Viaggio su Marte di Devis Bellucci

Pubblicato on line il viaggio su Marte dello scrittore Devis Bellucci,

raccontato via e-mail alla figlia

 

Nasce in questi giorni il primo blog/diario, come lo definisce lui, dello scrittore modenese Devis Bellucci, instancabile sperimentatore e viaggiatore, che ha da poco concluso un giro d’Italia nelle vesti di un uomo sandwich. Dice l’autore: “Racconterò prevalentemente di letteratura, spiritualità, scienza e viaggio, a seconda dei momenti. Soprattutto spiritualità e scienza, così vicine e così lontane nel cuore di molti. È da tempo, infatti, anche tenendo conto delle tante e-mail che mi scrivono i lettori proprio su questi argomenti, che sentivo la necessità di aprire una finestra con un diario, per raccontare in diretta il prima e il “dietro le quinte” che accompagnano la nascita di una storia e di un libro, nonché, naturalmente, i tanti viaggi on the road che ho la fortuna di fare. Il blog è volutamente semplice e senza le “lucine”: solo testi e immagini. Non ho nemmeno comprato il dominio. Tutto free”. In occasione della nascita del portale, l’autore pubblicherà on_line diverse parti di un suo nuovo lavoro, le lettere inviate alla figlioletta (Maya, nata nel luglio dell’anno scorso, n.d.r.) da un immaginario viaggio su Marte. Se vogliamo, la scienza e la bellezza dell’universo spiegata ai bambini con l’amore di un papà fisico che scrive letteratura, ricerca nel campo dell’ingegneria biomedica e ha attraversato le strade di quaranta paesi.

Pubblichiamo lo stralcio di una di queste lettere da Marte. Il resto sul blog/diario dell’autore:

www.devisbellucci.wordpress.com

 

Seconda e-mail di papà alla sua bimba

 

Posizione di papà: a metà strada tra la Terra e Marte.

Aspetto di Marte: pallino rosso.

Aspetto della Terra: pallino azzurro che brilla ancora come un diamante.

Tristezza: no.

Malinconia: eh, sì.

 

Secondo messaggio astrale del papà alla sua bimba: “Solo un leone stupido vorrebbe un figlio leone, quando gli può capitare una tartaruga”.

 

Mia piccola Maya,

è da ieri che mi mancate come l’aria della nostra casa. Qui nell’astronave l’aria è in scatola: ce la siamo portati dietro nelle bombole e la prepariamo sul momento. È un’aria senza profumo, non cambia durante il giorno, ci serve solo per sopravvivere, ma è una noia pazzesca. Mi mancano anche i rumori del mattino quando puliscono la strada, mi manca la strada, l’uomo matto che sentiamo arrivare con la bicicletta, il falegname che passa col cane nel cassone del camioncino. Spesso immagino che ci stiamo trascinando una grande Terra invisibile, proprio dietro di noi, legata alla nave spaziale come una roulotte. È fatta dei pensieri di casa di tutti noi astronauti. Forse è per questo che non si arriva mai su Marte: abbiamo la zavorra della malinconia e siamo ciccioni, troppo lenti nonostante la nostra velocità super gigante.

Io so già che quando tornerò da questo viaggio, comincerà per me un lavoro ancora più bello. Raccontare. Tutti vorranno sapere com’è andare su Marte. Se devo dirti perché sono qui, ti posso dire che il primo motivo è per sapere di essere destinato a passare la vita a raccontare. È una fortuna immensa testimoniare agli altri. Proietti la tua vita ben oltre la sua durata, un po’ come quando i nonni diventano nonni. Parlo difficile? Forse. Beh, non è un male, così ci pensi su e ti fai una tua idea delle parole del papà. Purtroppo, è spesso necessario anche testimoniare qualcosa di brutto agli altri, perché possibilmente non si ripeta. Bisogna insistere, perché i sordi sono dappertutto, camminano tra di noi. I sordi siamo anche noi, nonostante il fracasso delle cose che non funzionano nelle vite degli altri.

