Lettera a una donna amata, persa e ritrovata…

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Napoli, 10 febbraio 2009

Cara Sibilla,

la mia partenza un po’ precipitosa da Firenze e il tuo comprensibile umore nero causato dalla brutta notizia giunta via telefono Domenica mattina, sorprendendoti durante il nostro primo caffè, non mi hanno permesso di lasciarti in eredità le parole che meriti.

La mia non è retorica diplomatica ma pura comunicazione amichevole e spontanea… Seppur ritardataria.

Noi “intellettuali” siamo così: viviamo in “differita”! Soprattutto quando si tratta di parlare di sentimenti, cerchiamo le parole giuste come se ci trovassimo al cospetto di una poesia o di un saggio.

Recuperare un’amicizia, un affetto dopo tanti anni è sempre motivo di grande gioia: passare dal silenzio alla comunicazione e addirittura – oddio, ancora devo realizzare la cosa! – all’incontro ravvicinato, corrisponde, almeno dal mio umile punto di vista, a un grande traguardo umano. Indipendentemente dall’esito finale.

Diciamoci grazie, l’uno all’altra! Siamo stati bravi per questo atto di coraggio nel recuperarsi… Credo.

Spero solo che non si sia trattato di uno di quei confronti a tempo, come tra compagni di scuola, per sottolineare superiorità e successi, dettati da meschine esigenze di rivalsa. Da parte mia non è stato così e sentendoti al telefono prima del nostro incontro non ho percepito un tale spirito nel tono della tua voce, o forse nel momento in cui t’ho vista sei stata brava a camuffarlo.

Pensiamo di poter sopravvivere anche senza valorizzare determinati rapporti (e infatti durante questi tredici anni ognuno di noi ha compiuto il proprio cammino, vivendo le proprie esperienze di vita e lasciandosi trasformare da esse, come è giusto che sia) ma non consideriamo il fatto che quando due persone si conoscono, fosse anche per pochi giorni o poche ore, hanno già “alterato” inesorabilmente le proprie esistenze. I legami più o meno flebili che si creano tra noi e le persone che conosciamo sono indissolubili nel tempo: nel bene o nel male le persone continuano ad appartenersi in eterno. Pezzetti di noi continuano a resistere ed esistere nelle altrui esistenze, immagazzinati tra le pieghe del possibile, anche se ci impegniamo con tutte le nostre forze per dimenticare e farci dimenticare. E nonostante le varie opere di rimozione portate a termine con successo.

Ma è giusto che sia così, anche se è un po’ triste: le cose superflue, che sono dovute diventare superflue per continuare a vivere o sopravvivere, vanno sempre a finire in garage o in soffitta. In basso o in alto, l’importante è che siano lontane dalla vista quotidiana. Non si parla mai, però, di una loro definitiva distruzione: non per una questione di spazi mentali in grado di conservare i ricordi, quanto piuttosto per un inconsapevole salvataggio compiuto dal nostro inconscio. Esso sa cosa conservare e cosa no; come se fosse in grado di valutare in maniera autonoma l’importanza delle esperienze da ricordare e di gestire la loro collocazione stratigrafica nella geologia della memoria.

Ti starai certamente chiedendo mentre leggi, tra una telefonata in ufficio e una lettera da scrivere per il capo, dove questo rincitrullito di un Dino voglia andare ad apparare! Arrivo, quasi, “ai vari dunque”…

Sei stata carinissima con me durante questo nostro clandestino weekend di “recupero” e non dimenticherò le tue attenzioni gastronomiche, casalinghe e di altra natura… Un’ospitalità greca condita, a un certo punto, da venature di freddezza teutonica forse derivanti dalla tua formazione scientifica o dalla rivalsa malcelata a cui accennavo prima. Non lo saprò mai: da questo punto di vista, non ti sei sbottonata.

La serata di Sabato, poi, è stata “epica”: birrozza compresa.

Mi piaci (l’avevo dimenticato) quando ti scoli la birra fredda con la dimestichezza di un camionista rumeno, per poi emettere suoni infantili e irriproducibili come a voler richiedere coccole seduta stante, in pubblico.

Riesci a gestire bene, a quanto pare, la tua presunta misantropia miscelandola adeguatamente con una buona dose di accoglienza calibrata e fine… Sei una cuoca rifinita e una vera donna da valorizzare: noi stupidi che t’abbiamo persa saremo costretti a vagare in eterno nel limbo dei dannati distratti e minchioni. Ci tocca!

Sei stata accogliente e premurosa: mi hai reso di nuovo partecipe della tua vita quotidiana fatta di commissioni da sbrigare e piccoli gesti dolci intercalati nel tran-tran, come ad esempio comprare le “frappe” di Carnevale o il pesce fresco non risciacquato in Arno ma proveniente dalla costiera grazie a una veloce catena del freddo, che poi m’hai cucinato amorevolmente “al cartoccio” nel forno della tua piccola cucina, lassù nella mansarda a forma di nido di cicogna dove ti sei rifugiata in questi anni tra una rinuncia sentimentale a causa del tuo orgoglio e una ricercata solitudine di stampo masochistico. Il tutto innaffiato con vino appositamente messo in valigia prima di raggiungerti.

E ti ringrazio per questo! Per aver aperto il tuo rifugio “alla stampa”, anche se, sarò sincero, ho avvertito odore di trappola, di schiaffo morale postumo ovvero di lezione di vita da impartire in ritardo – cara professoressa mancata! -, forte di un’assertività conquistata nel tempo e in cui sono caduto, indossando scarpe inadeguate, come si cade in una pozzanghera dopo un forte temporale. Lezione suggerita da una voglia di matematica vendetta da servire fredda e travestita da amichevole accoglienza. Cascato, come un fesso, nella rete della regina di cuori che senza parlare vuole dispensare morali delle favole a destra e a manca, vendicandosi di tutto e tutti a distanza di tempo.

Non fa niente! Sono stato al tuo “gioco”…

Inoltre sento il bisogno di chiederti scusa per alcuni miei gesti, parole o richieste morbose e discutibili che contrastavano apertamente con l’importanza di un momento umano già perfetto per come era stato concepito in partenza. A volte esagero e non rispetto la sensibilità altrui. Anzi a volte non rispetto nemmeno la mia sensibilità.

Scusami se forse sono stato arrogante e se mi sono mosso tra i nostri tredici anni di silenzio con la “leggiadria” di un elefante miope intento a bighellonare egoisticamente in un campo di fiori che non gli appartengono più. Sono riapparso quasi dal nulla armato di pretese e di false sicurezze: credo che l’audacia mal calibrata sia molto dannosa e che ci sia molto più coraggio in una lettera di scuse, come nel caso della presente, che in una prova di forza, soprattutto lì dove la forza non è necessaria ma a contare è l’amore. Anche se questo non spetta solo a me stabilirlo.

Forse hai sentito il bisogno di dimostrarmi che in questi tredici anni avevi avuto la tua vita e che io sono solo un povero “corso e ricorso storico” di vichiana memoria: non ce n’era bisogno, comunque… Di ribadire, intendo dire, il concetto di non indispensabilità di un essere umano nella vita di un’altra persona.

Solo quelli che “riposano” distesi in una bara a tre metri di profondità sotto terra, non possono più avere esperienze. O almeno non esperienze terrene, se si crede nell’aldilà.

La vita è mobile; l’amore continua a cercare, superata la fase della delusione, nuovi materiali edili con cui riempire i vuoti esistenziali creati da un appassito entusiasmo sentimentale e sessuale. È la natura a chiederlo, andando prima o poi contro l’immobilismo dettato dalla tristezza e il disincanto derivante dal lato cinico della vita.

La vita è cinica, Sibilla, e l’amore serve ad addolcire questa cruda verità. Come scriveva un poeta campano, di cui in questo momento non ricordo il nome:

“… All’orizzonte, fedele

la morte attende il respiro eccitato

e i sorrisi illusi sulla scena presente,

si finge distratta da momenti di gloria,

dall’eco amorosa

di un’apparente eternità.”

Scusami, infine, per come ho gestito il tuo dolore Domenica mattina: tu avevi bisogno di stare da sola, per quel lutto un po’ atteso da giorni ma comunque lacerante, ed io in quel momento ero un impiastro di cui liberarsi al più presto.

Ripensandoci avrei voluto e potuto stringerti a me anche solo per pochi istanti, anche se questo gesto non avrebbe rimediato a nulla, anzi, conoscendoti, forse t’avrebbe fatto incazzare ancora di più, pur non essendo io la causa del tuo dolore. Avrei voluto stringerti a me per farti capire che non eri sola, anche se da sola volevi restare. Ma io ho assecondato, stupidamente, la tua chiusura e sono salito sul primo treno con la velocità di un sms. Spesso è più facile fare muro dinanzi al dolore muto degli altri e fuggire, soprattutto quando non si sa come gestirlo.

