L’evoluzione della morte

Suicidio, evoluzione, postumanesimo  

 
<<…Chi l’ha detto che il cancro è più doloroso della solitudine e della depressione? Io non l’ho mai pensato. Esco dalla chiesa facendomi la santa croce, e rivolgendomi al Cristo in croce che troneggia dall’abside mi lascio scappare un: «…mi affido a Te!». Blasfemo? Dipende dai punti di vista.
C’è una donna delusa dalla vita che m’aspetta: quattro figli finiti male, un divorzio alle spalle e l’alcolismo che non la molla. Il coraggio per farla finita non ce l’ha: allora entro in campo io. Stasera le porto il suo “biglietto aereo”. Agisco senza lasciare tracce; tutto secondo i piani; da vero professionista. Il luogo all’aperto ma isolato lo ha scelto lei: non vuole farsi trovare in casa morta. L’arma la scelgo sempre io: è la stessa che uso per ogni caso del nuovo filone. Più rapida della flebo… questo è sicuro.
Il silenziatore applicato alla pistola nascosta nel cappotto e vado all’appuntamento. Ha smesso di piovere. Vado mezz’ora prima per esaminare il luogo e per assicurarmi che non ci siano sbirri nascosti o troupe televisive appostate e pronte a immortalarmi nel caso in cui la disperata, non più depressa, abbia deciso di essere più affarista di me. Tutto libero: il contatto è serio. Mi avvicino, la riconosco: è la stessa della foto mandata via e-mail; per sicurezza le chiedo il nome e il cognome: è proprio lei. La saluto cordialmente come se fossimo in una sala da tè e lei, invece, mi chiede subito: «Si parte?» Le sorrido come per dire sì.
Estraggo l’arma e la punto verso il volto di una persona morta da tempo: almeno interiormente. Non ho bisogno di prendere un respiro profondo: la pressione del mio dito e il pensiero della morte sono saldati in un unico corpo metallico rovente raffreddato solo dall’eternità di quel momento. Un colpo, niente di più: sono preciso, impeccabile e geometrico nei miei gesti. Sono un’opera d’arte dinamica votata alla morte: a volte mi adoro. I soldi sono diventati quasi un particolare, a dire il vero. Il mio, ormai, non è più un lavoro: è una missione.
Aiuto gli altri a non soffrire più…non importa quale sia il male. E questa rivalsa sul dolore, vi confesso, mi inebria.>>
 

Lo stralcio con cui ho voluto cominciare questo post è tratto da un mio vecchio racconto intitolato “Il missionario” (pubblicato su “Micropulp” n.2) riguardante un tema drammatico, quello dell’eutanasia, che periodicamente torna in auge soprattutto grazie a casi eclatanti di cronaca capaci però di riaccendere soprattutto la discussione intorno ai suoi aspetti ideologico-politici tralasciando quelli umani e spirituali ben più importanti. La libertà insita nell’invenzione narrativa mi diede all’epoca della stesura l’opportunità di pensare a un personaggio noir esagerato e per nostra fortuna inesistente, un “professionista della morte”. Uno che per mestiere aiuta i malati terminali a compiere il passaggio estremo operando in maniera attiva e sostituendosi agli interessati nell’ultima fase della loro vita: una tragica figura professionale, volutamente marcata e utilizzata nel mio racconto con finalità provocatorie, da non confondere con quella reale e attuale del medico che si occupa di suicidio assistito, ovvero di un professionista che, dopo aver scrupolosamente valutato insieme al paziente tutte le possibili alternative al suicidio, ha il delicato compito di predisporre le condizioni medico-tecniche grazie alle quali il paziente compie autonomamente il passo finale, ingerendo il farmaco letale (o utilizzando altri metodi di somministrazione scelti caso per caso) fornitogli dal suddetto assistente che non interviene in maniera attiva ma è lì per accertarsi dell’avvenuto decesso (vedi anche suicidio assistito).

