“Call Center”, un racconto social fantasy

È in vendita su Amazon.it il mio racconto intitolato “Call Center”.

“Call Center” è un racconto social fantasy: alcune scomode verità socio-economiche e culturali riguardanti i nostri tempi evolvono in una specie di realismo magico lovecraftiano crudele e inesorabile. Partendo da temi caldi quali il lavoro, la precarietà, la mancanza di sicurezza economica in un futuro nebbioso, l’Autore cerca di descrivere la condizione ambigua dell’uomo moderno e ne approfitta per toccare il cuore dell’inganno consumistico: il lavoro è diventato un prodotto e i lavoratori-consumatori sono dei complici più o meno consapevoli. L’informazione, la conoscenza dei desideri, diventano risorse preziose per un Sistema che non lascia scampo. La libertà è un’utopia luminosa ma per conoscere la verità (e quindi riscattarsi dalle regole del Sistema) bisogna avere il coraggio di scendere in zone oscure.

Una ‘non storia’ didascalica scritta utilizzando un tempo presente invadente e caratterizzata da una struttura testuale eterogenea (stralci poetici frammisti a “corsivi mentali” e brevi dialoghi) che segue una precisa logica di decostruzione della narrazione classicamente intesa. Howard Phillips Lovecraft, William S. Burroughs, Marc Augé, Karin Boye, Noam Chomsky, Marshall McLuhan, Jorge Luis Borges, Dylan Dog: questi, e molti altri, gli ispiratori del racconto.

copertina Call Center

Immagine di copertina a cura di

Pedram Anvarypour

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7 Risposte to ““Call Center”, un racconto social fantasy”

  1. […] ideata e diretta da Salvatore Russo, mi ha informato che il racconto social fantasy “Call Center” è stato pubblicato su un numero speciale intitolato in maniera piuttosto originale U-SB […]

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  2. “Call center” non è solo, come potrebbe apparire da una prima lettura, un mirabile ed impegnato affresco sulla difficoltosa e nebulosa realtà del lavoro para-subordinato, ma anche e soprattutto un viaggio “esperienziale” nelle zone d’ombra e meno focalizzate del nostro sistema economico–produttivo, che ne mette a nudo tutte le insidie, gli ingranaggi perversi, e le terrificanti scorie sociali.
    L’autore di tale racconto, coniugando leggerezza narrativa ed impegno sociale, tra spezzoni di poesia, incipit filosofici e richiami musicali di Gaber e Battiato, come un Dante Alighieri nella Divina Commedia, mediante un viaggio “esperienziale” fa emergere con abilità, senza mai essere prolisso e banale, mai rischiando di scivolare nella retorica, un concetto ed un fenomeno poco studiato dai grandi media contemporanei: il non luogo di Marc Augè.
    Si colgono altresì tratti orwelliani vicini a “1984” e a “La fattoria degli animali” quando mette in luce che il lavoratore va “educato… il comportamento non può tendere alla neutralità o alla riflessione (dannosa in ambito produttivo), bensì a un energico entusiasmo decerebrante capace di far ottenere al lavoratore il tanto agognato premio finale.”
    Ebbene proprio l’apertura di tale viaggio inizia con un richiamo forte che descrive il binomio micidiale di spersonalizzazione e concreto bisogno che spinge il lavoratore para-subordinato a sottomettersi non solo fisicamente (“Conosco bene le misure del mio spazio lavorativo: mi fermo un millimetro prima di strappare via il jack”) ma soprattutto interiormente (“ritorno fedele con le braccia sul tavolo del box dove mi aspettano i pieghevoli che illustrano le caratteristiche patinate dei meravigliosi prodotti da vendere e il decalogo delle cose da dire o da non dire pensati dall’intellighenzia aziendale.)
    Ma non solo alle distorsioni della realtà lavorativa si ferma la denuncia: infatti, percorrendo le stanze del non luogo, del call center, dal suo box n° 103, il protagonista mette a nudo le fragilità e le contraddizioni di un finto benessere che poggia su basi di argilla quando afferma “Il sottobosco lavorativo offre una vastissima gamma di occupazioni surreali e facilmente sostituibili… l’assoluta mancanza di diritti e la facile reperibilità di cosiddette ‘risorse umane usa e getta’ rappresentano l’autentico propellente di quelle aziende che affidano la propria sopravvivenza a una delle carte vincenti della moderna economia: la precarietà del lavoratore.”
    Ma è proprio quando si ha l’impressione che la sfiducia e la solitudine esistenziale rappresentino necessari ed insormontabili ostacoli (“Siamo moscerini schiacciati sul parabrezza di un’economia veloce,” – penso in maniera disincantata – “e che nessuno mai rimpiangerà.”) che comincia la lenta risalita e la presa di coscienza.
    Da un forte disvelamento del proprio non essere “è il lavoratore che, sopprimendo ogni forma di velleità individualista, deve sincronizzare la propria esistenza interiore e fisica con i tempi della Produzione… l’individuo è morto”, il lavoratore trova la chiave di volta e la via d’uscita al suo disagio ed alla sua condanna.
    Analizzando così i suoi “corsivi mentali” coglie quale sia il vero ed efficace strumento di difesa contro i “kapo imprenditoriali…che attuano una costante azione di disturbo psicologico nei confronti di noi, piccoli ingranaggi in bilico tra il bisogno materiale e la mancanza di un sogno. Credono, così facendo, di spronarci, di aizzarci contro i consumatori indecisi e di renderci produttivi”.
    Alla cieca devozione ai dogmi di un capitalismo freddo e malato si sostituisce la naturalezza e la spontaneità dell’essere umano troppo spesso sacrificate alle logiche del profitto, restituendo dignità e ragion d’essere all’errore “l’errore è la pausa dalla regola, la distrazione dal Piano, è l’aberrazione che sfida la Noia, è la fuga dello Spirito dall’impegno del Materialismo, è il fiore che spacca l’asfalto, è le “Tredici variazioni sul tema” di Jill Sprecher… È la vita.
    La liberazione dalle catene è quasi completa, il lavoratore a questo punto “spacca” volutamente e consapevolmente, e con lucidità, le certezze e le falsità costruite ad hoc da un sistema egoista ed autoreferenziale, “l’energia per la vera produttività non proviene dall’esterno, non può essere imposta, trasmessa per osmosi con micropompe terrorizzanti e lubrificate da minacce occupazionali” culminando quindi con un gesto che racchiude tutta la riflessione maturata: “La filosofia del rematore di galea non attecchisce più sul mio cervello frustato e incatenato. Lo schiavo numero 103 abbandona i remi”.
    Sembrerebbero risuonare in tale immagine echi de “L’elogio della fuga” di Henri Laborit, “quando non può lottare contro il vento e contro il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il suo mare in poppa e un minimo di tela…”, ma non solo di fuga si ragiona.
    Analizzando però le strutture del sistema con nettezza si fa emergere la contraddizione intrinseca e più drammatica del fenomeno: “Il ‘mostro’ è la stupefacente rappresentazione materiale, terribile, esteriorizzata e a volte profetizzata, della superbia umana. Si ha paura del mostro e si combatte il mostro, ma in realtà abbiamo paura della nostra mostruosità e combattiamo i nostri errori”.
    L’epilogo, rappresentato dalla decisione del protagonista di incendiare il luogo del non lavoro, con il suo carico di liberazione e speranza, è un “Fahrenheit 451” rovesciato: invero in tale scenario il fuoco assurge a simbolo di purificazione ed evoluzione, necessario male per sbloccare momentaneamente uno degli innumerevoli nodi di una filosofia di vita che si impone a sistema organizzativo della società.
    Adesso il protagonista è libero di riprogrammare le coordinate della propria meta!

