Un drop out di nome Steve Jobs

Il discorso di Steve Jobs ai neolaureati di Stanford dovrebbe essere ‘studiato’ nelle scuole e distribuito o fatto vedere nelle aziende, nelle piazze, negli ospedali, nelle sedi di partito, negli orfanotrofi… Ovunque.

È un discorso interessante dalla prima all’ultima frase, ma la parte che secondo il mio punto di vista costituisce il cardine della “filosofia eretica” del cofondatore di Apple è quella in cui spiega, paradossalmente, proprio a dei neolaureati il suo personale “elogio dell’autodidattica”:

<<… Io non mi sono mai laureato. […] Ho abbandonato gli studi al Reed College dopo sei mesi, ma vi sono rimasto come imbucato per altri diciotto mesi, prima di lasciarlo definitivamente. Allora perchè ho smesso? […] Ingenuamente scelsi un’università che era costosa quanto Stanford, così tutti i risparmi dei miei genitori sarebbero stati spesi per la mia istruzione accademica. Dopo sei mesi, non riuscivo a comprenderne il valore: non avevo idea di cosa avrei fatto nella mia vita e non avevo idea di come l’università mi avrebbe aiutato a scoprirlo. […] così decisi di abbandonare, avendo fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. OK, ero piuttosto terrorizzato all’epoca, ma guardandomi indietro credo sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’istante in cui abbandonai potei smettere di assistere alle lezioni obbligatorie e cominciai a seguire quelle che mi sembravano interessanti…>>

In questo stralcio del suo discorso, l’inventore del personal computer (per la cronaca, “jobs” in inglese significa ‘lavori’, ‘mestieri’) riassume con il senno di poi tutti gli elementi, in fase embrionale, che avrebbero caratterizzato lo Steve Jobs drop out, fricchettone mistico e buddista zen; lo Steve Jobs minimalista, eretico, garagista, calligrafo, visionario, pirata, de-gerarchizzante, genio. Affamato e folle. Drop out è chi rinuncia agli studi, abbandonandoli, scegliendo una sorta di emarginazione volontaria da un circuito prestabilito che va bene per chi non pretende molto dalla propria vita, ma si accontenta di un posto (qualsiasi) nel sistema. Per chi sceglie di non creare. Drop out significa letteralmente “lasciare cadere fuori” (anche se la traduzione ufficiale è “abbandonare gli studi”, “ritirarsi”, “smettere di studiare”), come l’acqua che fuoriuscendo da un contenitore si adatta inizialmente alla gravità e alle forme solide che incontra: sembrerebbe un liquido ormai disperso, sprecato, destinato a evaporare, irrecuperabile. Ma così non è: il liquido che consideriamo ‘perso’ sta solo cercando la propria strada, attraversando materiali permeabili e sostando nei pressi di quelli impermeabili in attesa di tempi migliori durante i quali poter scivolare via: un concetto decisamente zen dell’esistenza. Abbandonare un percorso specialistico per avere una visione più ampia dei meccanismi quotidiani che governano il mondo, per “smontare la vita” e vedere come è fatta dentro, per sviluppare un pensiero eterogeneo lontano dai dogmi, per carpire le esigenze dell’uomo della strada, per essere liberi di scegliere il proprio futuro auto-plasmandosi, per vivere in maniera trasversale.

Mi tornano inevitabilmente in mente le parole di Martha Medeiros:

“Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno.”

Steve Jobs non è morto lentamente: è morto l’altro giorno, in qualità di organismo, per una malattia chiamata cancro.

Steve Jobs ha cercato di dire a quei nuovi dottori di Stanford che gli assegni staccati dai propri genitori per pagare gli studi, il prestigioso “pezzo di carta” incorniciato e messo in bella vista nello studio, i master, i vestiti firmati, gli stipendi con molti zeri, il titolo di “dottore” sul citofono di casa, non servono assolutamente a nulla se non si hanno delle idee che ossessionano in maniera sana, se non si adotta al di là dei libri letti la filosofia del learning by doing, se non si ha il coraggio di imparare ciò che interessa (anche se accademicamente incoerente) senza per questo doverlo dimostrare durante un esame universitario…

“Think different” e non avere paura di essere differente: si può anche avere una laurea in filologia romanza e fare la cassiera in un supermercato per sopravvivere; l’importante è individuare le cose interessanti che ci fanno vibrare, gli obiettivi che come dei tarli ci torturano spingendo il nostro corpo, appena svegli la mattina, verso un lavoro da terminare, un sogno da materializzare, una pazzia da dipingere tra i saggi sberleffi di chi ha raggiunto la pace dei sensi e una mortificante età della ragione. Non è facile pensarla in maniera differente: ci vuole esercizio; occorrono anni, resistenza e pazienza. E non è detto che alla fine il risultato coincida con un successo.

Non si tratta della solita storia del self made man americano: è qualcosa di più; quella di Jobs è una filosofia di vita applicabile a qualsiasi latitudine, indipendentemente dal “prodotto” che abbiamo in mente.

Ma non tutti sono in grado di darsi fiducia; la lungimiranza è una dote rara: <<…non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che i puntini che ora vi paiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete… Questo approccio non mi ha mai lasciato a terra, e ha fatto la differenza nella mia vita.>>

Grazie Steve.

4 Risposte to “Un drop out di nome Steve Jobs”

  1. Bellisimos ! videos)
    porque cortaste no entendia nada ?
    pero dejalo estar o.k?
    grcias y me alegro de tu post y de tus videos !
    En Zaragoza estamos de Fiestas !
    La maddona del pilar !
    a presto .Maria josé.

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  2. condivido quest’approccio mistico della vita, questo percepire sotto il limite cosa succede, cosa si evoca. jobs, invece, non l’ho mai amato, così come non amo i suoi prodotti.

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