I Ragazzi di via Panisperna

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Film lunghissimo, mai noioso. Nell’incipit viene descritto lo “scherzo” in stile futurista da parte di un gruppo di studenti di Fisica ai danni del “vecchio” Guglielmo Marconi, visto ormai come la personificazione di una forma di “passatismo scientifico” che non lascia spazio alle nuove scienze, alle nuove idee appena sognate e non ancora dimostrate, ai suoi giovani e scalpitanti protagonisti. Siamo in piena era fascista, il sapere e le scoperte scientifiche devono assecondare i sogni di gloria dell’uomo solo al comando e del suo impero, non c’è spazio per le farneticazioni teoriche. Eppure, invece di essere puniti dal preside Corbino, gli irriverenti goliardi vengono incoraggiati a proseguire sulla nuova strada e coordinati nelle ricerche dal professore Enrico Fermi firmeranno importanti scoperte nel campo della fisica nucleare. Accanto a Emilio Segrè, Bruno Pontecorvo, Edoardo Amaldi, si distingue per genialità e sensibilità (scambiata dalla maggior parte dei conoscenti per fragilità) la figura “misteriosa e unica” di Ettore Majorana. Due tipologie umane, due caratteri scientifici, due linee parallele che, contrariamente a quanto stabilito dall’assioma geometrico, s’incontrano spesso per poi separarsi, ma è un avvicinarsi asintotico: Majorana, pur contribuendo alle scoperte e spesso anticipandole senza tuttavia renderle pubbliche, non si integrerà mai del tutto all’entusiasmo scientifico del gruppo, ne resterà sempre ai margini.

Dal film, che segue giustamente la trama storica dei traguardi scientifici caratterizzanti un’epoca gloriosa della ricerca scientifica italiana (passando dalla radio di Marconi alla radioattività di Fermi!), emerge soprattutto la particolarità psicologica di Ettore Majorana, e non solo per il misterioso epilogo della sua storia personale quanto piuttosto perché rappresentò uno scomodo “mezzo di contrasto” scientifico e di pensiero non solo all’interno del gruppo di scienziati di via Panisperna ma anche nei confronti di un intero periodo storico delicato.

Nel film di Gianni Amelio bene è evidenziato il disagio esistenziale di Majorana che convive e spesso si scontra con il pragmatismo di Fermi e gli altri ricercatori: ma non si tratta di un disagio invalidante, anzi; l’essere un tipo silenzioso, la voglia di solitudine, le oscillazioni caratteriali, il suo schermirsi dai sentimenti, distraggono l’interlocutore dal suo essere invece un intelligente anticipatore. Un’anticipazione che non si manifesta solo attraverso una straordinaria velocità di calcolo matematico ma anche per mezzo di una visione del mondo che lo rende inevitabilmente un emarginato. Un'”emarginazione geniale” che, nonostante tutto, lo condurrà in Germania al fianco di Heisenberg… Il suo essere un critico anticipatore ebbe per alcuni il sapore dello sberleffo: i traguardi di Fermi e dei ragazzi di via Panisperna – la scoperta sbandierata degli elementi Ausonio ed Esperio, fin dalla scelta dei nomi, denunciava un’autoreferenzialità tipica del regime fascista e un entusiasmo scientista non supportato da una visione d’insieme lungimirante – furono in un certo qual modo tenuti a debita distanza dallo stesso Majorana, forse perché lo scienziato siciliano aveva già preconizzato il loro maldestro utilizzo per scopi bellici (come a breve distanza di tempo sarebbe avvenuto!).

Se fossero stati gli americani a realizzare il film, sicuramente avrebbero aggiunto qualche effetto speciale mirabolante per meglio sottolineare gli argomenti di fisica atomica: invece vi è una scena importante, nella sua estrema semplicità, che vale l’intera pellicola anche senza il supporto di effetti; quella in cui un Majorana sconvolto e paranoico spiega a uno studente impaurito, sorpreso a mettere ordine nell’aula del dipartimento di Fisica, che nel nucleo non vi sono protoni ed elettroni – come affermato dallo stesso Fermi – bensì protoni e delle non ancora definite “particelle fantasma” (ovvero i “protoni neutri”)… E poi, mostrando allo studente la punta di una matita, afferma che se la punta è il nucleo dell’atomo, bisogna immaginarsi l’intera aula occupata dagli elettroni orbitanti e non più relegati all’interno del nucleo. Le capacità visionarie di Majorana, corroborate dal calcolo matematico, sembrerebbero non voler contribuire al successo di Fermi ma sono volutamente tenute a freno: più volte nel film il personaggio di Ettore Majorana dà fuoco ai propri preziosi appunti contenenti formule matematiche in grado di dimostrare in anticipo teorie fisiche importanti a cui i suoi amici di via Panisperna giungeranno col solito distacco temporale; come a voler tacere pur sapendo, per paura di dare forma concreta alla propria consapevolezza matematica.