Nella parte finale della mia finzione narrativa l’assistenzialismo del personaggio subisce tuttavia una ‘profetica’ evoluzione: a essere interessati alla sua proposta professionale non sono solo i malati di cancro o di altre malattie fisiche degenerative e irrevocabili, bensì anche i malati nell’anima, i depressi.

Il recente caso di Lucio Magri ha riaperto la discussione tra i soliti guelfi e ghibellini della politica italiana sull’eutanasia ma l’ha riaperta questa volta su uno scenario diverso: Magri non era un malato terminale di cancro, non aveva metastasi disseminate nel proprio corpo, non soffriva di una malattia che gli stava lentamente corrodendo gli organi e che lo avrebbe portato a una morte certa. Lucio Magri era depresso: e non è poco, dal momento che la depressione può dare luogo a gravi ripercussioni fisiche, anche se non mortali. Non è poco, ma non basta. E il perché di questa ‘insufficienza di prove’ è presto dimostrata. Nonostante gli sviluppi compiuti dalla scienza sulla conoscenza del funzionamento del sistema nervoso e delle patologie che lo riguardano, siamo costretti ad ammettere che la ‘sede organica della mente’, il cervello, rappresenta per noi ancora un grande mistero (di tipo scientifico e da un punto di vista ‘aristotelico’ anche un mistero metafisico). La neurofarmacologia ha fatto passi da gigante e ha fornito ai sofferenti di depressione dei validi strumenti chimici per vivere una vita dignitosa. Anche se la chimica da sola non basta: per lottare contro la depressione e per migliorare la qualità della vita del paziente occorre un approccio psicoterapeutico mirato.

Partendo da tale premessa è lecito porsi la domanda se sia giusto applicare le stesse regole del suicidio assistito anche alla malattia chiamata depressione. Qualcuno se l’è posta questa domanda e le argomentazioni addotte sono convincenti quasi come quelle (se non di più) presentate dal paziente che chiede di ‘andarsene’ da questo mondo in quanto depresso.

Giunti al nostro incrocio troviamo, tra le altre, le strade della libertà individuale, della scelta privata. Di quello che usiamo definire libero arbitrio. Sarebbe limitativo e poco intelligente liquidare la questione dell’eutanasia in generale, e del suicidio assistito applicato ai malati psichici in particolare, riproponendo gli alibi dello stato sovrano che decide sulla vita e sulla morte dei cittadini o del determinismo religioso (della serie: “Non si fa perché è peccato! Perché bisogna seguire il proprio destino!” oppure “Non puoi suicidarti perché la tua sofferenza fa parte di un progetto superiore incomprensibile e quindi devi accettarla come un dono!”).

C’è bisogno di nuove risposte (né ideologico-politiche, né dogmatico-religiose) capaci di captare i mutamenti evoluzionistici del concetto di morte e indipendentemente dal proprio credo religioso dobbiamo essere in grado di porci la seguente domanda: “Che valore ha oggi per noi la vita?”

