“FUOCOAMMARE”: quando la fiamma del realismo… non scotta.

cover-fuocoammare

Se avevate considerato “Sacro GRA” come il più noioso documentario della storia del cinema documentaristico italiano, è perché evidentemente non avevate ancora visto “Fuocoammare”. Se questo è il neo-neorealismo scialbo dell’era renziana, allora ridatemi i miei vecchi vhs seppelliti in garage!

Forse l’intento di Rosi era quello di girare un “L’isola di Arturo ai tempi dei barconi”, ma gli è andata male: si è voluto giocare sull’accostamento parallelo, quasi casuale, tra le esistenze degli isolani e la tragedia dei migranti, ma il risultato è deprimente, direi privo di effetto, anche quando si tenta la carta delle analogie tra il duro passato degli abitanti di Lampedusa e il drammatico presente di chi soffre per altri motivi. Anche il tentativo di dare fascino alla pellicola sottolineando il “colorito locale” con tanto di sottotitoli (necessari perché un documentario doppiato smette di essere documentario), appare forzato perché si vuole a tutti i costi cercare una vicinanza con il bagaglio linguistico dei migranti che la sera cantano tutti insieme un canto che racconta le loro disavventure (come il racconto degli schiavi della “Amistad”?). Della serie: “siriani, africani, lampedusani, una razza una faccia!” di mediterranea memoria (Salvatores docet!). Peccato che a Bruxelles se ne strafottano ampiamente di questa visione romantica del Mediterraneo!

Lo so: è un documentario, non un film con tanto di colonna sonora. Se l’obiettivo era quello, come credo, di mettere in risalto figure normali ma eroiche come il medico Pietro Bartólo, gli uomini della Guardia Costiera che fanno un lavoro impagabile, i volontari ecc., la paziente accoglienza dei lampedusani o di soffermarsi giustamente sul dolore di chi non è morto nel tragitto e vede i propri familiari rinchiusi in body bag, allora il documentario è riuscitissimo; ma dal punto di vista strettamente cinematografico non mi ha emozionato. Anche i documentari possono emozionare. Questo non lo fa, e c’è un motivo, anzi due: il primo motivo è congenito: Gianfranco Rosi i documentari li gira così! È il suo stile. Punto. Il secondo motivo è che quando si vogliono raccontare storie ancora in atto, quando certe vicende umanitarie non hanno ancora avuto il tempo di sedimentarsi negli animi della gente (evidentemente anche in quello del regista) si rischia di essere frammentari, forzatamente non incisivi per paura di essere irrispettosi, scialbi, oserei dire (e ci perdonino le vittime di questa immane tragedia) banali. Banali pur nel tentativo, da apprezzare, di essere realistici. Mi hanno fatto pensare (e commosso) molto di più certi servizi giornalistici realizzati in fretta e furia ma che avevano il ritmo giusto. (E non ve ne uscite con la spiegazione che quello è il ritmo ispirato dall’esistenza di chi vive su un’isola!).

Questo per voler dire che l’urgenza di un fatto di cronaca, l’acclamazione plebiscitaria, la cura della fotografia e i premi ricevuti, ahimè, a volte non sono tutto.

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