Lo Zen e l’arte della raccolta differenziata dei rifiuti

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Il consumismo e la crescente complessità delle fasi produttive a partire dalla rivoluzione industriale hanno imposto alle nostre abitudini l’utilizzo e l’accumulo di oggetti: materiali eterogenei attraversano la quotidianità dell’uomo moderno anche se la maggior parte di essi è del tutto superflua e caratterizzata da una vita effimera. Le norme igienico-sanitarie e le leggi riguardanti l’etichettatura hanno fornito un alibi alle industrie che producono involucri e imballaggi di varia natura per sommergere i nostri gesti naturali sotto cumuli di potenziali rifiuti. Per riuscire a mettere le mani (e la bocca) su un alimento spesso dobbiamo prima attraversare una giungla stratificata di materiali confezionanti. Questa massa informe di “materiali di servizio” sosta nelle nostre vite per pochi minuti, ore o nella migliore delle ipotesi giorni e settimane. Non si tratta di oggetti destinati a persistere nel bagaglio sentimentale e culturale delle famiglie (anche se la cultura pop ama spesso soffermarsi sull’influenza simbolica che questi oggetti hanno nel caratterizzare un’epoca: il tetrapak piramidale del latte, ad esempio, ha segnato in modo originale un preciso periodo storico-commerciale così come successo molti secoli prima, facendo le dovute differenze, con l’utilizzo di anfore per il trasporto di olio, vino e profumi) ma il loro passaggio è veloce e accolto da un alone di inconsapevolezza e di disinteresse tendente all’ignoranza: scartiamo, stracciamo, stappiamo, “apriscatoliamo”, come se tutto questo materiale muto e servizievole esistesse nell’universo da sempre, come se si trattasse di creta che ritorna naturalmente alla terra. Ignari delle sue origini e della sua complessa storia industriale, lo separiamo da ciò che c’interessa, dall’oggetto nutriente contenuto al suo interno. Il suo destino non c’interessa, una volta raggiunto lo scopo.

La cosiddetta raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani ha decisamente interrotto, almeno in parte, questo processo mentale distratto e automatico, frutto post-industriale di una società che non conosce più, a differenza che in passato, la genesi degli oggetti, le motivazioni dei loro creatori e i passaggi tecnologici necessari alla loro creazione. La raccolta differenziata è strettamente correlata a quel tipo di esperienza sensoriale che ha come obiettivo la comprensione della realtà: toccare gli oggetti divenuti rifiuti, osservarli, sperimentarne la consistenza, andare al cuore delle cose, sezionarle, capire la loro natura fisica e chimica, e quindi stabilire quale sia la più appropriata collocazione nella piramide non alimentare dell’oggettistica moderna, significa imparare a essere consapevoli della materia che ci circonda, del suo destino, del suo valore e della sua diversità fisico-chimica, come se fossimo impegnati in una catalogazione floro-faunistica in piena regola; significa risvegliarsi da un’ignoranza tecnologica e merceologica, e liberarsi da un appiattimento sensoriale che ha reso il mondo in cui viviamo inumanamente omogeneo e indifferente. La raccolta differenziata è un esercizio mentale che ci educa all’ordine universale partendo dalle cose a noi più vicine; un modo per partecipare al miglioramento del mondo iniziando dalla propria pattumiera. Contribuiamo a diminuire il caos energetico esistente tra i materiali eterogenei, cominciando a compattare quelli simili tra loro. E schiacciandoli, prima di riporli negli appositi contenitori, partecipiamo alla riconquista ordinata del nostro spazio, interiore ed esteriore. Fare la differenza, e quindi la differenziata, significa allenare la propria intelligenza a distinguere prima di agire, a fermare l’azione indistinta per dare spazio al giudizio selettivo che pigramente sonnecchia in noi; significa “rendersi conto” della realtà delle cose per partecipare attivamente al mondo anche dal punto di vista materiale. Al di là delle teorie filosofiche, concretamente. Quanto più sottile e chirurgica sarà la differenziazione da noi realizzata, tanto maggiore sarà la risposta positiva su di noi. Differenziare è rilassante perché è un’operazione naturale: l’unione di materiali differenti tra di loro per soddisfare le sciocche esigenze dell’uomo metropolitano è invece innaturale. Dall’osservazione del carattere impermanente degli oggetti che ci circondano possiamo trarre una lezione sulla realtà incondizionata e trascendente: se una certa esistenza materiale è di passaggio, è perché ne esiste un’altra che è permanente e beata. Liberarsi consapevolmente della materia impermanente è un modo per scoprire e restare in contatto con il nucleo pieno e permanente del nostro Io. L’identità transitoria ed effimera degli oggetti materiali riciclabili c’insegna che tutto è vacuità: non esiste una forma stabile a cui aggrapparsi. Tutto è trasformabile e riciclabile. Anche noi riciclatori siamo caratterizzati da vacuità come gli oggetti che differenziamo: un giorno, dopo la nostra morte, i vari componenti chimici di cui siamo costituiti seguiranno il loro destino e la natura, senza lasciarsi intimorire dalle barriere funebri che altri costruiranno intorno al nostro corpo spento, si riprenderà, differenziandola, la materia che ha dato in prestito all’esistenza.

l'origine della munnezza

P.S. L’ORIGINE DELL’IMMONDIZIA? E’ presto spiegata… Il problema dei rifiuti è a monte: non è solo un fatto d’inciviltà dei cittadini e di incompetenza dei nostri amministratori. Il problema è anche nel rapporto malsano esistente tra consumismo e imballaggi. Ieri ho acquistato una “stronzata” che serve per il wireless bluetooth di 1 cm (vedi foto a destra) imballata con una quantità inimmaginabile di materiali (cartone e plastica, vedi foto a sinistra) come se si trattasse di un microchip della NASA… Per colpa di chi deve speculare sulla produzione degli imballaggi noi siamo costretti a morire soffocati sotto i nostri rifiuti!

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