Il mio racconto conteneva un quesito allarmistico riguardante il possibile abuso del suicidio assistito (attivo o passivo): cosa succederà in futuro se una errata interpretazione della ‘dolce morte’ lancerà una nuova moda facilona e gli esseri umani cominceranno a valutare le varie tecniche per abbandonare questa vita, messe a disposizione dal ‘mercato’, come se si stesse parlando di scegliere tra i vari modelli di automobile più convenienti? Sceglieremo il modo di andarcene come se scegliessimo le piastrelle per il bagno e la carta da parati? Se oggi anche i depressi possono accedere al suicidio assistito, quale sarà domani la soglia critica dell’imperfezione sopportabile superata la quale poter decidere di farla finita? Il problema riguardante la soglia non è “chi la deciderà?” (se lo Stato o la Chiesa: dal momento che, a quanto sembra, basta varcare i confini della propria nazione e staccare un paio di assegni per risolvere il problema) ma la domanda giusta è “saremo in grado, a livello personale e privato, di decidere saggiamente? avremo gli strumenti mentali, culturali, spirituali, scientifici per affrontare in maniera equilibrata quella che dovrebbe essere l’ultima e la più importante decisione della nostra vita?” E ancora: “quale sarà la scala di valori che ci guiderà verso questa decisione? Il disagio e il dolore troveranno terreno fertile per autogiustificarsi grazie a un consumismo della morte che renderà tutto più facile? Le agevoli vie d’uscita eutanasiche e suicidarie prevalranno sulla ricerca attiva di una soluzione umana?” Qualcuno potrebbe rispondere a tutte queste domande affermando che chi decide di suicidarsi non conosce ostacoli e a volte mette in pericolo anche la vita degli altri con gesti spettacolari e distruttivi. Tuttavia fornire una via d’uscita ‘pulita’ può essere allo stesso modo mostruoso. Da qui all’eugenetica il passo è breve.

Nel film di fantascienza sociologica intitolato 2022: i sopravvissuti (titolo originale: Soylent Green; tratto dal romanzo di Harry Harrison “Largo! Largo!”) è descritta una società futura in cui il suicidio assistito non solo è legalizzato ma addirittura incentivato e curato con metodo industriale a causa del sovraffollamento che affligge l’umanità del 2022: si scoprirà in seguito che i corpi dei morti naturali e dei suicidi volontari serviranno a produrre l’alimento più diffuso tra la popolazione, il Soylent Green. La morte diventa così un evento proficuo, un affare, un momento di pubblica utilità.

I fautori del suicidio assistito, nei paesi dove è legale, hanno fatto di tutto per regolamentare la loro filosofia di fine vita, così come dimostra la brochure dell’associazione svizzera “Dignitas” che si occupa di suicidio assistito con lo stesso ‘entusiasmo turistico’ e la stessa dedizione teutonica del personaggio che agisce nel mio racconto. Dalla fantasia della scrittura alla realtà quotidiana.

Chi può assicurarci che, nonostante l’attuale dovizia di regolamentazioni, un giorno non si allenteranno i ‘freni inibitori’ della legislazione suicidaria per assecondare motivi insondabili così come accade, anche se in maniera fantascientifica, nel film sopra citato? O meglio: al di là delle motivazioni alimentari, sociali ed economiche, tirate in ballo a livello cinematografico, non si potrebbe pensare molto più realisticamente a una, non lontana nel tempo e già in atto, svalutazione dell’esistenza umana? Il suicidio assistito come la rottamazione dell’auto usata.

Perdere una persona cara, un amico, a causa della scelta estrema di togliersi la vita è una prova dolorosa. Con l’immaginazione ricostruiamo i momenti in cui è avvenuta la scelta maledetta, cerchiamo di riprodurre dentro di noi l’atmosfera buia che ha oscurato la ragione del suicida ma sappiamo anche che si tratta di un momento privato, irriproducibile, unico. La verità assoluta non ci apparterrà mai e navighiamo nel mare delle ipotesi. Questo tentativo di immedesimarsi nell’altro, in chi sceglie di suicidarsi, nasce dalla voglia di intervenire in una scelta irreversibile e orfana di un contraddittorio: avremmo voluto essere presenti per cercare di far cambiare idea all’amico che sceglie di lanciarsi nel vuoto mettendo fine alla propria depressione; avremmo voluto dialogare con quella persona per cercare insieme una soluzione, per intravedere oltre il buio una possibile via d’uscita.

Scegliere il suicidio assistito permette di avere a disposizione questo margine di tempo tra la scelta interiore e l’azione concreta: questo tipo di suicidio non è più un momento privato e il medico assistente possiede la grande responsabilità di presentare un ventaglio di opportunità alternative che in quel momento l’aspirante suicida non ha la lucidità per valutare.

