Il mio nome è Khan

Dopo aver visto il film “Il mio nome è Khan” potrei cavarmela in maniera sbrigativa e snob dicendo semplicemente che si tratta della riproposizione in salsa bollywoodiana di un Forrest Gump dei giorni nostri o di un Rain Man hindi che invece di contare stuzzicadenti, s’incaponisce nel voler a tutti i costi incontrare il Presidente degli Stati Uniti d’America per confidargli una banalità. Potrei usare tutto il mio sarcasmo nel sottolineare che il regista o chi per lui ha sostituito la celebre frase di origine materna adoperata spesso e volentieri da Forrest Gump “stupido è chi lo stupido fa” con l’equipollente etico “al mondo esistono solo due tipi di persone: quelle buone che fanno buone azioni e quelle cattive che commettono cattive azioni. Questa è l’unica differenza”. Potrei dire che si tratta di un film sfacciatamente obamiano (e veltroniano). Potrei elencare le scene dolciastre e buoniste contenute in questo film… Certo, potrei. Ma non lo farò.

Non lo farò perché il messaggio in esso contenuto supera questi “difetti” di gioventù – è il quarto film come regista di Karan Johar – così come a essere superata è l’impostazione apparentemente ingenua di una trama che dopo un inizio romantico e bollywoodiano subisce una drammatica virata costringendo lo spettatore a riflettere su questioni etiche importanti e attuali: l’integrazione religiosa e culturale come valore e non come minaccia; il pregiudizio nei confronti dei musulmani all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle e i maltrattamenti subiti in carcere da parte di chi è anche solo sospettato di terrorismo (forse un riferimento a Guantánamo e ad Abu Ghraib?); la necessità di continuare a dialogare e a non lasciarsi sconfiggere dall’odio e dalla rabbia…

La forza di questo film è la quest compiuta dal protagonista, il musulmano Rizwan Khan, affetto dalla Sindrome di Asperger ma che dimostra, a suo modo, di essere più intelligente e sensibile dei cosiddetti ‘normali’: una ricerca nata dal dolore e dalla disperazione ma che è destinata a un lieto fine ricco di amore e di speranza. Durante il viaggio riscopriamo insieme a Rizwan Khan quei valori per cui vale la pena vivere: la solidarietà, la compassione, l’amicizia, la dignità, la vera religiosità che non insegna la vendetta… L’utilizzo di una ‘mente semplice’ (un espediente piuttosto inflazionato ma efficace, sovente usato dal cinema: vedi appunto Forrest Gump, Rain Man, ma anche il Leonard di “Risvegli“, il Ligabue di Salvatore Nocita, ecc.) serve a fare breccia nella normalità dietro cui spesso nascondiamo le nostre nevrosi e i dubbi derivanti da un’esistenza insicura. La diversità di questi personaggi ‘speciali’ c’induce a non considerare la vita come un blocco granitico e perfetto: semplicità significa sapersi mettere in discussione e avere il coraggio di riprendere a camminare.

“Il mio nome è Khan, e non sono un terrorista”: come a voler ribadire con serenità e forza che si può essere ‘diversi’ (e il protagonista è ‘allenato’ fin dall’infanzia a incassare i colpi derivanti dall’incontro tra la sua personale diversità e il mondo ottuso) ma non per questo rappresentare un pericolo.

È vero: si tratta di un messaggio buonista ed edulcorato, forse anche ingenuo, ma siamo proprio sicuri che non ci sia bisogno di sottolineare per l’ennesima volta determinati concetti, dal momento che non stiamo dimostrando di fare grandi progressi dal punto di vista dell’integrazione? (Ogni riferimento alla componente leghista della nostra bella italietta politica è puramente voluto!). Durante certi periodi di crisi socio-economica, come quello che stiamo attraversando, non sono infrequenti i rigurgiti nazionalistici che facendo leva sull’insoddisfazione generale tentano di alterare il senso critico delle persone equilibrate. Restare lucidi è difficile: a volte veniamo messi alla prova e l’istinto di sopravvivenza sembra prevalere sulla cultura della condivisione. L’ingiustizia ci travolge anche mentre viviamo la nostra vita in maniera corretta e pulita. Il cammino personale (nessuno può insegnarci la solidarietà) comincia quando non vogliamo piegarci a certe logiche di massa, quando difendiamo la nostra e l’altrui identità culturale con dignità, senza cedere alla paura, all’intolleranza e soprattutto senza ricorrere alla violenza.

7 Risposte to “Il mio nome è Khan”

  1. Maria giuliani Says:

    Meraviglioso!!!

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  2. Politica e religione si inquinano a vicenda. Io sono un darwiniano convinto e non per questo sono ateo. Ognuno, democraticamente, ha il diritto di credere in ciò che pensa, rispettando l’opinione degli altri. E’ un film pacifista e piacevole da vedere, e Khan è sorprendentemente rilassante sentirlo parlare, anche quando si ripete con frasi del tipo: sposami..sposami..sposami

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  3. É molto complicata la situazione mundiale dopo 11settembre!!!!!
    Tanta gente dovrebbe vedere questo film….. Anche a me stessa é servito tanto!!!!!

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  4. Fabio Calabrese Says:

    Non ti preoccupare; in un futuro più o meno lontano (da Star Trek, per intenderci) anche lui finirà per incavolarsi e allora vedremo “L’ira di Khan”.

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  5. credo ci sia sempre bisogno di film così. sono messaggi che fanno bene al cuore. a me questo film ha colpito molto e dato un risveglio energetico, potenza del cinema! ogni giorno dico a me stessa: non sono un terrorista, ogni giorno scelgo da che parte voglio stare.

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