The Giver – Il mondo di Jonas

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Una delle caratteristiche più frequenti nei recenti film di genere fantascientifico è senza alcun dubbio il processo di ibridazione da cui nascono: l’originalità, sempre più rara, è stata sostituita da più sicuri incroci tra porzioni di precedenti pellicole di successo (anche di generi differenti), come in una sorta di grande esperimento di ingegneria genetica adattata alla cinematografia. Lungi da me il voler giudicare come negativa questa tecnica d’ibridazione, che nella maggior parte dei casi fornisce risultati gradevoli, sarebbe tuttavia interessante analizzarne – in altra sede e in maniera più approfondita – l’origine, gli obiettivi, le tecniche narrative che utilizza per rendere credibile il risultato finale: si tratta di mancanza di idee come accennavo all’inizio? Voglia di “contaminazione” tra generi? Sperimentalismo transmediale libro-film? Sta di fatto che questi film derivano quasi sempre da altrettanti romanzi, quindi l’ibridazione avviene a monte. È letteraria.

Non sfugge a tale fenomenologia il film intitolato The Giver – Il mondo di Jonas (tratto dal romanzo The Giver – Il donatore di Lois Lowry): l’accostamento più facile da fare sarebbe quello con il film Hunger Games, ma scavando in profondità è interessante rilevare quante altre analogie meritano di essere scoperte e analizzate. La storia contenuta nel film di Phillip Noyce ha letteralmente “rubato” l’idea della riscoperta dei colori (e delle emozioni) a un altro grande film sottovalutato: Pleasantville. L’assegnazione di mansioni al compimento del 18° anno d’età assomiglia alla divisione in fazioni presente nel romanzo Divergent di Veronica Roth (dal momento che il romanzo della Roth è del 2011, mentre quello di Lowry è del 1993, sarebbe il film Divergent ad avere un “debito” con The Giver – Il mondo di Jonas; anche se entrambi i film sono del 2014!). L’estirpazione delle emozioni dall’animo umano è un chiaro riferimento al film Equilibrium di Kurt Wimmer; la società quasi apatica, senza classi e senza memoria di The Giver ricorda un po’ quella degli Eloi di H. G. Wells; l’iniezione mattutina per debellare gli impulsi sessuali e sentimentali è l’equivalente, in termini di controllo sociale, dell’assunzione di soma ne Il mondo nuovo di Aldous Huxley; l’amore controllato (e inibito) tra uomo e donna non può non rievocare il rapporto proibito tra Winston e Julia nel celebre romanzo 1984 di George Orwell. Per non parlare della deriva eugenetica, presente in numerose opere letterarie e cinematografiche fantascientifiche. Interessante il riferimento antiabortista (i bambini non conformi allo standard vengono “congedati”: un modo pulito per dire uccisi) e quindi antispartano contenuto nel messaggio filmico. Riferimento che potrebbe essere esteso anche al tema delicato e attuale dell’eutanasia: quando una società legifera sulla nascita, sulla morte e sui sentimenti ed emozioni contenuti nell’intervallo di tempo compreso tra questi due momenti, può definirsi libera? Sembrerebbe chiedersi la voce narrante di questa storia. Anche se, come accade nella realtà, non è la condizione esistenziale in sé ma la necessaria presa di coscienza a fare la differenza in termini di azioni da intraprendere.

L’idea di una società distopica “con il trucco” non è originalissima: nella maggior parte dei casi si tratta di società post-apocalittiche, perché deve esserci sempre un evento passato sconvolgente – una guerra, un’epidemia, una quasi estinzione – per far cambiare rotta all’umanità e per farle scegliere un nuovo inizio basato su scelte radicali applicate da un’oligarchia. Come a voler dire: “abbiamo sbagliato, è vero, ma da oggi in poi si riga dritto, con nuove regole e guai a chi sgarra!” Innumerevoli sono gli esempi, fantascientifici e non, letterari e cinematografici, di società apparentemente perfette ma che nascondono regole di vita disumane e innaturali: The Island film di Michael Bay, L’uomo che fuggì dal futuro (THX 1138) di George Lucas, La penultima verità (The Penultimate Truth) romanzo di Philip K. Dick, The Truman Show film di Peter Weir, La fuga di Logan (Logan’s Run) film di Michael Anderson, La possibilità di un’isola romanzo di Michel Houellebecq… ecc. Continuate voi: sono sicuro che avete almeno un titolo di film o di romanzo da aggiungere all’elenco!