Cantava Franco Battiato anni fa nel brano “Breve invito a rinviare il suicidio”:

“Va bene, hai ragione,
se ti vuoi ammazzare.
Vivere è un offesa
che desta indignazione…
Ma per ora rimanda…
È solo un breve invito, rinvialo.

[…] Questa parvenza di vita
ha reso antiquato il suicidio.
Questa parvenza di vita, signore,
non lo merita…
solo una migliore.”

Il testo di questa canzone non nega l’indignazione di chi vuole togliersi la vita, non sottovaluta il dolore e il disagio dell’essere umano sofferente: addirittura l’atto del sopravvivere quotidianamente diventa un’offesa alla dignità personale. Ma l’autore di queste parole apparentemente semplici e proposte in modo ‘canzonato’ vuole trasmettere all’ascoltatore un significato superiore: la pesante realtà che detestiamo è un trucco della percezione; la vita che disprezziamo e che diventa insopportabile è solo un’ombra, un’illusione, una pura e semplice parvenza di ciò che è la verità. La decisione di farla finita con questa vita avrebbe un senso solo se conoscessimo realmente la vera Vita, quella migliore: se avessimo la possibilità di fare un confronto. Perché dedicare un atto così impegnativo e drammatico al riflesso di ciò che non conosciamo e che ci ostiniamo a definire realtà? Alla luce di questa interpretazione il suicidio appare inopportuno, inutile, antiquato come se fosse il retaggio di una mentalità romantica. Liberarsi fisicamente di questa vita non significa approdare in un’esistenza diversa: chi sceglie il suicidio non vuole approdare da nessuna parte; vuole solo sparire dalla terra, annullarsi, spegnersi per sempre, per non sentire più il dolore. In realtà il suicida non sceglie, ma ‘crede’ di scegliere: non può scegliere perché non è presente, perché non conosce, perché come tutti noi è un ‘dormiente’ in attesa del risveglio. Questa incapacità di conoscere la realtà oltre il buio viene spesso riassunta con l’espressione ‘dramma umano’ come se si trattasse di un caso isolato: la verità è che questa descritta è la condizione ‘naturale’ dell’essere umano.

L’evoluzione del concetto di morte nell’uomo del terzo millennio prevede il superamento dell’involucro corporeo ‘difettoso’: spiritualità e tecnologia finalmente realizzano un connubio che avrà bisogno ancora di alcuni decenni (e di molte ricerche) prima di essere metabolizzato dall’umanità. La visione limitatissima che attualmente abbiamo dell’esistenza a causa dei mezzi caduchi di cui siamo dotati, potrebbe un giorno diventare solo un triste ricordo. La depressione verrà eliminata in pochi secondi alla stessa stregua di un banale corto circuito individuato in un sistema elettrico. L’immortalità dell’Io sarà possibile grazie al trasferimento delle informazioni appartenenti all’esistenza (memoria) da un supporto organico a uno inorganico. Per l’eternità.

Il Postumanesimo c’insegna come superare i nostri poveri involucri senza per questo adottare il suicidio: migliorare se stessi rimanendo presenti. In una futura società postumana forse il concetto di suicidio non corrisponderà più all’atto semplicistico di abbandonare il proprio corpo in maniera violenta. Variando il significato di esistenza, varierà di conseguenza anche quello di suicidio: uccidersi non significherà più ‘togliersi la vita’, ma sarà l’equivalente dell’espressione ‘scegliere di non migliorarsi’. Lasciarsi morire, semplicemente vivendo.

