mi ricorda i miei anni di formazione, e i seguenti, e che è dunque parte dei miei ricordi.”

E dall’arte della sottolineatura e dell’annotazione bisognerebbe passare all’argomento altrettanto affascinante dei libri usati che nella maggior parte delle volte sono anche sottolineati e “adornati” con note a volte compromettenti perché in esse il lettore si confessa sotto istigazione dell’autore. Molti intravedono nella vendita dei libri usati sottolineati una svalutazione commerciale degli stessi: eppure quanta vita vissuta scaturisce da quei testi sapientemente maltrattati. E la cosa curiosa è che cambiando proprietario e subendo una seconda opera di sottolineatura, ci accorgiamo, senza stupirci più di tanto, che le parti che interessavano al precedente “padrone” non sono le stesse che interessano a quello successivo. Nuove sottolineature, una nuova sensibilità, un’altra angolazione di lettura, ricerche personalizzate che sondano altri aspetti e altre zone scritte del testo. Quindi la conferma che un libro dal punto di vista editoriale è unico, ma coesistono centinaia o migliaia di libri paralleli a quell’unico, tanti quanti sono i lettori.

Diffidate di quei lettori che non sottolineano i propri libri: si tratta di persone insicure e garbatamente ipocrite che hanno paura di imparare e di evidenziare ciò che conta in un testo. Persone che si atteggiano a intellettuali. Il vero intellettuale è uno che sporca! Temono di offendere l’autore, valorizzano il “volume” a cui accennava Flaiano e così facendo conservano intatta, dietro le pagine immacolate delle loro inutili letture, una certa propensione al qualunquismo.

12 Risposte to “Elogio della sottolineatura”

  1. Delle volte è come se fosse un’esigenza. Il libro lascia dei “segni” in noi da qualche parte sottopelle, nella mente, nel cuore.. e noi come a porgergli un tributo lasciamo dei “segni” in lui, tra le sue pagine, nei piccoli spazi in bianco, sottolineando paragrafi interi o piccole frasi. Un po’ come se facessimo lui delle “carezze”, gli donassimo qualche attenzione in più meritata. È quasi un tentativo di “amalgamarsi” in qualche modo.
    Non leggo mai un libro senza avere la mia matitina sempre con me, ormai è una mania; ho la necessità di firmare il testo, sottolineare, scrivere l’ora e la data del giorno in cui lo termino e in ultimo, lasciare anche un commento con sensazioni, pareri, pensieri “a caldo”. Perché lo faccio? Anche per lasciare una “piccolissima” traccia di me per chi verrà dopo. Mania di grandezza? No.. affatto.. Solo una “carezza” posticipata, un abbraccio, “una voce”.. da far conoscere e sentire.. a qualcuno!

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    • Molte cose da te elencate le faccio anch’io: non sono manie, ma personalizzazioni in coda a un’emozione… voglia di eternità da lettore insieme a quella dell’autore che ha aperto il suo universo a tutti noi. Ciao maniaca!😛

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  2. Sottolineo tutti i libri. I miei libri dopo la lettura diventano vecchissimi. Sono vissuti. Macchie di caffè, disegni, appunti, pensieri. E mi piace vedere le sottolineature degli altri, sono spunti di riflessione, permettono di conoscere meglio il libro e il suo lettore. E poi dai giornali strappo le pagine che trovo interessanti, anche queste piene sottolineature. E le conservo.
    Complimenti per il blog, mi piace. Tornerò spesso
    Rosalba

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    • Grazie! Sarai la benvenuta…
      p.s.: anch’io conservo articoli di stampa che a volte sottolineo… Da un certo periodo acquisto molti libri usati su un sito online che si occupa di libri usati appunto e quando mi preannunciano che ci sono molte sottolineature (pensando ad una svalutazione del prodotto) rispondo che il libro ha un’anima… e che non è un problema per me. Loro lo vendono a un prezzo minore e io guadagno un oggetto vissuto che rivivrà con me… Sono punti di vista…

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  3. francis974 Says:

    Hai ragione! Hai scritto pensieri che potrebbero essere miei. Eppure ho un’anima “doppia” (solo?) Sono una bibliotecaria eretica. Rispetto le regole del servizio che erogo e quindi non sottolineo, conservo, tutelo, rispetto i documenti delle biblioteche. Ma ho un bisogno fisico di possedere i libri e quindi, quando sono miei, sento l’urgenza di sottolineare, appiccicare Post-it quando sono veramente troppo “alti” per essere inquinati da me. Sottolineo (o comunque lascio un segno, a matita in un codice mio, quando sono colpita, sottolineo quando non capisco per tornarci sopra, sottolineo a volte in modo emozionale, a volte “tecnico”… E quando torno a rileggere spesso trovo nuove porte aperte, nuove tracce da seguire, diverse da quelle che magari avevo individuato in passato!

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  4. Devo dire che sottolineo raramente i libri che leggo. Mi capita, invece, di isolare frasi di canzoni durante l’ascolto. Nel “caos” globale generato a random del mio ipod, c’è quella frase che rimbomba chiara e insistente nella mia mente e non può essere ignorata. Probabilmente il mio cervello si immedesima in quelle parole ed è come prendere coscienza di uno stato mentale spesso latente.

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    • L’ultima frase del tuo commento è particolarmente importante. Il fatto di sottolineare una frase (o di “aggrapparsi” a una frase ascoltata) è un modo per riconoscere aspetti latenti dell’io interiore, come dici tu.

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  5. ehm… non credo di aver mai sottolineato nessun libro in vita mia🙂 in realtà pongo la sottolineatura dei libri al pari del far foto per ricordare e ricordarsi: preferisco rimembrare (se riesco) piuttosto che fissare, perché ogni cosa deve avvenire in me, e non evocata, non devo ricostruire la memoria (probabilmente in modo fasullo) attraverso delle righe, delle immagini, qualcosa di esogeno insomma, perché il processo deve avvenire usando soltanto le mie percezioni interiori. ha i suoi vantaggi ciò, e ovviamente anche svantaggi, come il bisogno di ricreare continuamente il climax per viverlo. è un sistema farraginoso, ma istintivo.

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