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  3. Djamanda Says:

    e questa volta leggo anche un commento con immenso piacere oltre allo scritto. Un commento che va oltre il ditino alzato del ” mi piace “, oltre la emoticon dal sorrisino di circostanza, oltre la risatina che riempie lo spazio di un discorso in un susseguirsi ripetitivo di consonante e vocale. Questo è un commento che fa riflettere e venir voglia di leggere ché racconta in poche righe ciò che ti resta addosso di una storia sbocciata da una mano dalla scrittura non facile mettendo in luce la sensibile attenzione di chi della storia ne traccia il segno e di chi ne segue la rotta.

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  4. destino Says:

    Mi accingo a leggere questo racconto, credendo di trovare un argomento così attuale, quello cioè dei “call center”, mi immaginavo una descrizione della loro struttura, di quello che è un lavoro sottopagato e sfruttato. Un raccontare di uomini e donne, non sempre ragazzi che, spesso come ultima spiaggia, decidono di indossare quelle cuffiette, vendendo sempre il meglio che c’è sulla piazza al momento, “vendendosi” a loro volta come merce, nell’impegno che mettono nel rimanere incollati a quella poltrona. Non sono uomini e donne che sognano, no! Sono persone che lottano nel quotidiano, con affitti, bollette da pagare, e altro ancora, poche briciole per i sogni, “l’affamato quotidiano” incalza.
    Questo, più o meno, era ciò che mi aspettavo e invece rimango spiazzata, mi sento chiamata in causa. Io che osservo, attraverso le parole del narratore, la vita, le movenze, i pensieri e i gesti del soggetto che vive questo suo precariato come schiavitù. Io che provo rabbia e pietà per questa scelta obbligata e alienante, dove l’unico obiettivo è “vendere” sogni, illusioni, certezze, con la convinzione che chi tenta di vendermi qualcosa è a sua volta “un prodotto” con scadenza, sottoposto ad un rigido criterio selettivo.
    Per un attimo mi sento “prodotto” anche io e forse lo sono, mi ritrovo in quel vortice dove c’è uno scambio tra merci di varia tipologia. Sono anche io un “articolo” da comprare! E quella pietà che provo per il ragazzo, forse dovrei provarla anche per me, per noi che guardiamo a questi mondi dei “call center”, con distacco, con irritazione anche. Senza rendermi conto che sono nati perché forse, anche io, in qualche modo, ne ho consentito lo sviluppo in tal senso. Io con il mio continuo “desiderare” anche ciò che forse non userò mai, il mio continuo collezionare “inutilità”, spinge molte aziende a formare, allineare e plasmare persone come me, né migliori, né peggiori che tentano solo di “sopravvivere” con dignità.
    Un racconto che mi ha fatto molto riflettere e questo è sempre un bene, soffermandomi su quella che dovrebbe essere la direzione da prendere, verso un’ambita “verginità mentale”.
    Ma anche un racconto che mi fa pensare che dall’altra parte del filo, tutte le volte che riceviamo una telefonata commerciale, c’è qualcuno che, come e più di me, avrebbe diritto a vivere questo lavoro, almeno con un po’ di dignità e nel rispettarlo, nel non maltrattarlo, forse, offro a lui e a me stessa, l’opportunità di trattarci come “esseri umani” e non come “merci corruttibili”.

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  5. […] risponderò ad altre domande di Roby Guerra riguardanti la pubblicazione del mio racconto “Call Center”. Stay […]

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  6. […] in Niente” Nigro ha pubblicato un suo racconto su Amazon.it dal titolo Call Center. Dal suo blog estrapolo i dati fondamentali. Chiaramente, questo è anche un forte consiglio di lettura e, al […]

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