(dedicato alla memoria dell’amico Luigi)

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23 Risposte to “L’evoluzione della morte”

  1. […] con quelle dello scrittore Gianfranco Sherwood che dopo aver letto sul mio blog il post intitolato “L’evoluzione della morte”, da cui è nata l’idea di scrivere questo articolo, ha commentato: <<… Riguardo al libero […]

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  2. carlo cappai Says:

    apprezzo tutto moltissimo,caro Michele,anche quello che (quasi nascostamente e prudentemente) affermi sotto forma di domande.Invito però tutti ad essere prudenti nel parlare di depressione: si rischia di dire cose per sentito dire o per averle studiate,ma non per averle vissute.Quando 12 anni fa un amico medico mi diagnosticò la depressione (che mi faceva già soffrire atrocemente da quando ero alle scuole elementari) gli dissi che avrei preferito sentirmi dire che avevo un tumore e lo ripeto ora,pur dopo aver visto mia madre morire di cancro in 9 mesi. Non si cura facilmente una depressione e non si riesce sempre a curarla,almeno allo stato attuale della medicina. Un giorno ci riusciranno,certo,ma allora forse riusciranno a risolvere anche le patologie e le condizioni di ” vita non degna” che hanno spinto qualcuno a scegliere l’eutanasia… e allora?….Seguo su facebook il caso di un siciliano che si è “risvegliato” da un coma giudicato irreversibile dalla sciena (e non è il solo): sembrava solo vita vegetativa,ma lui ha detto che sentiva tutto quello che si diceva e accadeva intorno,e voleva vivere,voleva gridarlo,ma non poteva.
    Credo che anche laicamente si debba riconoscere che la vita è qualcosa di molto misterioso: noi ci siamo dentro,anche se a volte ( stravolti dal dolore,fisico o psichico,lo capisco!) crediamo di esserne i padroni…Mio fratello ha tentato 2 volte molto seriamente il suicidio,ma gli è “andata male per un pelo”. Ora,dopo anni,continua con i farmaci a tener sotto controllo una depressione cronica,ma ha trovato una certa voglia di vivere.Anche io convivo con la mia depressione controllata che ,secondo i migliori psichiatri,è ovviamente cronica.Anche io un paio di volte sono stato molto vicino al suicidio e non so bene perchè non l’ho fatto….Certo è importante dialogare,confrontarsi,riflettere,ecc ,ma davanti a certe realta come PERSONA,VITA,DOLORE, dobbiamo anche riconoscere che non potremo mai parlarne oggettivamente,perchè ci stiamo TREMENDAMENTE DENTRO ! Eppure continueremo a parlarne,perchè questo è un nostro bisogno esistenziale. Io “adoro” i Dialoghi di Platone!

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  3. […] mio articolo intitolato “La Morte ai Tempi del Postumano” è nato dalle vestigia di un post presente in questo blog, appositamente modificato in chiave trans-postumanista, e dalla […]

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  4. rodolfo mattioli Says:

    Salve, sono d’accordo su molte cose, espresse pure in modo efficace, ma trovo anodino quel passaggio che inizia con «La decisione di farla finita con questa vita avrebbe un senso sole se conoscessimo realmente la vera vita…». Mi sembra di sentire Peppino Ratzinger! Del resto, come giustamente rimarcavi, il suicidio assistito, a fronte del suicidio puro e semplice, è quello che consente una dilazione, un confronto con il medico, la ricerca di altri scenari, ma se il soggetto persiste, be’, allora il diritto di morire viene prima. Prosit. Rodo.

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    • Salve! Il passaggio a cui fai riferimento è stato innescato da una frase tratta dal testo di “Breve invito a rinviare il suicidio” di Battiato che mi frullava in mente durante la stesura… Peppino, ahahah!, ti assicuro… non mi condiziona. 🙂 Il mio dubbio, un dubbio laico, nasce proprio dal sospetto che forse il rapporto tra dilazione e persistenza sia debole. Ma alla fine, come dici tu, vale la libertà personale. Grazie per aver letto. Prosit! 🙂

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  5. no’ comment,sto’ riflettendo.

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  6. Yo me quedo con las palabras de Battiato!
    Estoy un poco deprimida.maria-jose ballota.

