Intervista sul racconto “Call Center”

copertina Call Center(Roberto Guerra)Howard Phillips Lovecraft, William S. Burroughs, Marc Augé, Karin Boye, Noam Chomsky, Marshall McLuhan, Jorge Luis Borges, Dylan Dog… così i critici, nella sinossi su Amazon, segnalano gli influencers che secondo loro hanno determinato la nascita del tuo racconto intitolato “Call Center”.

(Michele Nigro) – Sì, dietro ogni scrittura esistono autori letti che “spingono” per uscire. Tu utilizzi e quindi liberi dalle catene quelli che servono alla tua causa, al tuo narrare. Non importa se ne sei consapevole o meno, anche se sono dell’idea che avere coscienza della propria scrittura sia uno degli obiettivi dello scrittore: sapere perché hai fatto determinate scelte è importante per imparare a dirigere i propri sforzi, invece di affidarsi a suggerimenti istintivi. A volte, in qualità di recensore, svelo agli autori connessioni all’interno dei loro scritti di cui non erano consapevoli: siamo ciò che leggiamo e vediamo, se ci riferiamo anche ai dati visivi che si accumulano nel corso della nostra esistenza.

“Call Center”, quando la Fantascienza diventa quasi neorealismo digitale o cibernetico?

Non credo si tratti di fantascienza, anzi sono certo di non aver scritto fantascienza (volendo forzare la ricerca di un’analogia, si individuano elementi in comune con la cosiddetta “fantascienza sociologica” anche se in questo caso ci troviamo dinanzi a una distopia attuale e non proiettata nel futuro!). In occasione della pubblicazione su Amazon di “Call Center” ho usato l’espressione social fantasy per descrivere un sottogenere del fantastico caratterizzato da storie ambientate nella nostra realtà ma contenenti – in coincidenza con il climax della storia come nel caso del mio racconto – risvolti surreali, fantasiosi e grotteschi. Nel Novecento si parlava di realismo magico (Buzzati, Borges, Màrquez) in riferimento a opere letterarie in cui elementi soprannaturali emergevano da contesti quotidiani e reali. Non parlerei, invece, di neorealismo perché il mio tentativo di spiegare la condizione in cui vive l’uomo del terzo millennio si sposta da un piano realistico a uno fantasioso. “Call Center” è un racconto simbolico: il mostro che appare nella storia è il simbolo di un sistema economico e culturale più grande e più forte di noi.

“Call Center”, un saggio letterario?

No. Anche se la forma didascalica, la scarsità di dialoghi, la struttura insolita potrebbero far pensare al contrario, “Call Center” è un racconto: qualcuno ha detto che è un racconto senza storia perché tutto si svolge quasi nello stesso posto, non ci sono grandi scenari, trame, sottotrame, spostamenti avventurosi. M’interessava descrivere una condizione mentale, un malessere sociale e culturale senza spazio e senza tempo, un “non-luogo” interiore che non appartiene solo al protagonista del racconto ma a un’intera generazione di lavoratori precari, in Italia e nel mondo. Ho contribuito ad allontanare “Call Center” dalla categoria del racconto, forse, anche perché ho introdotto due elementi sperimentali dal punto di vista scritturale: 1) l’utilizzo massiccio di quelli che nel racconto il protagonista definisce corsivi mentali, ovvero argomentazioni calate nel tessuto della storia e apparentemente sconnesse dai contenuti della stessa; 2) l’introduzione di “flash-forward” (opposti ai più “famosi” flashback) sotto forma di stralci poetici collegati a un programma radiofonico citato verso la fine del racconto e presenti fin dall’inizio: si tratta di evocazioni, di anticipazioni non comprese dal lettore il quale pensa a semplici intercalari testuali simili ai corsivi mentali.

Perché complicarsi la vita introducendo questi “flash-forward”?

Io in realtà ho usato una forma semplice di flash-forward: i versi di una poesia calati con una certa logica all’interno della storia. Esistono forme più complesse: veri e propri “pezzi” di storia provenienti dal futuro che compaiono nel tempo della narrazione. Anche in quel caso il lettore rimane spiazzato, ma capirà in seguito. I flash-forward sono i “testimoni” dell’evoluzione futura, positiva o negativa, del personaggio: siamo abituati a una scrittura lineare, con un prima e un dopo messi diligentemente in ordine, e non pensiamo mai al fatto che nella nostra vita non solo i ricordi dal passato possono venire a farci visita ma anche pezzi di futuro possono manifestarsi in noi… Solo che non sempre siamo in grado di riconoscerli come tali. Li chiamiamo “sogni ad occhi aperti” o nella peggiore delle ipotesi “paranoie” e andiamo dallo psichiatra pensando di essere pazzi!