Il secondo motivo per cui sono qui, e lo metto al secondo posto perché è più importante, è che il tuo papà si sente nato sul bordo. Sul bordo di che cosa? Di tante cose, forse di troppe. Che cosa provi quando arrivi sul bordo? Tu dirai: dipende dal bordo. Se è il bordo di un burrone stai attenta a non cadere. Se è il bordo del mare, magari in estate, con l’acqua che brilla, ti viene voglia di svestirti, entrare, avvolgerti nel mare. Se è il bordo di un pozzo, ti affacci proteggendoti col parapetto. Se è il bordo che ti separa da qualcosa a cui non arrivi, papà ti prende in braccio e ti fa vedere. Il bordo è dappertutto. Noi siamo sempre sul bordo. Sotto di te c’è il bordo della terra. Chinati, toccala, annusala, sporcati le mani. Ci sono grotte meravigliose dove la vita non è ancora iniziata e il tempo è fermo. La grotta è un po’ la porta per superare il bordo della terra. Anche i vulcani, in certo senso, lo sono, perchè scendendo dentro ad un vulcano si supera il bordo della terra. Ma dove lo vogliamo mettere il bordo del cielo? Ce l’abbiamo davanti ogni momento. Alza un braccio, ecco, stai toccando il bordo del cielo, anche se non te ne accorgi. Per superarlo bisogna volare. Se voli molto in alto, piano piano superi il bordo del nostro pianeta Terra. Ma dove lo vogliamo mettere il bordo delle persone? Circonda ognuno di noi. Non è solo la pelle. Anzi: la pelle è la cosa meno importante del bordo delle persone. Basta allungare una parola, condividere la tavola e le speranze, distendere lo sguardo, aguzzare le idee e così si va oltre il bordo. Si conosce come funziona il cuore umano, che nell’intimo funziona sempre uguale e nello stesso tempo cambia, a seconda dei luoghi e dei periodi storici. È una meraviglia tuffarsi in questo cuore, scoprire che le persone sono macchine tanto complesse, con mille interruttori che non si sa bene cosa accendano e un’impalcatura tutta imbrogliata che le tiene su, dove se togli un pezzetto che non ti piace, spesso perdi anche un pezzetto di qualcosa che ami. Perché i due pezzetti sono collegati e non lo sai. Trovare questi collegamenti è bello, altro che fermarsi ai pezzetti. Abbiamo forse finito i bordi? Ma no! Esiste, in generale, il bordo della natura. È fatto di tutto quello che non sappiamo su come la natura funziona. Se ti trovi su quel bordo, che fai? Io ho sempre cercato di allungare una mano. No, mi sono espresso male. Non ho allungato un bel niente. Perché spesso ti tirano dentro dall’altra parte e tu non puoi fare nulla. Viene la vertigine, se non ti tuffi, il mal di testa, la tristezza, la noia, la depressione, il male alla pancia, gli incubi, l’irritazione del naso, il tremore alle ginocchia, la fame di cioccolata… C’è qualcuno, di là dal bordo, che ti tira dentro, spesso, che ti aggancia. Vengono agganciati tutti? No, non tutti. Per essere agganciati devi avere il gancio. Ognuno ce l’ha nell’anima per essere trascinato da certe domande e non da altre. Per sentire il richiamo del bordo del cielo, ma non di quello delle montagne. L’importante è scegliere il gancio che porta a quello che sei e quindi nutre il tuo vuoto. Tutti abbiamo un vuoto, per tutti è diverso, e il nutrimento sta per tutti al di là del bordo. Quale? Lo devono trovare. Da soli? No, non da soli. Per fortuna non lo siamo. C’è la tua famiglia, verranno gli incontri importanti, gli amici speciali, i libri, le sfortune. Tutti, se ti vogliono bene, a chiedersi di che tipo sia il gancio che trascina Maya, il vuoto dentro il cuore di Maya, tutti pronti ad accompagnarti sul bordo. Sai, le persone sono miracolose. Me ne accorgo sempre di più qui, nello spazio, dove siamo solo noi astronauti.

