Il varco

argonath

Il varco non è un luogo, è una condizione dell’anima, un resoconto interiore che non bada al tempo. Certi tasselli esistenziali restano inutilizzati per milioni di anni, poi come per incanto vanno al loro posto a formare immagini esistenti solo nella nostra fantasia. ‘Attendere al varco’ non significa vendicarsi o compiere altri gesti inutili e plateali; si attende al varco con umanità, con serenità e compassione perché pur non essendo luogo fisico il passaggio attraverso di esso avviene de visu, incontrando l’altro (e sé stessi) su questioni sospese, tirando somme senza emettere sciocchi suoni di vittoria, senza utilizzare parole altisonanti, buone solo per discorsi ufficiali.

Colui che sa attendere al varco sa di dover preventivare un periodo, a volte lunghissimo, durante il quale tutto il mondo gli sarà contro, dandogli torto; in alcuni momenti perderà egli stesso la fiducia nella propria visuale, penserà di aver visto male, di essersi sbagliato. Starà quasi per inginocchiarsi dinanzi al presunto vincitore. Colui che sa attendere al varco non chiede consensi, non condivide le proprie impressioni, non cerca un “conforto da bar”, non si confronta in piazza urlando, per sentirsi leggero e compreso; un’attesa silenziosa e solitaria è la sua compagna, alleata discreta di una saggezza che vede in anticipo sui tempi, ma che sceglie di tacere.

Il varco è l’ordine delle cose reali che prende il sopravvento sulle previsioni; i fatti tanto attesi ripongono i tasselli del mosaico in un quadro di giustizia non macchiato da rancori. Il vero saggio non ha bisogno di conferme, bensì di ordine su cose che già conosce e che ha confermato dentro di sé molto tempo prima. Lascia fare agli altri, non partecipa alla preparazione del patibolo, non si espone; teorico dell’attesa, è un inguaribile visionario che conserva le energie per il varco e per quello che accadrà dopo averlo attraversato. Recita un noto aforisma di Osho: <<Sei stato un po’ troppo serio di recente, seriamente… è tempo di lasciar perdere! Fatti una bella risata e metti da parte i tuoi bei piani. Davvero non ne hai bisogno. Ciò che dovrà accadere accadrà e tu hai una scelta: andarci insieme o andarci contro.>> Chi sa attendere al varco non si lascia deviare dalla sicurezza effimera dell’oggi perché il suo sguardo è lungo, e quindi partecipa al sorriso, sostiene il gioco dei vincitori, protegge quella gioia senza ipocrisia perché anch’egli crede nelle piccole gioie quotidiane, nell’ottenimento hic et nunc. Ma sa anche che la natura umana è piena di sorprese e sa offrire dei coup de théâtre degni della migliore scuola di narrazione; e soprattutto sa che nessuno può sfuggire al non risolto. L’eleganza dell’exit strategy è l’ossessione di colui che attende al varco: non potrebbe perdonarsi una caduta di stile o una sovraesposizione. Sospende il giudizio in attesa di dati freschi, non si affida a “voci di corridoio” perché la sua è una seria ricerca della verità che non può basarsi sull’approssimazione.

L’attesa al varco è un’arte, non è per tutti: quelli che ricordano sempre tutto, che prendono appunti, che vegliano per non perdersi lo spettacolo della sconfitta del nemico, non possono diventare ‘guardiani del varco’; perché l’attesa al varco, paradossalmente, coincide con l’atto della dimenticanza. Chi crede realmente nella giustizia sa dimenticare: saranno i fatti a dare la sveglia ai dormienti, a ricordare all’immemore guardiano quello che aveva voluto dimenticare. Non occorrono promemoria da attaccare sulle pareti del rancore; sarà l’inconscio a fare l’orecchietta alla pagina del libro lasciato in sospeso. Sorprendente sarà la capacità nel rammentare trame e personaggi, descrizioni paesaggistiche e falsi epiloghi, solo apparentemente cancellati. Chi sa attendere al varco non utilizzerà il ritorno della verità per colpire l’altro, no. Sarà l’altro a colpirsi da solo, a porgersi l’altra guancia per schiaffeggiarsi, ad umiliarsi in pubblico senza che nessuno glielo abbia chiesto. Perché è questo il vero potere di chi sa attendere al varco.

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