“Masterpiece”: la scrittura ai tempi del talent show

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Il connubio tra libri e televisione, tra scrittura e mass media, non è una novità: già altri esperimenti sono stati compiuti in passato con risultati più o meno entusiasmanti. Tradurre la cultura e l’arte in spettacolo non è sempre facile, ma l’aggiornamento apportato dalla trasmissione Rai intitolata “Masterpiece” al mondo dei format consiste nell’aver adattato, comprimendoli, i normali e lenti processi scritturali a quelli televisivi del talent show, decisamente più veloci. In altre epoche l’autore di un libro poteva rimanere anonimo o invisibile alle masse fino alla morte sia per la mancanza di mezzi comunicativi invasivi capaci di “stanare” personaggi e persone, portandoli alla ribalta, sia per rispettare quella “sacralità” un po’ costruita che avvolgeva lo scrittore, il poeta, l’artista. Qualcuno ha resistito al fascino della notorietà immediata, preservando il proprio corpo (l’immagine), e non solo la propria opinione, dalla diluizione mass-mediatica; per gli altri è valsa la regola dei famigerati fifteen minutes of fame pronosticati da Warhol. Oggi è possibile “incontrare” un autore affermato ovunque: in tv, alla radio, sui social network…

L’autore consapevole dei meccanismi comunicativi e commerciali che determinano il successo di un prodotto editoriale sa benissimo che l’isolamento è controproducente e che invece la notorietà riaccende curiosità, rianima flussi di dati stagnanti e stimola la ricerca del testo ignorato. E allora perché non estendere questa spettacolarizzazione inizialmente riservata ai “famosi” (come quelli della famigerata Isola del reality), si sarà chiesto qualche cervellone della televisione, fino a comprendere la fase embrionale del processo scritturale, coinvolgendo chi noto non è, ovvero gli aspiranti scrittori?

Il merito di “Masterpiece” è sicuramente quello di far conoscere anche a un pubblico non interessato alla scrittura, quali sono le tappe fondamentali che dividono il potenziale scrittore dal cosiddetto successo: la scelta del romanzo, il suo “debutto in società” e la selezione davanti alle telecamere, il confronto a volte spietato con gli esperti, la “prova immersiva” nella realtà da cui trarre ispirazione, la dimostrazione pubblica delle proprie capacità scritturali istantanee, e infine l’autopromozione in ascensore (elevator pitch)… Per non parlare dei piccoli ma fondamentali segreti sulla scrittura che il telespettatore interessato può apprendere dai tre giurati del talent e dal “coach” Massimo Coppola. “Masterpiece” può essere considerato, in alcuni passaggi, come una sorta di corso di scrittura creativa in versione televisiva.massimocoppola

Ogni aspirante scrittore che vive con i piedi per terra sa che dopo il momento sacro della creazione ve ne sono molti altri, più prosaici, caratterizzati da praticità, dal “mestiere”, da regole artigianali che hanno l’obiettivo di rendere il prodotto fruibile e quindi competitivo sul mercato editoriale. Durante la trasmissione si parla spesso e a ragione di “musicalità” del testo, una tra le principali caratteristiche di un romanzo, di una poesia… La produzione di un libro, hanno pensato giustamente gli ideatori di “Masterpiece”, non è in fin dei conti tanto differente da quella di una lavatrice! Un prodotto deve superare collaudi e prove estreme. Quindi perché non mostrare le varie fasi produttive e i successivi “test sulla qualità” con la scusa di un talent show?

L’idea è ottima. Eppure c’è qualcosa che non quadra.

Il primo dubbio riguarda paradossalmente l’inevitabile banalizzazione della scrittura che il programma vorrebbe invece valorizzare: a non convincermi è proprio l’utilizzo del mezzo ‘talent show’, per far conoscere da vicino il processo scritturale a un pubblico generalista, nonostante l’orario di nicchia. Se da una parte l’intento originario, decisamente encomiabile, era quello di avvicinare il grande pubblico ai segreti della scrittura, alla nascita di un libro e di conseguenza alla lettura, dall’altra si paga un prezzo squalificando proprio la scrittura che, come chi scrive sa, possiede tempi senza regole e fasi indescrivibili, cammini interiori non quantificabili dal punto di vista temporale, evoluzioni riguardanti la sensibilità di un autore che la televisione non saprà e non potrà mai raccontare o riassumere ad uso e consumo del proprio pubblico. Tempi e processi su cui tanto è stato detto e scritto in altre sedi, e che questo “X Factor” per scrittori vorrebbe sintetizzare in poco più di un’ora e mezza di programma.

