Saluti da Marte!

Sorseggiando un caffè, comodamente seduto davanti allo schermo del mio pc, osservo le prime foto inviate dal rover “Curiosity” e provenienti dalla superficie del lontano pianeta rosso, meglio conosciuto come Marte. Le immagini del quarto pianeta del sistema solare non sono una novità: già altre sonde e altri robot, durante passate missioni, hanno inviato scatti suggestivi. A dir poco commovente e trasudante romanticismo è, ad esempio, la foto di un tramonto marziano inviata dal rover Spirit nel 2005.

L’immagine (non importa se a bassa o ad alta risoluzione), più di ogni altro freddo dato strumentale di tipo numerico, è in grado di creare un contatto reale e immediato tra ciò che sembra impossibile e lontano, e la nostra quotidianità apparentemente scontata e conosciuta. L’immagine non ha bisogno quasi mai di interpretazioni: un tramonto è un tramonto, una roccia è una roccia, la polvere è polvere anche su altri mondi. Un tempo, quando le cartoline spedite dai luoghi di vacanza, prima dell’avvento dei videofonini e degli mms, andavano ancora di moda, i parenti costretti a rimanere a casa ricevevano, con tanto di firma e di eventuale post scriptum, la prova tangibile e inconfutabile della nostra presenza nel luogo desiderato e raggiunto. Come a voler dire “Eccomi arrivato!”, “Sto bene!”, “Vedi in che posto mi trovo?”, “Il viaggio è andato liscio!”…

Prima dell’era delle esplorazioni spaziali l’immaginario collettivo si nutriva di descrizioni fantasiose ed esagerate partorite dalla penna di alcuni audaci scrittori di genere: fu anche grazie a questi voli pindarici se la scienza riuscì in certi casi a trovare la forza e le soluzioni giuste per superare determinati punti oscuri. La fantasia spesso ha suggerito forme, sistemi, idee: la tecnologia ha creduto di saper trovare una serie di risposte dal nulla, ma anche l’immaginario di inventori e costruttori era già stato precedentemente inseminato dai fotogrammi mentali di pochi folli visionari dediti alla scrittura e all’arte del disegno. Tutto ciò è durato fino a quando la scienza non ha cominciato ad accumulare dati e tra questi una serie corposa di immagini provenienti dai nuovi mondi scoperti ed esplorati. Da questo punto in poi è stata la realtà visiva, corroborata dai dati strumentali, che ha cominciato a nutrire (e a correggere) la fantasia. C’è stata come una sorta di scambio di favori tra la realtà oggettiva e la fantasia.

Nelle foto inviate dal rover “Curiosity” non troviamo traccia del pianeta Marte descritto da Ray Bradbury nella sue “Cronache marziane” o nel film “Atto di forza” di Paul Verhoeven. Il pianeta immortalato dai robot della NASA è un pianeta “nudo”, deprivato della fantasia popolare e delle sovrastrutture immaginifiche di cui avevamo bisogno negli anni ’50 e ’60 dello scorso secolo. La realtà è questa: prendere o lasciare! E noi prendiamo. E nell’accettare questa realtà “resettiamo” la nostra fantasia per ricalibrarla in base a nuove esigenze scientifiche, per assecondare nuovi parametri di ricerca: non più marziani verdi con gli occhi sulle antenne ma “semplici” molecole organiche; non più città sotterranee appartenenti a civiltà estinte ma gas e acqua… L’esperienza di “Curiosity” continuerà a ridisegnare un nuovo metodo induttivo da applicare alla planetologia: l’umiltà dei particolari fisico-chimici quasi impercettibili contro l’illusione letteraria di popolazioni extraterrestri già belle e pronte per il primo contatto. La cultura d’evasione si trasforma in fantasia controllata e scientificamente coerente.

Eppure lo scrittore, a differenza dello scienziato che analizza dati in maniera rigorosa e su di essi basa ogni tipo di conclusione, si accontenta di poco per ripartire: la sua “subcreazione da scrittoio”, facendo leva sulla visione di una catena di montagne marziane o di una landa sassosa priva di vegetazione, ridona vitalità a una fantasia apparentemente sottomessa e silenziosa. E a quel punto gli basterà poco. Basterà la notizia della presenza di acqua su Marte per ritornare a immaginare oceani, per riabitare foreste e ridiscendere fiumi, per concepire forme di vita senzienti nascoste tra le colline, per trasformare il semplice silenzio inorganico in un complesso rumore biologico; sarà sufficiente il rilevamento di un composto organico nel suolo per reinventare esistenze scomparse e per ritornare finalmente a raccontare storie.

Buon lavoro “Curiosity”!

2 Risposte to “Saluti da Marte!”

  1. alessandro Says:

    possibile che non vi sìa nessuno….

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