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  7. mario orlando Says:

    chi soffredi depessione o di altri disturbi simili, togliendosi la vita elimina la causa delle atroci sofferenze.ma se si hanno dei famigliari cari,figki e nipoti,il tuo gesto puo’ causare danni psichici anche a loro,percio’ chi si toglie la vita pensa solo a se stesso.percio’ e’ un grandissimo egoista.chissa poi perche i poveri non si sicidano mai,muoiono gia da bambini prima di sapere cosa sia l’eutanasia.il suicidio e’ da persone privilegiate,magari disperate,ma sempre una casta e’.la vita e’ una enorme e ripida salite,la discesa e’ un’illusione.

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    • Sono d’accordo quasi su tutto… Non credo però che si tratti di egoismo: l’egoismo è già un sentimento attivo, in un certo qual modo autoconservativo… Chi si suicida, come ho scritto nel post, è “assente”, non è se stesso, è un dormiente, segue una via che non gli appartiene. Inoltre non farei del suicidio una questione di classe sociale: ti assicuro che è presente anche nelle porzioni medio basse della nostra società. Forse l’impegno nel cercare di sopravvivere mantiene il “povero” impegnato e lontano dall’idea di morire, perché già combatte contro la morte. Ma non dimentichiamo che esistono forme mimetiche di depressione: si può essere depressi anche andando avanti e indietro facendo finta di essere vivi.

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  8. senti io me lo sono riletto ancora..lo trovo stupendo!..Purtroppo mike la tecnologia comporta pure che non ci si sofferma più sulle parole..si legge veloce e subito alla forum si giudica..in un articolo hai legato almeno un secolo di filosofia e sociologia sul fine vita…meriterebbe uno spazio in un grande magazine..

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  9. Che analisi!! bella e profonda..complimenti! il concetto del consumismo della morte è di una chiarezza disarmante anche per chi ritiene il libero arbitrio un baluardo contro le manipolazioni politico-religiose.

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    • Intanto sono stato attaccato ferocemente su un gruppo di FB dedicato alla depressione… hanno scambiato il mio racconto per una istigazione al suicidio e non capivano perché fossi contro la scelta di Magri… devo smetterla di mischiare fiction e cronaca: non tutti distinguono.

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  10. Sì, la questione va ben al di là della politica e dell’ideologia. Purtroppo il punto è che nella cultura dominante la malattia mentale, come una depressione così violenta da generare il pensiero e poi l’atto suicidario, è ritenuta incurabile. Mentre non è affatto così. La verità quindi, secondo me, non è né nella difesa della vita a ogni costo (perché ben venga una vera eutanasia se uno è nelle condizioni del povero Welby), né nell’apologia della libertà a ogni costo, che non è affatto, come in questo caso, un diritto di scelta, ma la conseguenza di uno star male. E aggiungo la criminalità che non esito a definire nazista dei medici svizzeri che hanno agevolato la “procedura”, e che di fronte a un palese depresso hanno scelto di assecondarlo (benché non fosse la prima volta che provava quella strada) piuttosto che obbligarlo alla cura psichica.

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  11. Caro Michele, sono pienamente d’accordo con te. Bellissimo pezzo. E per dare un contributo che fonda ancor di più le tue tesi, ti pubblico qui di seguito due stralci del comunicato stampa rilasciato dal Settimanale LEFT, che è in edicola oggi venerdì 2 dicembre, che riporta le dichiarazioni sul caso dello psichiatra M. Fagioli, certamente ateo. Su LEFT troverai l’articolo completo.

    Lo psichiatra Fagioli a Left: “Magri, eutanasia su depresso inaccettabile”

    “…Sul depresso che si agisca un’eutanasia che non è più eutanasia ma è omicidio, è inaccettabile. Il depresso va curato” (…) “Se si ha tutto il diritto di chiudere e di evitare sofferenze inutili, ad esempio, nel caso di un tumore cerebrale o di una sclerosi laterale, incurabili – conclude Fagioli -, diversamente sul depresso per me non è più eutanasia, buona morte, ma cattiva morte. Omicidio. La depressione non è una malattia organica, la persona depressa ha il corpo vivo e funzionante. La caratteristica fondamentale della vita umana non è solo la stazione eretta ma anche il pensiero. E questo pensiero va studiato perché nella depressione è il pensiero che si ammala, non il fegato o il cuore”.