La scrittura è un’altra cosa. Altro che la mezz’oretta per fare il “temino in classe”: non credo che un tema scelto da altri, dedicato a una realtà scelta da altri, sia un metodo valido per valutare la scrittura di un autore che fino a prova contraria “sente” da solo il tema a cui ispirarsi; a volte eventi vissuti sulla propria pelle riemergono sotto forma di narrazione dopo anni: in “Masterpiece” si pretende di comprimere questo lavorio impercettibile in pochi minuti televisivi. Quella imposta ai concorrenti di questo “talent letterario” è tutt’al più una prova di sintesi giornalistica scambiata per scrittura creativa durante la quale, per dovere di cronaca e non per ispirazione, l’autore deve creare storie basandosi su una realtà non scelta o comunque non vissuta in maniera naturale.

Altro che il minuto nell’ascensore della Mole Antonelliana (forse è la metafora di un’ipotetica ascesa nel mondo dell’editoria che dovrebbe motivare i concorrenti?) per convincere un perfetto estraneo famoso: come se lo scrittore fosse un rappresentante della Folletto che deve convincere la casalinga mentre gli chiude la porta in faccia, o una comparsa cinematografica determinata a farsi notare dal regista affermato per ottenere una parte importante nel film. Un autore non deve convincere ma essere se stesso: la pressione esercitata sul prossimo al fine di promuovere il proprio manoscritto deve essere naturale, quasi casuale; un lasciarsi scoprire non isterico, senza snaturarsi. Il comportamento richiesto ai concorrenti di “Masterpiece” appartiene, invece, a una moda che vorrebbe collocare l’autore di libri sullo stesso livello del teleimbonitore.

Altro che audizioni come se si trattasse del Festival di Castrocaro per parole scritte e non cantate: scrittori in sala d’attesa come dal dentista e smistati come bestiame da inviare alla catena produttiva di hamburger editoriali.

1385128106347masterpiece-giudici“Masterpiece” rappresenta, nel bene e nel male, il coronamento televisivo di un processo di industrializzazione della scrittura in atto ormai da decenni: un’industrializzazione in cui prevale la fruibilità sull’importanza del contenuto, la vendibilità sul valore letterario, la ricerca di mercato riguardante i gusti medi del lettore medio sulla forza che ispira un’opera. Anche se i “giurati giurano” di essere alla ricerca di un testo forte e nuovo, in realtà sono le tendenze del mercato a dettare le regole che loro credono di applicare. Tutti sintomi di un’industria in crisi che cerca prodotti sicuri e facilmente metabolizzabili, grazie ai quali restare a galla, piuttosto che opere difficili da valorizzare in un mercato distratto, in un paese dove molti scrivono e pochi leggono, e quei pochi è meglio tenerseli stretti con libri in grado di non farli fuggire dalle librerie.

È vero, è inutile fare gli ipocriti e girarci attorno: l’obiettivo di uno scrittore è quello di essere pubblicato per farsi leggere da un vasto pubblico, ma i tempi televisivi di questo talent “inscatolano” e rendono appetibile dal punto di vista mediatico un processo interiore, quello che porta alla scrittura, ben più serio e complesso, spettacolarizzando in maniera piuttosto avvincente un bisogno artistico avvertito anche dal medico insoddisfatto, dall’ex detenuto, dalla “casalinga disperata”, dalla maestra in pensione, dal lavoratore precario… Per carità, la storia letteraria italiana e internazionale è satura di scrittori, diventati pilastri della letteratura mondiale e studiati persino a scuola, che nella vita “facevano altro” e non provenivano direttamente dall’olimpo della scrittura come se fossero nati con la penna in mano, partoriti dalla Dea della Parola! Ed è giusto che i lettori seduti a casa davanti al televisore per guardare “Masterpiece” sappiano, se non lo sapevano già, che in fin dei conti gli scrittori sono come tutti gli altri esseri umani, fatti di carne e ossa e non solo di idee e di misteriosi silenzi grazie ai quali costruire un personaggio che non esiste.

