Preghiera quasi laica del camminatore

DSCI0153

Osservatore supremo del debole passo umano

benedici con acqua piovana

la gentile strada posta dinanzi a me,

quella che mi accingo a percorrere per il gusto

di non raggiungere nessun traguardo.

Regalami gli spazi infiniti e i colori della natura

la varietà degli esseri viventi

il suono del vento tra le foglie

e la sua carezza sulla pelle scoperta

l’odore del rosmarino, della menta, delle ginestre,

del fieno, dell’erba e del letame

il sapore delle more mature e del sudore.

Concedi ai viandanti la gioia del silenzio

per riflettere sulla bellezza dell’esserci

e della voce lontana di un contadino tra i campi,

alla sagoma di giovane donna apparsa sul crinale della collina

la forza di insegnare al suo piccolo uomo

le prime regole di vita fuori dall’uscio.

Feroci cani

fedeli al massaro che vi nutre senza amore

per rendervi simili all’uomo e diffidenti di mestiere

abbaiate puntuali e intimoriti

alla vista del nodoso bastone di chi vuol transitare.

Sono solo un’anima passeggera

con speranze leggere nella bisaccia

diretta verso la casa finale, e il mio legno è sostegno

durante le scelte fallaci di un passo insicuro.

Lasciatemi andare senza ferirmi più della vita!

Infinite stradine di contrada

che mai percorrerò,

vi sogno ad occhi aperti

lungo il tragitto del mio cammino limitato.

Una ragazza intenta a sorvegliare gli armenti

osserva divertita il goffo avanzare

del cittadino creduto disperso,

i suoi capelli raccolti in una treccia

si sciolgono liberi sul seno nudo

al refolo della passante fantasia.

Faccio un giro su me stesso,

cime di strane montagne

vento insistente da secoli tra case di pietra

voli di insetti nelle orecchie rese vergini

dall’assenza di rumori dimenticati in città

dimore semplici e più isolate di un’isola

una rete di vie sconosciute

verso esistenze ignorate.

Intuisco la via del ritorno

tra campi di grano e richiami casalinghi,

rari sguardi curiosi di uomini e animali

lambiscono al tramonto

la mia anima avida di libertà.

(foto di M. Nigro)

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4 Risposte to “Preghiera quasi laica del camminatore”

  1. Nella natura che si fa contemplare è compreso, ovviamente, anche l’uomo che agisce al suo interno.

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  2. Nei giorni scorsi ho avuto la possibilità di fare lunghe passeggiate all’imbrunire, mi ritrovo così a calarmi nelle tue parole, magari tenendo conto di “orizzonti diversi” da raggiungere e da percorrere, ma con lo stesso piacere che può dare un percorso incorniciato da colori, odori, visioni e immagini. Ho percorso quelle strade in orari e situazioni diverse, dopo un acquazzone estivo, dopo una giornata di forte vento, dopo il tramonto.. Tutto ha determinato per ogni passo ripetuto, un “nuovo passo” che mi faceva percepire nuovi profumi, come quello dell’erba bagnata, nuovi colori dominati dalla presenza o meno di nuvole in una data ora, ad esempio. Insomma, mi ritrovavo stupita di fronte ad una natura che mi era compagna in quei momenti, ma anche maestra nel suo silenzio e nei suoi suoni.
    Nelle tue parole intravedo la portata di tutta quella che è la bellezza della natura che ci circonda ed è una bellezza vista non più come lo scatto di una fotografia, immediato ed unico, ma come dipinto contemplato, studiato, sfumato, lento.. Perché una tale bellezza, mi sono resa conto, non la si può compenetrare se sottometto il mio sguardo, considerando il tempo delle lancette. Essa è una bellezza che va “diluita”, “sorseggiata”, senza fretta, senza meta, senza calcolo. Solo così potrò usufruire del TEMPO/LUCE, cos’è il tempo/luce? È quel tempo, e ci pensavo proprio l’altra sera, che non è più tempo dettato da un qualunque orologino legato al nostro polso, no! È tempo che è LUCE, è la LUCE che diventa TEMPO, che diventa ombra che si allunga con il sopraggiungere delle tenebre. È LUCE che non “serve” noi uomini, ma che “serve” la natura stessa, che mi obbliga a “servirmene” e a “servirla” se voglio usufruirne in tutta la sua bellezza. È la LUCE degli alberi, delle colline, degli insetti, dei frutti e dei fiori che già sanno come comportarsi di fronte ai suoi cambiamenti e alle sue sfumature, non posso che adattarmi e gioirne senza fretta e senza meta.
    Ciò che hai descritto tu lo si può percepire solo se, così come ho detto, il tempo nega se stesso in favore della LUCE è lei che dirige e ordina; è lei che regala e toglie. Noi, spettatori, semplici viandanti ci affidiamo a lei che decide cosa “farci saltare agli occhi” per gustarcelo in silenzio tra il rumore dell’erba che cresce e il canto monotono e costante di un grillo lungo la strada.
    Le tue parole mi hanno riportato alla mente “fioretti” di francescana memoria, la stessa “nudità di sguardo” e la stessa “meraviglia nello sguardo”.
    Grazie!

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    • Le esperienze basate sul tempo/luce sono indelebili, te le porti dietro (standoci male!) quando ritorni ai tempi meccanici decisi dall’uomo… ma nel sentirsi “disadattati”, nei luoghi dove vige il tempo meccanico, aumentano la nostalgia e la voglia di ritornare a rivivere quei momenti, sentendosi parte non indispensabile di un progetto che in silenzio va avanti da miliardi di anni…

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