E se lui tornasse?

61930I+c7NL

Niente spoiler, tranquilli! Solo alcune considerazioni a caldo su un film a mio avviso intelligentissimo e necessario. D’altronde la “trama” è intuibile fin dal trailer e c’è ben poco da spoilerare. Se riuscirete a superare la trappola ipocrita e perbenista del “non sta bene fare un film comico su quel fetentone di Hitler!”, allora avrete l’opportunità di collezionare, grazie a “Lui è tornato” del regista David Wnendt, tratto dall’omonimo e fortunato romanzo dello scrittore tedesco Timur Vermes, una serie quasi ingestibile di tragicomiche riflessioni storiche, sociali e culturali sul nostro tempo.

Un po’ Borat per l’impatto irriverente del personaggio nel presente quotidiano, un po’ Michael Moore in chiave comica per il piglio documentaristico, “da strada”, e critico nei confronti dell’attuale situazione socio-politica, il redivivo Führer di Vermes adattato al cinema riesce a strappare più di un sorriso amaro: l’impossibile interazione tra Hitler e il mondo in cui viviamo, dopo aver suscitato una comprensibile ilarità nello spettatore, induce a una catartica sospensione dell’incredulità (è ovvio che il cancelliere Adolf Hitler non potrebbe mai ripiombare nel 2014!) che spinge a sua volta, come avviene grazie alle opere di fantasia intelligenti, a una riflessione profonda e a tratti drammatica. Su di noi, sul nostro animo, sulla nostra società.

La sorprendente e rapida integrazione tra l’Hitler del film e i moderni mezzi d’informazione e comunicazione (televisione, internet, telefonia mobile ecc.) punta un cono di luce, se mai ce ne fosse bisogno, sui tanti, troppi “politici di pancia” che sbraitano nei talk show, twittano e propongono facili ricette a base di ruspe e fili spinati. Il mito dell’uomo solo al comando è vivo e vegeto: le menti “stanche” e non necessariamente cattive, come qualcuno ha rilevato, sono numerosissime, forse rappresentano la stragrande maggioranza, e sono quelle che aprono la porta al ghe pensi mi di berlusconiana memoria o ad altre formule apatiche di partecipazione e deficitarie dal punto di vista critico. Il film di Wnendt, indipendentemente dal ritorno di un Führer o meno, ci fa capire che non siamo assolutamente cambiati rispetto al 1945, che la matrice corrotta è ancora lì, dentro di noi, inossidabile come un archetipo, pronta ad accogliere il delirante di turno che propone, con spirito di sacrificio e amore per la patria, di fare il “lavoro sporco” al nostro posto; pronta a delegare pur di non avere fastidi in casa. “Perché una parte di me è dentro tutti voi” fa dire il regista all’Hitler ritornante grazie a un “mezzo di trasporto” temporale che ricorda molto quello utilizzato dal Terminator di James Cameron.

L’esperimento cinematografico realizzato grazie a “Lui è tornato” mette in evidenza un dato sconvolgente: la maggior parte delle persone (reali e non attori) con cui il bravo Oliver Masucci, che interpreta Hitler, si trova ad interagire – seppur dando vita a una serie di sketch tanto surreali quanto divertenti – svela senza troppi pudori la propria natura sopita fatta di intolleranza, di razzismo più o meno soft, di insoddisfazione coltivata e repressa. Il popolo, anestetizzato da stupidi programmi televisivi che parlano di cucina e da altro “ciarpame” mediatico, avrebbe bisogno di una voce autentica in grado di parlare a quel cuore primordiale seppellito in ognuno di noi. La gente ripresa nel film, infatti, dinanzi all’Hitler farlocco, si confessa, si lascia andare emotivamente anche solo per ottenere un selfie, esprime il proprio affetto nei confronti di una “figura paterna” che accoglie le loro istanze e comprende le urgenze di una società, la nostra, sotto pressione per vari motivi: economici, politici, di convivenza interculturale e interrazziale per molti “insostenibile”… Possiamo solo immaginare, dunque, cosa accadrebbe con un Hitler autentico! Anzi, per saperlo basterebbe rileggere un buon libro di storia contemporanea.

Come aveva già evidenziato un altro scrittore tedesco, Heinrich Böll, con il suo romanzo “Opinioni di un clown”, l’ipocrisia borghese è una sorta di glassa che ricopre tutto, nascondendo processi interiori indicibili. La stessa ipocrisia che nel film fa indignare oltre misura il pubblico di un talk show per l’uccisione di un cane (cosa deplorevole, intendiamoci!) e al contempo lo fa restare moderatamente compiaciuto dinanzi alla riproposizione di un personaggio come Hitler, già conosciuto per la sua folle negatività. Il romanzo di Vermes (ma ancor di più l’adattamento cinematografico uscito nel 2015, grazie alla sua immediatezza visiva) va oltre l’ucronia fantapolitica del “Fatherland” di Robert Harris: è un test sociologico sull’attualità, compiuto tra una risata e l’altra, che sfrutta la fantasia per raccogliere dati sullo stato dell’arte in materia di psicologia delle masse.

E riproponendo la domanda-titolo di questo post “E se lui tornasse?”, dopo aver visto questo film, la risposta risulta pressoché scontata: se Adolf Hitler, o altri personaggi storici equipollenti e dotati, come nel caso del Führer, di un innegabile carisma, tornasse oggi, troverebbe un terreno fertilissimo dal punto di vista socio-politico, economico e culturale, e raccoglierebbe ampi consensi. Tenendo presente che i fattori predisponenti per un “ritorno” sono in fase di realizzazione già da tempo, con buona pace dei mausolei dell’Olocausto disseminati in tutta Europa. Sì, è vero: si tratterebbe di un terreno “tamponato” dalla memoria, da una collaudata indignazione generale, corroborata “fortunatamente” da una pigrizia partecipativa dilagante, che non permetterebbe troppe manovre in grado di far sviluppare sul campo certi tipi di ritorni. Ma che aprirebbe la strada, come già sta avvenendo, a “ritorni collaterali”, sotto mentite spoglie. In una società iper-informata ma che di fatto informata non è, un ipotetico Hitler avrebbe paradossalmente più libertà di movimento se scegliesse il semi-anonimato: l’impatto carismatico avrebbe solo una funzione mediatica, mentre le vere decisioni che rasentano una sorta di “nazionalsocialismo bianco” vengono già prese da personaggi banali – direbbe Hannah Arendt – travestiti da liberali. Alla luce di questa analisi è facile intuire che gli attuali neonazisti impegnati nei loro “cortei storici”, come accade anche nel film, assumono un ruolo puramente folcroristico.

Vedere questo film nei giorni in cui l’Austria, stracciando di fatto l’accordo di Schengen, ripristina i controlli al Brennero, induce a fare pensieri poco tranquillizzanti sull’ipocrisia dell’ideale europeo, sul lassismo delle attuali classi politiche incapaci nel dare risposte equilibrate a problemi che inevitabilmente finiscono per alimentare nazionalismi, ricorrendo a soluzioni di pancia tendenti all’intolleranza.

image

 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: