Segnali dal futuro

L’importanza del linguaggio dei numeri; il confronto non solo su un piano filosofico tra determinismo e caso; la nostra impotenza dinanzi alla storia universale; la necessità di compiere esercizi mentali sul domani: questi e molti altri gli elementi contenuti nel film “Segnali dal futuro”.

Gli abitanti del pianeta Terra anche in questo caso svolgono egregiamente la loro parte di esseri ciechi e inconsapevoli ma protetti dalla costante presenza storica di “alieni/angeli custodi” capaci, forse grazie a dei viaggi nel tempo, di suggerire agli umani prescelti – sussurrandola – una “mappa numerica” per evitare disastri naturali, incidenti e giungere sani e salvi all’appuntamento con la salvezza, propria e dell’umanità. È facile non parlare di caso quando si ha la possibilità di conoscere il futuro, viaggiando in esso. La sequenza di numeri apparentemente senza senso, affidata dagli alieni alla piccola Lucinda nel lontano 1959, sembra il risultato dell’incontro tra la successione di Fibonacci e le profezie di Nostradamus. Mentre gli altri bambini disegnano “cose normali” come razzi spaziali, astronavi, la bambina prescelta riempie il proprio foglio con dei numeri: in questo preciso istante nel film diretto da Alex Proyas avviene l’ennesimo sorpasso della fantascienza classica (hard) da parte di una science fiction che utilizza ancora alieni, astronavi, mondi lontani e viaggi spaziali, è vero, ma che in realtà è concentrata sull’uomo, sul suo viaggio interiore, sul suo destino qui sulla Terra, su quegli elementi quotidiani e banali mai sufficientemente correlati; una fantascienza che indaga sui segni disseminati nella storia e puntualmente ignorati.

La numerologia supera l’astrofisica; l’esegesi biblica del libro di Ezechiele è affiancata allo studio sui brillamenti solari. C’è un momento, nella storia dell’uomo, in cui il razionalismo appare impotente dinanzi ai “frammenti di un insegnamento sconosciuto” ma presente sotto forma di segnali che non sappiamo decifrare. L’elogio della presunta pazzia di Lucinda, però, tarda ad arrivare.

L’oggetto che più mi affascina nel film è la capsula del tempo, magistralmente usata per trasferire nel futuro (2009) un messaggio anacronistico, terribile e al tempo stesso salvifico, che non può e non deve invecchiare. Ho voluto leggere nell’atto di conservare i disegni fatti dai bambini, forse forzando la mano ai contenuti, un significato collegato a chi si occupa, leggendola e soprattutto scrivendola, di letteratura fantascientifica: gli scrittori di fantascienza sono come dei bambini che affidano al tempo i propri “disegni” riguardanti il futuro. I libri sono le loro “capsule del tempo”; i lettori i testimoni della profezia. Un messaggio dal futuro, sebbene partorito dalle loro menti attuali, sul futuro, ma che incide sul presente: proprio come i numeri lasciati in eredità dagli alieni alla piccola Lucinda.

Il bambino (Caleb) non è sordo ma ha bisogno di un apparecchio acustico per sentire meglio: forse un riferimento all’umanità che a volte, come dimostrato nel corso della storia, ha bisogno di un piccolo aiuto per sentire, per interpretare i segni, per correggere il proprio cammino. Eppure “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”, afferma un vecchio proverbio.

Un film come questo, distribuito alla vigilia del paventato anno 2012, rischia di essere frainteso: sarebbe troppo facile cavalcare l’onda emotiva di una presunta fine del mondo con tanto di data sul calendario; sarebbe intellettualmente (e scientificamente) onesto pensare invece a una “fine lenta”, diluita nel tempo, sprovvista di precise coordinate temporali ma capace di disseminare lungo il cammino segnali che l’uomo distratto non vede.

Così come mi auguro che questo non sia un film nato seguendo una morale “giovalinista”: lo slogan inflazionato dei “giovani futuro del mondo” ha fatto il suo tempo. I giovani di oggi sono destinati a diventare gli adulti di domani: non c’è niente da fare. Evitabile, invece, è il bagaglio di errori commessi dagli adulti che c’hanno preceduto: ma questo è possibile solo grazie a decisivi esercizi di futurologia e non certamente basando le proprie speranze su un buonismo fallimentare che si ripete ciclicamente.

Fastidiosa ma necessaria l’atmosfera inesorabile in stile “Final Destination” che si respira nel film; ma ancor più fastidioso è il finale alla “E.T.” che edulcora per motivi sentimental-commerciali una pellicola che invece andava lasciata senza fronzoli spielberghiani fino alla fine. È come se certi registi avessero paura di restare seri fino in fondo, rispettando il messaggio centrale che è più importante. Ma forse mi sbaglio.

Una Risposta to “Segnali dal futuro”

  1. muy bueno como siempre y realista !
    a presto .Maria

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