Diciamo anche che tu non aiuti le persone che ti stanno accanto: non parli, non esprimi le tue emozioni (se tu avessi pianto, non avrei mica riso?) e così facendo rendi difficile la vita a chi ti vuole bene. Anche se questo qualcuno è solo un povero cristo ripiombato quasi per caso nella tua vita dopo tanti anni.

Non tutti abbiamo la sfera di cristallo: “indovinare” o interpretare le intime esigenze di una donna, poi, è un’impresa quasi eroica. Cerca di aiutare le prossime persone che ti staranno accanto, affinché ti possano capire e soddisfare cerebralmente: non c’è nulla di male nel dare indicazioni e nel lanciare input. Aprila quella tua boccuccia e “chiedi!”

Questa tua chiusura, permettimi quest’ultima brusca sterzata verso l’arroganza, è anche un po’ una forma di presunzione: credi che la gente che ti sta accanto non possa comprendere le tue parole o il tuo dolore.

Io amo le parole (forse te ne sei accorta oggi o già lo sapevi fin dai tempi della nostra primordiale frequentazione) e quindi per me costituiscono una fonte inesauribile di vita e di possibilità, di indagine e di speranza, di svolta interiore prima ancora che esteriore. Non sono, appunto, solo parole al vento! Le parole possono cambiare realmente la vita: ma per fare in modo che abbiano tale effetto bisogna condividerle e non chiedere alla prima occasione, alla persona che ci sta accanto, di “togliersi dai coglioni” perché tanto è inutile spiegarsi, parlare, condividere…

È vero: ti ho lasciato ragazza e ti ritrovo Donna (e che donna!).

Ma una donna che deve ancora lavorare un po’ su certe zone emotive. E in fin dei conti tutti dobbiamo lavorare su noi stessi e su qualcosa. Fino alla fine!

È finito il tempo giovanile della sciarpetta celeste (celeste, ti rendi conto? E io la indossai lo stesso) che mi regalasti per giocare a palle di neve sporca dopo quella nevicata improvvisa in città; è finito il tempo del petting nelle cabine telefoniche tra le proteste dei pensionati seduti sulle panchine, del tuo ordinare spensierato “quando ti portavo in quel caffè / prego, fragole con panna”. Del tuo nascondermi dalle suore per non farmi pizzicare da tuo padre. Delle mie verdi eiaculazioni quando mi stuzzicavi presso il nostro muretto preferito che sapeva di mare e me ne tornavo a casa, falsamente disinvolto, con le mutande imbrattate di sperma e incollate al pelo pubico. È finito il tempo dei traghetti seguiti con lo sguardo in silenzio alla partenza, mentre abbracciati sognavamo viaggi mai realizzati verso oriente.

Ora sembrerebbe non esserci più niente da scoprire, niente in cui sperare: solo piccole vendette per nutrire il proprio ego, solo amabili resti di un sentimento vago da salvare dalla morsa invernale del disincanto. Ma non è così, non può essere già così!

Si è spenta la Sibilla di un tempo. Mi hai parlato di disillusioni recenti e della necessità in questo periodo di non avere una relazione fissa; penso, tuttavia, che tu sia in cerca della felicità come ogni altro essere umano che abita questo pianeta impregnato di crudeltà storica; non possiamo permetterci di rinunciare all’amore. Anch’io sono ramingo e alla mia età non sto certamente dimostrando stabilità e voglia di fissare dei paletti sociali e relazionali… Anzi!

Quindi ti comprendo e rispetto il tuo bisogno di libertà.

Non mi scandalizza affatto (“bambina” mia!) – vantandoti scioccamente come se fossi una disinibita imprenditrice di sexy shop immunizzata e spavalda – la tua libertà sentimentale e sessuale perché è la stessa libertà che anima anche la mia vita; ed è la stessa libertà che mi ha ricondotto senza paura fino a Firenze per rivederti e che mi spinge ora a scriverti questa lunga lettera.

Ne abbiamo già parlato e sappiamo entrambi che non aspettiamo il consenso né della Chiesa, né da parte dello Stato. È bello essere laici e sentimentalmente anarchici in un paese bigotto e ipocrita come l’Italia: l’importante, però, è non diventare dei laici stronzi!

Lo so, mi sto ripetendo: ma non posso non ricordarti che ti voglio bene! Anzi di più… Ed è stato bello rivederti.

Il tuo Dino.

p.s.: cacchio, però, quanto russi di notte!

versione pdf: Lettera a una donna amata, persa e ritrovata…

(immagine da “Un viaggio chiamato amore”

ph. Philippe Antonello, fonte: qui)

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