L’oasi

Fu durante il tramonto del terzo sole, mentre già sorgeva il successivo astro, più piccolo e meno caldo, che lui le chiese, in preda a un’agitazione adolescenziale, di sposarlo.

Quando si è gli unici sopravvissuti di una popolosa colonia umana su un pianeta disabitato e lontano milioni di chilometri dalla Terra, certe ansie da prestazione sentimentale dovrebbero essere spazzate via come granelli di polvere ferrosa durante una tempesta di vento elettromagnetico. Che senso aveva quel suo bisogno di regolarizzare un rapporto, l’unico possibile, già ampiamente sperimentato? Che senso aveva celebrare un matrimonio – e soprattutto ‘chi’ o ‘cosa’ lo avrebbe celebrato? – in quella landa creata e in seguito dimenticata dallo stesso Dio? Che significato aveva la parola ‘matrimonio’ in quel posto?

Eppure lui in quel momento si sentiva come l’unico concorrente umano di una gara cosmica a cui avrebbero partecipato migliaia di specie aliene e lei doveva apparire ai suoi occhi come il premio di un’ironica estrazione voluta dal caso e da una morte ignota che aveva decimato il resto della comunità.

Lei rise di gusto. Le donne sono brave a smontare le aspettative degli uomini su qualsiasi mondo. Lui l’assecondò facendo finta di aver scherzato e rise con lei. Non poteva fare altro e in fin dei conti la sua era stata un’idea stupida.

Perché loro erano sopravvissuti? Avevano cercato insieme una spiegazione scientifica, ma senza trovare una risposta soddisfacente e sperimentabile: forse il concetto di evoluzione, applicato per secoli nei ristretti confini terrestri, doveva essere finalmente ampliato e confrontato con l’esperienza colonizzatrice nei nuovi mondi. Loro due erano destinati a rappresentare l’anello successivo e geneticamente resistente di una sorta di “darwinismo extraterrestre” non del tutto compreso. Ancora una volta il cosiddetto ‘caso’, lo stesso che molto probabilmente aveva innescato la vita sulla Terra milioni di anni prima, stava determinando, in quell’angolo sperduto di universo, l’ironica sopravvivenza di quei giovani umani, fecondi e sessualmente attivi: un uomo e una donna.

– Che fai stasera? – chiese lui sorridendo sarcasticamente.

– Mi prendi in giro? – rispose stupita lei, facendo finta di non conoscere quel gioco.

– Sì! – si arrese subito lui, sapendo di non brillare per originalità.

– Se non fa niente in tivù – riprese lei per non scoraggiarlo – credo che berrò il mio succo di ananas sintetizzato e andrò a letto.

– La tivù? Scherzi? Abbiamo rivisto il database filmico in dotazione alla colonia per ben centotrentaquattro volte; ho controllato sul computer l’altro giorno…

– Perché fai questi controlli così frustranti? Lo sappiamo tutti e due che non esiste un Blockbuster alieno nella zona, e che dovremo sorbirci gli stessi identici film per chissà quanto tempo ancora!

La giovane donna aveva ragione e lui si sforzò di non pensare, al di là del dormire, all’unica alternativa possibile alla proiezione di un film. Cercò con tutte le sue forze di non incrociare lo sguardo di lei, di non pensare al suo corpo. Lo stesso, che conosceva bene.

– Lo so a cosa stai pensando! – disse all’improvviso la ragazza, prendendo il suo viso tra le mani – Vuoi fare sesso?

– Ma no… Ecco… Io! – rispose lui in maniera impacciata divincolandosi dalla presa. Come se fosse un fanciullo inesperto. Come se non l’avessero già fatto innumerevoli volte. Come se lei fosse una nuova ragazza conosciuta poche ore prima in qualche club immaginario.

– Dovrai prendermi, però! – disse lei scattando in piedi e correndo velocemente fuori dal rifugio.

– Ci risiamo! – sussurrò lui rassegnato. Ogni volta era così: neanche la donna brillava per originalità. L’avrebbe voluta tradire. Già, ma con chi? Con le rocce? Con le spinose femmine di Xannipedi? Con un ologramma?

Lei era già montata sul suo scooter magnetico e aveva acceso i circuiti. Il casco in testa e una risatina maliziosa all’indirizzo dell’unico maschio della specie umana presente sul pianeta. Non esisteva il rischio di un equivoco. La meta della fuga ‘eccitante’ era sempre la stessa, decisa ovviamente da lei: l’oasi di Gebrissan, nella vicina valle di Odrina. Lì dove, molto tempo prima della loro nascita, erano atterrati i primi coloni provenienti dalla Terra. L’avrebbero fatto lì, come sempre: quasi come un inconsapevole rito di continuità tra il passato storico e un futuro che tardava a manifestarsi. Puro sesso da offrire in offerta a quel mondo che li ospitava senza ucciderli, sull’altare dell’amore universale.

– Farlo comodamente nel letto del rifugio come i nostri antenati, no… eh? – chiese l’uomo invano mentre il sibilo dello scooter di lei in partenza copriva la sua domanda da perdente. Compiere tutti quegli sforzi e quei chilometri per una donna che già aveva conquistato. Perché?

Forse anche lei avvertiva il bisogno di sentirsi parte di una competizione, di illudersi di essere il premio in palio di una gara inesistente. Di essere la sorprendente novità di quel luogo, la preda da desiderare e catturare. Lui l’assecondava, ma ogni volta sempre più lentamente: sapeva che non avrebbe trovato traffico nella distesa infinita che separava la colonia dall’oasi e soprattutto sapeva dove sarebbe andata la nuova Eva di quel pianeta bizzarro. Montò con calma sul suo scooter, attivò il motore e senza fretta predispose la consueta rotta per l’oasi nel navigatore del pilota automatico.

Questa volta non avrebbe spruzzato il solito spray sotto la lingua; non avrebbe preso alcun tipo di precauzione.

– Al diavolo la morte! Al diavolo il futuro! – gridò nella sua testa.

Era stanco di essere solo; era stanco di rincorrere sempre la stessa persona, nello stesso modo, nella stessa direzione. Avrebbe voluto seguire le tenere tracce di una nuova vita. Avrebbe voluto vedere un nuovo film insieme alla sua compagna.

Lui premette sull’acceleratore dello scooter e lasciò indietro i pensieri sul futuro anomalo e incerto di quel frammento di umanità dispersa. E sul perché la donna avesse dimenticato il suo spray sul tavolo. Di nuovo il ‘caso’ o una necessità non dichiarata?

Il pianeta fino a quel momento li aveva risparmiati: doveva esserci un senso in quella sopravvivenza, un progetto che andava oltre la noia, oltre la solitudine, oltre il numero due.

L’avrebbero fatto di nuovo lì; l’avrebbero fatto nell’oasi in ricordo dei Padri. E forse un giorno non sarebbero stati più soli.

2 Risposte to “L’oasi”

  1. A milioni di chilometri, i problemi restano sempre gli stessi.
    Complimenti, ben scritto e pregno di contenuto.
    Grazie.

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