Robotica e Automazione libereranno operai e dipendenti pubblici?

No, li elimineranno definitivamente. Quando questo accadrà non ci sarà più bisogno di scrivere racconti come “Call Center” perché non ci sarà più un lavoratore da proteggere ma solo macchine da aggiustare e sistemi da testare. Non sono un “luddista” contrario al progresso tecnologico introdotto nel lavoro: pensiamo alle condizioni lavorative in epoche passate e agli attuali sistemi di sicurezza che, se attuati e rispettati, potrebbero evitare le cosiddette “morti bianche” o tragedie come quelle della ThyssenKrupp di Torino. Tecnologia e prevenzione possono migliorare il lavoro del ventunesimo secolo, ma la strada verso il pieno rispetto delle leggi in materia di sicurezza è lunga, come dimostra la cronaca. Il problema, però, non è solo il miglioramento delle condizioni (anche psicologiche) del lavoratore ma è capire perché tutti noi alimentiamo e sosteniamo quel sistema politico, culturale e consumistico che sta trasformando lo stesso lavoro in un prodotto: il lavoro è diventato effimero come i prodotti che acquistiamo, caratterizzati da una vita commerciale breve. C’è qualcosa che non va e la politica ha affidato la soluzione del problema occupazionale a un’economia pseudoliberista fallimentare, con risultati negativi che stanno sotto gli occhi di tutti. In “Call Center” ho cercato di descrivere l’ibrido lavoratore-consumatore: siamo noi stessi che alimentiamo il mostro, con le nostre errate scelte culturali, con le nostre abitudini…

Ma il Power (poco importa il segno) lo permetterebbe? La società può sopportare una comunità basata sul lavoro virtuoso e dignitoso o creativo?

Permettere cosa, la liberazione dei lavoratori? Al potere non interessa il destino dei lavoratori se non per fini propagandistici ed elettorali, o come ricordavo prima in qualità di consumatori, dal momento che politica ed economia sono diventati sinonimi. Anche il sistema filosofico marxista, che avrebbe dovuto assicurare una certa “giustizia sociale” in ambito lavorativo, è stato fagocitato dal meccanismo consumistico. Un politico idiota durante la scorsa legislatura affermò che “con la cultura non si mangia”. Fino a quando il potere sarà nelle mani di questi personaggi e non si darà importanza al lavoro anche creativo, la società non conoscerà mai le potenzialità inespresse esistenti. Per lavoro creativo non intendo solo quello dei musicisti del teatro S. Carlo di Napoli. Ogni invenzione, ogni creazione, diventando servizio, può trasformarsi in lavoro: ma il nostro sistema politico è in grado di favorire questo tipo di sviluppo? La società può basarsi sul lavoro dignitoso se c’è alle spalle una politica lungimirante che assicuri l’occupazione e un salario degno di un essere umano. Non dimentichiamo che dalla sicurezza economica del lavoratore deriva l’aumento del suo “potere di acquisto” e da questo il rilancio dell’economia. Non possiamo evitare di essere dei lavoratori-consumatori perché questo è il sistema economico e culturale in cui siamo nati, ma dobbiamo migliorare la nostra condizione. Se ciò non accadrà a causa di una politica manipolata dalla finanza, si andrà incontro a un crollo del sistema sociale: la rivoluzione, come già è accaduto altre volte nel corso della storia, sarà la naturale conseguenza della disperazione generale. In “Call Center” descrivo il risveglio di un singolo individuo che compie un viaggio interiore verso una scelta personale, ma in futuro risvegli simili potrebbero aumentare di numero a causa non di un’evoluzione culturale bensì di esigenze materiali impellenti.

Per acquistare e leggere “Call Center”:

http://www.amazon.it/Call-Center-ebook/dp/B00B6FCSW6/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1364852853&sr=8-1

Una Risposta to “Intervista sul racconto “Call Center””

  1. […] intervista a Michele “Dottore in Niente” Nigro riguardo al suo racconto Call center. A cura di Roberto […]

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