Ubiquità

<<… Per essere se stessi bisogna imparare a essere ovunque; l’ubiquità è l’unica cura contro il senso d’appartenenza che ci rende pavidi e sospettosi. La decontestualizzazione non dovrebbe essere solo lo sport preferito da intellettuali radical chic e poeti borderline, bensì una seria pratica filosofica adottata dall’uomo “comune” ma pensante.

Avete mai provato la sensazione di vivere con il vostro corpo in un luogo provvisorio e gravidico, in eterna attesa di una partenza non decisa da altri ma da orologi interiori che ignoravate di possedere e il cui ticchettio diventa ogni giorno più insistente?

Avete mai provato la sensazione di sapere esattamente chi troverete in un certo angolo della vostra città e quando, perché ormai profetizzate e prevenite schemi mentali e fisici già vissuti? Perché ormai conoscete a memoria le abitudini di chi vive al vostro fianco e, quel che è più grave, conoscete già il vostro ruolino di marcia.

Avete mai provato la sensazione che una buona connessione internautica valga molto più di una scialba passeggiata tra volti e vie che si ripetono come esasperanti déjà vu di un passato di cui non riuscite a liberarvi?

Ebbene, se vi capita o vi è capitato di provare tutto ciò, vuol dire che il vostro processo di decontestualizzazione è già in atto da tempo. E che voi non stavate facendo granché per assecondarlo e svilupparlo…>>

(da “La bistecca di Matrix”, pag. 6-7)

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