È passato il tempo in cui era possibile poter apprezzare il proprio scrittore preferito solo per mezzo di qualche raro filmato d’epoca o dell’audio di un’intervista recuperata dagli archivi polverosi di un cultore. Strappando una battuta al cinema fantascientifico potremmo dire che Essi vivono e sono tra di noi! Gli aspiranti scrittori di “Masterpiece” si sacrificano per noi sull’altare della mediaticità per evidenziare ulteriormente la quotidianità di chi scrive: un’umana quotidianità che si esprime anche attraverso i tempi tiranni della vita reale; lo scrittore chiuso nel proprio castello, dimenticato dal mondo e con tanto tempo a disposizione, è da ritenersi, salvo rari (fortunati?) casi, definitivamente estinto. Da questo punto di vista “Masterpiece” rappresenta anche un efficace testimone oculare dell’evoluzione sociale e culturale riguardante il mondo degli scrittori: non esiste più, o forse non è mai esistito, lo scrittore-scrittore (alcuni sono diventati scrittori-scrittori in seguito, dopo il successo!), ma esiste lo scrittore-qualcos’altro che tramuta le proprie esperienze eterogenee in pagine di narrativa. Con risultati, di volta in volta, apprezzabili o drasticamente criticabili. Ed è proprio il mood da “Casa del Grande Fratello” in cui viene a maturare il giudizio che non mi convince di “Masterpiece”; è la dicitura implicita “scrittore sei stato nominato” o “scrittore devi lasciare la casa” a banalizzare la storia importante che c’è dietro l’atto creativo scritturale. Anche se il lettore seduto a casa sul proprio divano agisce nello stesso modo quando si accorge di leggere qualcosa di poco convincente: è il lettore che in quel caso “lascia la casa”, ovvero il libro che ha tra le mani, abbandonandolo su una mensola per non riaprirlo mai più. Ma questo è un gesto privato, intimo, quasi una confessione non rivelata tra lettore e autore: in “Masterpiece” invece il feedback è immediato, nevrotico, veloce, a tratti velatamente disumano (il manoscritto sbattuto quasi in faccia all’aspirante scrittore o altri gesti televisivi per aumentare l’audience!), da catena di montaggio industriale che scarta i pezzi venuti male, facendo affidamento sull’esperienza della giuria che individua il prodotto funzionante.

Embè? È un talent show, che t’aspettavi, una noiosa relazione critica di Natalino Sapegno? E invece anche gli scrittori-giurati, per soddisfare una certa moda televisiva, esclamano: “Scrittore, la tua avventura a Masterpiece continua (o termina qui)!” frase inflazionata e rubata alle selezioni di Miss Italia.

Non mi convince il concetto di sfida tra aspiranti scrittori: un vero scrittore sa benissimo che l’unica sfida che vale veramente la pena di vivere è quella con se stesso e chi si presta a un tale giochino dimostra di possedere più uno spirito da concorrente per quiz televisivi che da scrittore. Forse tale deve essere il carattere di questa prima fase del programma televisivo il cui compito è quello crudele di “scremare” il potenziale umano da selezionare ulteriormente, durante la seconda fase del talent, per arrivare all’individuazione del “capolavoro” finale da pubblicare in 100.000 copie con Bompiani. Spero però che in seguito il livello di indagine sulla scrittura s’innalzi dal punto di vista qualitativo, a discapito del talent show ma a favore di un’arte così nobile.

Trovo interessante la dialettica esistente tra i giurati: le motivazioni che li inducono a una scelta positiva o al rifiuto, lo “scontro” tra i loro punti di vista, le valutazioni “tecniche” che a fatica emergono tra le sacrosante esigenze dell’intrattenimento che mai deve annoiare il telespettatore. In televisione, come nella scrittura, il ritmo prima di tutto! Purtroppo, per rispettare gli stramaledetti tempi televisivi, non viene mandata in onda la parte più utile e costruttiva di “Masterpiece” ovvero i dialoghi tra giurati quando sono chiusi nella cosiddetta “camera di consiglio” e che dovrebbero rappresentare per un aspirante scrittore il vero premio, gli strumenti con cui migliorare la propria scrittura. Interessante anche l’utilizzo di una voce narrante che racconta il programma: un “collante” che trasforma il programma stesso in un racconto, in una storia bisognosa di un narratore. E questo aspetto applicato a un talent in cui si parla proprio di scrittura costituisce certamente un simpatico valore aggiunto.

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