Esortazione antifuturista del sabato sera

Esortazione antifuturista del sabato sera

 

                                                 a Gilles Ivain

A te, giovane donna ingabbiata

prigioniera nel caldo abbraccio

lussuoso metallo suvizzato

di un sultano ricco e veloce.

A te, calda vagina del potente

che osservi superba e distante

il mondo metropolitano

proteggi con un vetro i tuoi sensi

da fatiche, fetori urbani e precariati.

A te, sacerdotessa della velocità

che voli verso i divertimentifici

di società in eterna crisi.

A te, custode del focolare su gomma

che difendi con sguardo sospettoso

il tuo benessere luccicante.

A te, emulatrice di maschi alfa

che provi compassione

scrutando il girovago.

A te, che non decostruisci

l’arrogante cilindrata del tuo ego.

Io dico.

Scendi con me, andiamo in giro

a piedi

straniati e sovversivi

scapestrati e rivoluzionari

verso i dimenticati percorsi

della città psicogeografica d’autunno,

riconquista le strade buie e vere

le terre incognite

i vicoli inconsueti dell’anima

che, spaventandoti, esorcizzi

accelerando.

Donna impaurita, schermata, isolata.

Inscatolata, ingannata, rassicurata.

Pagata, ereditata, mascolinizzata…

Riscopri i marciapiedi

della verginità topografica

andando alla deriva, nuda. Senza orario.

Lascia a casa il metallo e l’elettronica

la reperibilità e il motore

la velocità e l’ebbrezza

la plastica pagante e l’eloquenza.

Ritorna sui tragitti scomodi

che precedettero la ricchezza

con l’occhio universale

di chi cammina e finalmente

torna a respirare.

Nostalgica di dettagli

spazi sociali

e affetti urbani atrofizzati.

Prostituisciti sotto i lampioni

dei dialoghi incappucciati ma felici.

Sbarazzati delle tue false sicurezze

delle mappe prestabilite

dai navigatori pseudoculturali

dei discorsi approvati

delle figure umane collaudate

e mai realmente comprese

che tappezzano

le vacue serate mondane.

A te, che sfrecci esuberante

schiacciando gatti e tipi solitari

sotto le ruote inesorabili

del sabato sera,

che non sosti

nell’interzona umanizzante

delle isole luminose.

Io dico.

Un giorno camminerai al mio fianco

durante i profetizzati ritorni preindustriali,

quando l’essere scarificato e muscolare

livellerà gli orgogli tecnocratici.

Privi di impazienza e petrolio.

E gioirai per il dolce freddo

sul volto di un neonato io viandante

per l’imprevista riscoperta

di un’energia interiore assopita

ma non estinta

per la semplicità degli incontri casuali

per la lenta sobrietà di un’esistenza

che non sapevi di poter vivere.  

versione pdf: Esortazione antifuturista del sabato sera

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