Lavoro, neoliberismo, consumismo… e il “mostro” della new economy

Call_Center-cover

Di seguito vi propongo un ampio stralcio dell’intervista al sottoscritto da parte dello scrittore neofuturista Roberto Guerra (che ha curato anche la nota introduttiva alla mia pubblicazione). Per leggere l’intera postfazione/intervista e, ovviamente, il racconto “Call Center – reloaded” che ne costituisce, diciamo così, la “premessa narrativa”, eccovi il link.

(r.g.) “Call Center – reloaded”, quando la Fantascienza diventa quasi neorealismo digitale o cibernetico?

(m.n.) Non credo si tratti di fantascienza, anzi sono certo di non aver scritto fantascienza (volendo forzare la ricerca di un’analogia, potremmo individuare elementi in comune con la cosiddetta “fantascienza sociologica” anche se in questo caso ci troviamo dinanzi a una distopia attuale e non proiettata nel futuro!). In occasione della pubblicazione (per ironia della sorte, proprio su Amazon!) della prima edizione di “Call Center” ho usato l’espressione, che riconfermo nella seconda, social fantasy per descrivere un sottogenere del fantastico caratterizzato da storie ambientate nella nostra realtà ma contenenti – in coincidenza con il climax della storia come nel caso del mio racconto – risvolti surreali, bizzarri e grotteschi. Nel Novecento si parlava di realismo magico (Buzzati, Borges, Màrquez) in riferimento a opere letterarie in cui elementi soprannaturali emergevano da contesti quotidiani e reali. Non parlerei, invece, di neorealismo perché il mio tentativo di spiegare la condizione in cui vive l’uomo del terzo millennio si sposta da un piano realistico a uno fantasioso.

“Call Center – reloaded” è un racconto simbolico: il “mostro” che appare nella storia è il simbolo di un sistema economico e culturale più grande e più forte di noi. Quel mostro è in noi, è nutrito da noi. Siamo noi: anche se nel racconto è altro da noi, è all’apparenza fuori dalla nostra volontà ed è disprezzato come se non ci appartenesse, in realtà lo ri-scegliamo ogni giorno, lo sosteniamo perché ne abbiamo bisogno, addirittura lo votiamo quando diamo forza politica a governanti e leggi che di fatto schiacciano il lavoratore (vedi riforma Fornero e Jobs Act del governo Renzi). Ogni volta che permettiamo all’economia, e in particolare al profitto di pochi, di sorpassare la politica, i diritti civili, la nostra stessa coscienza in qualità di consumatori, noi diamo forza al mostro! Nel racconto io critico un certo tipo di “lavoro liquido”, senza o con pochi diritti, ma chi è che lo incentiva? Siamo noi stessi: abbiamo abbracciato la comodità dell’e-commerce, ci sentiamo “superiori” e “civilizzati” quando la nostra vita appare migliore grazie a prodotti che illusoriamente ci rendono onnipotenti e brillanti; ma dietro le quinte di questa vita facile si nascondono le sofferenti maestranze del marketing, i nuovi schiavi dell’era digitale. Quando da casa, seduti davanti al nostro computer, clicchiamo su un ordine d’acquisto, siamo realmente consapevoli del meccanismo da noi stessi avviato? È recente la protesta sindacale cominciata dai lavoratori Amazon di Piacenza (ma non sono i soli!) a causa dei massacranti turni di lavoro e delle conseguenti ripercussioni psico-fisiche: se qualcuno pensa che a essere “duri” siano solo il lavoro in miniera o quello nell’industria siderurgica, vuol dire che non ha ben compreso il carattere subdolo dei nuovi lavori legati alla cosiddetta new economy.

[…]

Roby-Guerra

Roberto Guerra

Robotica e Automazione libereranno operai e dipendenti pubblici?

No, li elimineranno definitivamente. Quando questo accadrà non ci sarà più bisogno di scrivere racconti come “Call Center – reloaded” perché non ci sarà più un lavoratore da proteggere ma solo macchine da aggiustare e sistemi da testare. Non sono un “luddista” contrario al progresso tecnologico introdotto nel lavoro: pensiamo alle condizioni lavorative in epoche passate e agli attuali sistemi di sicurezza che, se attuati e rispettati, possono evitare le cosiddette “morti bianche” o tragedie come quelle della ThyssenKrupp di Torino. Tecnologia e prevenzione possono migliorare la qualità del lavoro del ventunesimo secolo, ma la strada verso il pieno rispetto delle leggi in materia di sicurezza è lunga, come dimostra la cronaca. Il problema, però, non è solo il miglioramento delle condizioni (anche psicologiche) del lavoratore, bensì è capire perché tutti noi alimentiamo e sosteniamo quel sistema politico, culturale e consumistico che sta trasformando lo stesso lavoro in un prodotto: il lavoro è diventato effimero come i prodotti che acquistiamo, caratterizzati da una vita commerciale breve. C’è qualcosa che non va e la politica ha affidato la soluzione del problema occupazionale a un’economia pseudoliberista fallimentare, con risultati negativi che stanno sotto gli occhi di tutti. In “Call Center – reloaded” ho cercato di descrivere l’ibrido lavoratore-consumatore che a sua volta viene “consumato”: come dicevo pocanzi siamo noi stessi che alimentiamo il mostro, con le nostre errate scelte culturali, con le nostre abitudini, con certe politiche lavorative che accettiamo passivamente…

Ma il Potere (poco importa il segno) lo permetterebbe? La società può supportare una comunità basata sul lavoro virtuoso e dignitoso o creativo?

