Sabbie mobili

<<Qualcuno potrebbe giustamente obiettare che il bagaglio culturale mutuato dalla società e dalla sua coscienza collettiva, e che vorremmo sovvertire, viene veicolato anche attraverso i nostri amati libri: gli autori che realizzano le opere a cui siamo tanto affezionati non sono loro stessi frutto della società in cui sono nati, cresciuti e nella quale operano in qualità di scrittori? E non sono anche loro condizionati da quel “patrimonio di significati” appartenente alla comunità in cui hanno mosso i primi passi? Certamente, ed è giusto che sia così: sarebbe un fallimento se l’autore scindesse le proprie pagine scritte dalla cultura e dalla precedentemente criticata tradizione (anche linguistica) che lo ha alimentato e sorretto durante le fasi formative e informative della propria esistenza. Altrettanto fallimentare sarebbe, però, il suo impantanarsi in maniera acritica nelle numerose buche dei localismi mentali e della cosiddetta ‘buona letteratura’ (buona per chi?). La tradizione, quella utile, dovrebbe rappresentare il trampolino di lancio della sperimentazione e non una lugubre e fatale distesa di sabbie mobili.>>

(da “La bistecca di Matrix”, pag. 24)

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