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    • Grazie Francesco: hai fatto bene a postare proprio questo stralcio… Come sicuramente avrai notato, nel mio post non ho mai usato due parole: “dio” e “sinistra”… La cosa che mi dà fastidio in questi giorni è sentire l’informazione che calca la mano (ovviamente per motivi biografici dell’interessato) sul fatto che Magri era di sinistra (anzi, un dissidente di sinistra), che ha fondato un giornale di sinistra ecc. ecc. come se certe battaglie avessero colori politici; come se il diritto all’eutanasia o la scelta del suicidio assistito fosse un “dispetto” fatto dalla sinistra ai governi reazionari di destra. Io pur essendo un elettore certamente non di destra e nemmeno di centro, ritengo che quella del suicidio assistito per i depressi sia una boiata da fermare. Altro che libertà personale, momento privato, autonomia dell’individuo, battaglia civile: qui si sta mettendo da parte il buonsenso che fortunatamente non ha tessere di partito.

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  12. mi piace l’analisi, condivisibile o meno, non importa. quello che mi fa brillare gli occhi è la chiosa: ce la fai a espanderla in ottica articolo next?

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    • Sarebbe bello!
      Però ho bisogno di tue dritte (tagli, aggiunte, consigli di lettura, ecc.): tolgo la parte autoreferenziale riguardante il riferimento al mio racconto ed espando la parte postumanista… Presumo.
      Se mi contatti in pvt su FB o via mail e mi dai qualche consiglio, sarò felice.
      Ciao.

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  13. Analisi ineccepibile, non c’è che dire. Sacrosante sono le domande che si pone e le preoccupazioni per una pratica tanto drammatica per le implicazioni etiche, giuridiche, sociali che comporta.
    Credo che la possibilità di mettere fine a una vita, la propria o quella di una persona amata, si sia posta quando e perchè la medicina, con metodiche avanzate, ha preso il sopravvento sulle leggi della natura (per carità, cosa buona e giusta in molti casi) . Vede, mio marito è da due anni in uno stato vegetativo permanente, a volte penso che la natura avrebbe già preso, da un bel pezzo, una propria decisione, drammatica, crudele ma rispettosa della dignità di quest’ uomo e invece un accanimento terapeutico indecente lo ha ridotto a qualcosa che solo lontanamente somiglia a un corpo umano. Qui non c’è da scegliere tra la morte o la vita : a mio marito la “vita” gli è stata già tolta.
    Io allora mi pongo “altre” domande: fino a che punto gli uomini debbono e possono esercitare la loro forza per avere il sopravvento sulla natura? Perchè mio marito non ha potuto, come avrebbe voluto, andarsene come natura comanda ? Perchè si è fatto e si fa scempio del suo corpo? E perchè un dolore senza fine si è presa la mia vita e quella dei miei figli?
    Un saluto a lei.

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    • Grazie per aver commentato e soprattutto grazie per aver condiviso con me e i lettori di questo blog la sua storia personale. Le domande che Lei pone sono legittime: il caso familiare da Lei citato è uno di quei casi su cui non nutro alcun dubbio… Anche io, trovandomi in una situazione simile, preferirei andarmene senza accanimenti inutili. I dubbi espressi nel mio post riguardano i limiti della pratica suicidaria. Se tra sei mesi uscisse sul mercato una molecola capace di curare addirittura la depressione di Magri, non sarebbe uno spreco di vita? Il fatto è che viviamo di “estremismi”, o tutto o niente… E l’Italia è un paese estremista. Manca una legge capace di distinguere caso per caso. In attesa che ‘qualcosa’ illumini i nostri legislatori, Le auguro tanta forza.

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