Permettere cosa, la liberazione dei lavoratori? O la realizzazione di una “qualità del lavoro” in cui il lavoratore possa riconoscersi? Al potere politico non interessa il destino dei lavoratori se non per fini propagandistici ed elettorali (e tanto meno a quello economico) o, come ricordavo prima, in qualità di consumatori, dal momento che politica ed economia sono diventati sinonimi. Anzi, le ragioni economiche hanno fagocitato il simulacro politico. Le ricette proposte dalle marionette pre-elettorali si schiantano nella realtà contro il muro delle esigenze economiche create da noi stessi, dalla rivoluzione industriale in poi: con la sola differenza che l’operaio sfruttato del XIX secolo è diventato, nel corso del “secolo breve”, operaio-consumatore-sfruttatore egli stesso. Da qui il fallito attecchimento in Occidente di un pensiero economico di tipo “comunista” e il conseguente annullamento della lotta di classe, perché le classi sono scomparse per fare spazio a un unico calderone gentista. E la politica si è uniformata a questo appiattimento culturale e ideologico. Ma veramente crediamo che la crisi lavorativa sia solo economica o che sia piovuta dal cielo e che il sistema occupazionale al collasso sia la conseguenza del caso o sia solo colpa degli imprenditori ingordi e non anche di un degrado culturale che ci ha resi distratti e vulnerabili? Anche il sistema filosofico marxista, che avrebbe dovuto assicurare una certa “giustizia sociale” in ambito lavorativo, è stato fagocitato dal meccanismo consumistico. I sindacati sono diventati degli involucri vuoti!

Un politico idiota, durante una delle passate legislature, affermò che “con la cultura non si mangia”. Fino a quando il potere sarà nelle mani di questi personaggi e non si darà importanza al lavoro anche creativo, la società non conoscerà mai le potenzialità inespresse esistenti. Per lavoro creativo non intendo solo quello dei musicisti del teatro S. Carlo di Napoli, degli scultori o dei poeti! Ogni invenzione, ogni creazione, diventando servizio, può trasformarsi in lavoro: ma il nostro sistema politico è in grado di investire in questo tipo di sviluppo? Una società può fondarsi sul lavoro dignitoso se c’è alle spalle una politica lungimirante che assicuri un’occupazione stabile e un salario degno di un essere umano. La nostra politica è ancora ferma al “far quadrare i conti”, alla spending review per salvarsi e non affondare; l’investimento nella creazione è utopico, e crediamo veramente di aumentare il nostro “potere di acquisto” grazie al trucco renziano degli 80 euro. Non dimentichiamo che solo dalla sicurezza economica del lavoratore deriva l’aumento del suo potere di acquisto – quello serio e non propagandistico – e da questo il rilancio dell’economia nazionale e mondiale. Non possiamo evitare di essere dei lavoratori-consumatori perché questo è il sistema economico e culturale in cui siamo nati (ammesso che non si voglia ritornare al baratto! Sistema che, in alcune comunità, viaggia in parallelo a quello capitalistico con risultati entusiasmanti), ma dobbiamo migliorare la nostra condizione anche compiendo scelte culturali individuali che un giorno potrebbero diventare sistemi adottabili su larga scala. Se ciò non accadrà a causa di una politica manipolata dalla finanza che condiziona le scelte consumistiche, non proponendo alternative, si andrà incontro a un crollo, stavolta permanente, del sistema sociale: la rivoluzione, come è già accaduto altre volte nel corso della storia, sarà la naturale conseguenza della disperazione generale, perché il pudore ancora ci permette di tenere nascosta quella personale.

In “Call Center – reloaded” descrivo il risveglio di un singolo individuo che compie un viaggio interiore verso una scelta personale draconiana e simbolica, ma in futuro risvegli simili, o più cruenti nonostante lo stato soporifero in cui versiamo, potrebbero aumentare di numero a causa non di un’evoluzione culturale, come sarebbe auspicabile, bensì di esigenze materiali impellenti. (continua qui)

ebook e cartaceo

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2 Risposte to “Lavoro, neoliberismo, consumismo… e il “mostro” della new economy”

  1. L’ha ribloggato su Pomeriggi perdutie ha commentato:

    “Call Center – reloaded” è un racconto simbolico: il “mostro” che appare nella storia è il simbolo di un sistema economico e culturale più grande e più forte di noi. Quel mostro è in noi, è nutrito da noi. Siamo noi: anche se nel racconto è altro da noi, è all’apparenza fuori dalla nostra volontà ed è disprezzato come se non ci appartenesse, in realtà lo ri-scegliamo ogni giorno, lo sosteniamo perché ne abbiamo bisogno, addirittura lo votiamo quando diamo forza politica a governanti e leggi che di fatto schiacciano il lavoratore (vedi riforma Fornero e Jobs Act del governo Renzi). Ogni volta che permettiamo all’economia, e in particolare al profitto di pochi, di sorpassare la politica, i diritti civili, la nostra stessa coscienza in qualità di consumatori, noi diamo forza al mostro! Nel racconto io critico un certo tipo di “lavoro liquido”, senza o con pochi diritti, ma chi è che lo incentiva?…”

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