Ed è nella seconda metà del film di Amelio che, forse, possiamo trovare una possibile chiave di lettura del comportamento dello scienziato: ritornando nella sua Sicilia, rifuggendo da Roma e dal disagio interiore, Majorana si confronta inevitabilmente con il passato e la propria infanzia; e la memoria ritorna al piccolo Ettore, trasformato dalla madre in una sorta di fenomeno da baraccone, costretto a dare dimostrazione pubblica, dinanzi alle amiche del genitore riunite nel salone di casa, delle proprie straordinarie capacità di calcolo matematico. Lo “spettacolino” va avanti fino a quando, di fronte all’ennesima domanda, il bambino si rifiuta di rispondere, di fornire la risposta tanto attesa da una madre opprimente e accentratrice: comincia da quel momento l’elogio del tacere, del non lasciarsi sfruttare, del sapere per se stessi, per il piacere di sapere senza dirlo al mondo. L’essere schivo, solitario, “strano” direbbero i più superficiali, fa parte dunque di una reazione che ha origini antiche, che appartiene al vissuto del Majorana bambino in una Sicilia lontana dalla Roma dell’arrivismo scientifico.

Il contrasto, evidenziato nel film, tra Fermi e Majorana non è solo su base caratteriale (Fermi dimostra, invece, una forte empatia nei confronti di Majorana ed è l’unico in grado di interpretare i suoi silenzi, le sue assenze, le sue fughe, e i “messaggi” di verità contenuti nei suoi rifiuti e nei suoi atti di non partecipazione…), ma è soprattutto il risultato dell’incontro tra due modi di essere scienziati, di fare scienza: Fermi ha dei precisi obiettivi, anche se ad un certo punto sembrerà che gli sfuggano di mano; Majorana è un purista, ama il linguaggio matematico perché è un linguaggio che può rivelare verità grandiose ma al tempo stesso ha il vantaggio di rimanere criptico a chi non ne conosce le chiavi interpretative, permettendo all’umanità di non autodistruggersi. In tutto il film è forte, fin dall’inizio, la volontà di negarsi al mondo scientifico da parte di Majorana: il dichiararsi morto, il negare la propria partecipazione a un convegno in Germania… Tutto lascerebbe presagire una futura e volontaria sparizione (non suicidaria); in linea con il suo non sentirsi parte di un mondo amato, onorato con uno studio matto e disperatissimo, ma al tempo stesso da rinnegare necessariamente.

L’ultimo luogo a raccogliere il disagio di Ettore Majorana è Napoli: la città partenopea ancora una volta sembrerebbe dover svolgere una funzione catartica, liberatrice, nell’esistenza di un genio. Da Giacomo Leopardi allo stesso Majorana, fino alla figura eclettica di Renato Caccioppoli illustrata nel film di Mario Martone Morte di un matematico napoletano. Napoli, con la sua libertà e le sue contraddizioni, è la città giusta in cui diluire il dolore esistenziale, i tormenti del pensiero, anche se non sempre ottenendo risultati positivi.

Sulle speculazioni riguardanti La scomparsa di Majorana si rimanda all’omonimo saggio-romanzo di Leonardo Sciascia: il film di Amelio non sembra farsi tentare più del dovuto dalla ricerca di ipotesi più o meno fantasiose a cui abbiamo assistito fino ai nostri giorni (del “caso” Majorana se n’è occupata persino la nota trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?”). Nella pellicola, oltre al suicidio, solo l’“ipotesi monastica” viene sfiorata con delicatezza: quando Fermi fa visita ai monaci con cui Majorana era in contatto, riceve da uno di loro gli appunti che lo stesso Fermi aveva lasciato a Majorana durante un suo viaggio in Sicilia nel tentativo di riportare a Roma l’amico e collega, ormai allontanatosi dalla carriera universitaria e, cosa ancor più grave, dalla ricerca scientifica pura. Majorana aveva “visto” nella propria mente le conseguenze irreversibili di un’energia terribile e non voleva contribuire alla sua definitiva scoperta. La scomparsa di Majorana (anche il personaggio di Fermi, nel film interpretato dal bravo Ennio Fantastichini, ci tiene a precisare alla moglie Laura che non si tratta di morte bensì di scomparsa) fa parte della sua non risposta: l’irreperibilità come scelta di vita, facente parte di un disperato e ben architettato omissis, nonostante il forte contributo scientifico già fornito al mondo accademico e alla fisica nucleare in particolare.

Significativa la scena finale in cui si intervallano gli sguardi perduti di Fermi e di Majorana mentre di notte, rispettivamente sul transatlantico verso l’America e sul piroscafo Palermo-Napoli, osservano il mare avvolto dall’oscurità: il primo in fuga dall’Italia fascista e dalle leggi razziali del ’38, che avrebbero colpito prima a poi la moglie ebrea Laura, verso una terra in cui poter liberamente sviluppare le proprie scoperte (giungendo a dirigere il Progetto Manhattan, fino alla costruzione della prima bomba atomica della storia nei laboratori di Los Alamos); il secondo in fuga da se stesso, dai propri fantasmi, dalla vita e dalla propria pressante consapevolezza…

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