Vedi, gli uomini sono come passerotti capaci di avere, loro malgrado, dei figli ranocchi. Gli unici coccodrilli da cui nascono i cavalli. Gli unici gabbiani da cui nascono i leoni. Gli unici leoni da cui nascono le gazzelle e poi i leoni le mangiano, povere gazzelle. Le uniche galline da cui nascono le volpi che mangiano le galline. Questo è quello che mi domando quando penso a te. Sei un coccodrillo? Un formichiere? Un coniglietto? Un topo? Una rondine? Perché non ha importanza quello che siamo io e la mamma, per la natura. Certo, ogni leone stupido vorrebbe avere un figlio leone. Così ha uno specchio davanti, si riconosce, sta tranquillo e beato, viva la vita semplice senza domande. Meglio. Vorrebbe un leone come lui. Meglio ancora! Vorrebbe un leone migliore di lui. Stupidate, Maya. Io posso solo vivere l’avventura di provare a capire ciò che sei e, magari, capire meglio quello che sono io. Se intravedessi che sei una rondine, dovrei provare ad insegnarti a sbattere le ali, a non aver paura del cielo, a volare lontano da noi, a tornare a primavera. E se non so volare perché io sono un elefante? Questa non è una buona scusa per non provare ad insegnarti quello che non so fare. Posso insegnarti con le parole senza farti vedere come si fa, oppure portarti dove sanno volare e affidarti a loro, guardando mentre impari. Se intravedessi che sei un pesce, dovrei portarti nell’acqua, dolce o salata a seconda che tu sia un merluzzo o una carpa. E se nell’acqua papà affoga perché è una formica? Ma papà non deve venire nell’acqua con te. Papà è una formica, mica un merluzzo! Ti accompagna sulla riva e aspetta, facendo amicizia con la zia granchio e la nonna pellicano. E così via. Tu, per noi, sei un bordo. Avresti mai detto? Un bordo speciale e misterioso che ci trascina. Abbiamo il gancio, non preoccuparti. Papà è qui sulla riva, insieme alla mamma volpe, che ti aspetta per sapere che cosa c’è nel mare. Intanto ci raccontiamo le nostre cose segrete da bravi innamorati, tutti contenti perché sei ad esplorare. È una forma di amore che ti porta a superare i bordi, così come ad aspettare chi è andato di là. Ecco, è per questo che sono partito e ho fatto lo scienziato. Siamo in tanti, sai? Quelli che non capivano il mio viaggio sono gatti che non accettano figli pipistrelli, ciechi di giorno ma con occhi speciali fatti per i misteri della notte. Farebbero meglio, questi gatti, a farsi raccontare dai pipistrelli i segreti della notte, invece di piangere sui diritti della natura di essere così com’è.

            E te che cosa sei?

            Scegli un animale e manda un bel disegno a papà.

            Vuoi sapere un segreto?

            Sai qual è il disegno che mi sembra, così su due piedi, il più intelligente?

Un animale dai contorni tratteggiati. Perché anche noi stessi, nel tempo, ci trasformiamo. Accidenti, la vita è piena di miracoli! Siamo gli unici leoni che mettiamo ali. Gli unici scarafaggi che diventano unicorni. Le uniche foche che oggi sono foche e domani orsi polari. Da orsi, cerchiamo di avere rispetto della foca che eravamo un tempo!

            Il tuo papà ti bacia tanto.

©Devis Bellucci 2012

http://www.devisbellucci.it
“La ruggine” di Devis Bellucci, A&B Editrice
“L’inverno dell’alveare” di Devis Bellucci, A&B Editrice
“La memoria al di là del mare” di Devis Bellucci, Giraldi Editore

(notizia ripresa dal comunicato di Devis Bellucci ricevuto via e-mail)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: