Live at Pompeii

Era il 5 ottobre del 1971. Un’anomala giornata autunnale con aspirazioni primaverili.

Mio padre spingeva lentamente il passeggino, con dentro la versione demo del sottoscritto, lungo il viale alberato che lambisce i muri cancellati dei famosi scavi di Pompei. Avevo cinque mesi, una cuffietta azzurra in testa per farmi ammirare dalle giovani donne e un genitore amorevole che assaporava quel momento di serenità contemplandomi di tanto in tanto come se fossi il primo bambino del pianeta nato dopo secoli di sterilità. Una serenità destinata a durare poco.

Dall’interno dell’area archeologica proveniva una musica strana, inquietante, evocativa, che passo dopo passo aumentava di volume: sembrava che gli inespressi echi musicali di quella civiltà sepolta dalla furia lavica del Vesuvio stessero riemergendo dalle rovine e dal tempo per impartire agli uomini moderni lezioni arcaiche lasciate in sospeso.

Ma non si trattava di morti che reclamavano attenzione in maniera bizzarra: i creatori vivi e vegeti di quella musica ancestrale e moderna erano Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason, quattro capelloni londinesi in trasferta nel sud Italia. I “Pink Floyd” stavano registrando in quei giorni, a poche decine di metri dalla casa dei miei genitori, il video-concerto “Live at Pompeii” e avevano piazzato la loro sofisticata strumentazione al centro dell’anfiteatro chiuso al pubblico, sfruttando come sfondo il vulcano in quiescenza e il cielo nitido di un insolito autunno. Tecnologia del suono e archeologia: gli amplificatori della rock band britannica dissotterravano non reperti statici da inviare nei musei ma vibrazioni dimenticate di antiche esistenze ormai divenute polvere. Antico e moderno, sacro e profano, giovane e vecchio…

Improvvisamente cominciai ad agitare braccia e gambe liberandomi dalla copertina in cui mamma mi aveva avvolto con tanta premura e sbarrando gli occhi lasciai cadere il ciuccio sul cuscino come a voler partecipare ai vocalizzi di Gilmour, anche se l’unica cosa che la mia bocca riuscì a produrre fu una bollicina di saliva contenente una nota acida al sapore di latte.

Il seme progressive era stato casualmente piantato nel terreno nervoso del mio cervello vergine. Avevo ricevuto il mio imprinting psichedelico: una sorta di investitura sonora impartita dall’alto di quelle rovine silenziose e all’apparenza senza vita.

“Drogati!” – sentenziò tra sé e sé mio padre, un poliziotto vecchio stampo che aveva vissuto il ’68 dall’altra parte della barricata, indossando l’elmetto della famigerata Celere e manganellando figli dei fiori da Torino a Napoli. Quella irriverente commistione tra musica rock e archeologia lo indisponeva. Vedendomi agitato pensò che mi fossi spaventato a causa delle potenti bacchettate di Nick Mason sulla batteria e aumentò il passo per salvarmi da quelle strane sonorità. Non possedevo ancora l’età adatta e gli strumenti linguistici per biasimarlo, altrimenti gli avrei detto: “Papà! Frena e fammi ascoltare in santa pace!”

12 Risposte to “Live at Pompeii”

  1. photography Tips blog…

    Live at Pompeii | N I G R I C A N T E…

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  2. marianna cutroneo Says:

    io voglio credere ke sia andata realmente così…bellissimo e suggestivo…ti ho visto nel passeggino spinto da tuo padre…e anke se non è andata proprio così credo ke in quei giorni tu sia stato rapito da una forza superiore (il loro rock psikedelico)e ora sei il bellissimo risultato di qst esperienza…io, mi hanno raccontato i miei fratelli, a tre anni per la prima volta li ho ascoltati…quante puntine ho distrutto :))))

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  3. una bellissima favola …………… ciao

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  4. Avevo 4 anni, abitavo una quarantina di km più in là. L’imprinting lo ricevettero in molti, molti anni dopo, ma ha lasciato un segno indelebile!

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  5. […] Michele Nigro, Pink Floyd, Ridefinizioni alternative Un post esemplare sull’amore che Michele “Dottore in Niente” Nigro nutre per i Pink Floyd. E che sottoscrivo […]

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  6. Beh, in realtà i Pink Floyd non suonavano prog quanto piuttosto psychedelic rock, ma erano comunque affini culturalmente e musicalmente agli artisti prog. La mia iniziazione “ufficiale” al prog? Risale a circa 15 anni fa, quando un mio amico (sapendo della mia profonda passione per The Alan Parsons Project) mi fece ascoltare “The compact King Crimson”. Una rivelazione!!!
    (Già di per sé bellissima la copertina: http://www.audiophileusa.com/covers400water/91431.jpg)

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  7. margherita Says:

    Grazie per aver condiviso una radice così profonda e intima. La musica è ciò che per gli umani può tratteggiare il paradiso. Avrei voluto imparare a suonare, ma altre espressioni mi hanno divorato in passioni più a me consentite, ma pori accoglienti l’assorbono spesso e ne hanno sempre più fame. E siccome come qualcuno disse, è la geografia a determinare la storia, credo che sia stato questo a decidere anche stavolta, ciò che sei, che sono e il pensiero continua a farsi strada, a presto Margherita

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  8. Destino Says:

    Che meraviglia..
    Magari fosse stato veramente così.. vero Michele?
    Ma forse qualcosa c’è stato realmente..
    Mi piace dire che sono cresciuta a “pane e Pink Floyd”, ma in realtà è proprio così..
    Grazie per il tuo “omaggio”:-)

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    • Di sicuro c’è che in quei giorni ero a Pompei: chissà, forse mia madre aprendo la finestra ha fatto entrare per sbaglio qualche vibrazione che m’ha pigliato in pieno… Chi può dirlo.
      Indagherò in maniera più approfondita nelle memorie familiari.🙂
      p.s.: comunque il mio interesse cosciente per il prog risale, indovina?, alla conoscenza di Battiato… cioè dal 1978 in poi… quindi ci troviamo.

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  9. Bellissimo commento, Michele. Considero il “Live at Pompei” un capolavoro insuperato e – almeno concettualmente – insuperabile. Per certi versi, sebbene non fossi ancora nato, era come se ci fossi anche io lì (per questo ci sono andato più di una volta agli scavi di Pompei). Non a caso la mia vita, sinteticamente, tende tra queste due passioni: l’archeologia (in cui mi sono laureato) e la musica (per cui considero i Pink Floyd la mia band preferita in assoluto). Di posti bellissimi ne ho visti abbastanza ma tra i primissimi posti, per suggestione, bellezza, mistero e profondità, rimane e rimarrà sempre Pompei. Quello dei Pink Floyd fu dunque un manifesto, uno scorcio in una dimensione musicale mai più raggiunta. E pensare che proprio ieri ho fatto ascoltare la mia musica ai produttori della EMI e della UNIVERSAL, e mi hanno fatto pena per come avessero del tutto tralasciato la qualità musicale preferendo da anni la mercificazione e la commerciabilità.
    (Tra l’altro, Michele, scopro che condividiamo anche la passione per il prog, cui aggiungo la psichedelia, lo space rock e il rockblues degli anni di Woodstock!!! Vieni ad ascoltarmi su Internet e fammi sapere; comincia magari da qui: http://www.youtube.com/watch?v=RT7YPnkXhf8)

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    • Hei Fabio! Grazie mille per questo tuo commento pieno di entusiasmo e di passione condivisa!🙂 Come avrai certamente capito c’è un po’ di “fiction” nel mio raccontino, anche se effettivamente avevo 5 mesi all’epoca, abitavo realmente a Pompei durante la registrazione del live e chissà… può darsi che veramente qualcuno mi abbia portato a spasso nei pressi degli scavi non sapendo che si trattava dei magnifici e insostituibili Pink Floyd.
      Certo che vado ad ascoltarti in rete e se ci teniamo in contatto tramite il blog potresti darmi qualche indicazione per ascoltare un po’ di musica dal vivo come si deve, e mi riferisco ai generi di cui sopra. Qualcuno so che ancora la pratica in clandestinità!🙂
      A presto, Michele.

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