Figura cardine del film è l’Accoglitore di Memorie, colui che custodisce le memorie di tutta l’umanità: una società concepita in maniera asettica, equilibrata, razionale, non può confrontarsi con i pesanti ricordi della Storia, con le scomode emozioni collegate a periodi storici da cancellare. In questo gioco di resettaggio mnemonico ed emozionale, attuato in nome di una pax sociale artificiale, anche i bei ricordi, le emozioni e i sentimenti edificanti, il culto del bello e della vita, vengono sacrificati inesorabilmente sull’altare della stabilità. Al fianco dell’Accoglitore compaiono nel film gli strumenti indispensabili quando si parla di memoria, di anima, di ricerca interiore non controllata: i libri, custodi muti di saperi sepolti, veri “raccoglitori” di idee e di sentimenti.

E oggi? Qual è il nostro “Accoglitore di Memorie”? I social network (in modo particolare Facebook) sembrerebbero svolgere questa funzione: affidiamo ai nostri profili, emozioni, ricordi fotografici, commemorazioni, sentimenti, guizzi intellettuali, dichiarazioni amorose e politiche, stati d’animo, gusti, dolori quotidiani, gioie effimere, intenzioni durature e ovviamente memorie sociali e personali… Comprese le fake news! Anche in seguito alla nostra dipartita da questa vita terrena – come ci ricorda l’interessante pubblicazione di Giovanni Ziccardi intitolata Il libro digitale dei morti. Memoria, lutto, eternità e oblio nell’era dei social network – ci sarà chi provvederà alla perpetuazione (o sarebbe più corretto dire condivisione) delle nostre memorie. I social network si stanno sostituendo alla classica memoria emozionale? Della serie: è meglio ricordare con il cuore e non con la timeline di Zuckerberg!

Per rispettare (e completare) il cliché distopico, però, c’è bisogno di altri elementi aggiuntivi: di un liberatore che prima di tutto deve liberare se stesso (nel nostro caso è il giovane Jonas che prende coscienza ed evolve), prima di poter gridare “liberi tutti!”; di un motivo per liberarsi: l’amore, la bellezza di una donna, il sesso, l’erotismo e la sensualità della vita, il desiderio di giustizia, la delusione che spezza l’incantesimo; di un iniziatore/istigatore (il Donatore/Accoglitore di Memorie) che instilla la curiosità verso un mondo altro non ancora immaginato e quindi non desiderato; e infine c’è bisogno di una fuga e di un ritorno al mondo nuovo: quando l’incompatibilità, tra noi e la società che ci ha custoditi fino al momento della nostra presa di coscienza, diventa insostenibile, allora bisogna mollare gli ormeggi e salpare verso quei mondi di cui non conoscevamo l’esistenza. La quest (ovvero la ricerca) comincia prima della fuga: il fuggire rappresenta solo il climax della trasformazione, l’espediente narrativo per far sì che il protagonista si salvi, cambi vita, sposti la scena, si allontani dall’ambiente familiare divenuto sorprendentemente ostile. Perché in fin dei conti un film è solo un atto simbolico: non esistono veramente i confini “geografici” di cui si parla nella storia, non esistono zone proibite o dirupi. Quella geografia è in noi e l’intero viaggio iniziatico avviene interiormente.

E chi troviamo nel nuovo mondo? Chi o cosa c’è oltre il “confine delle memorie”? C’è la salvezza, il libero arbitrio che conduce all’errore ma anche alla verità non mediata, il sapere (quello vero, genuino, non centellinato dal potere), la natura umana, la bellezza, gli archetipi imprescindibili dell’immaginario umano, il non detto; ci sono i salvati, quelli che non sono mai cambiati, che sono stati emarginati e dimenticati, che non si sono lasciati piegare da regole assurde e che non subiscono il sistema: ci sono gli uomini-libro di Fahrenheit 451, i Prolet di Orwell, c’è la popolazione degli Zuñi de Il mondo nuovo di Huxley… C’è il proibito che salva.

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