Ready Player One

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Possiamo scindere la “realtà virtuale” dalla “realtà reale”? Crediamo veramente che tutto quello che combiniamo sul web sia un gioco che resta relegato in un angolo immateriale? Nel mondo distopico descritto nel film Ready Player One, il peso delle proprie azioni virtuali incide, e come, sulla realtà immanente. Anche nel nostro presente è così: un’attività illecita (frodi, terrorismo, pedopornografia, ecc.) sviluppata nel cosiddetto dark web, non porta all’arresto dell’avatar ma della persona in carne e ossa che c’è dietro. Lo scandalo di Cambridge Analytica c’insegna che i nostri innocui e virtuali “mi piace” fanno gola a chi si occupa di comunicazione strategica per le campagne elettorali.

OASIS, il mondo virtuale ideato e creato dal programmatore James Halliday, ricorda troppo facilmente Second Life, ma non solo: la gratuità d’accesso, la sua apparente democraticità, dove tutti possono essere presenti, gareggiare per il proprio successo, socializzare offrendo solo il meglio di sé o quello che si vuole far credere essere il meglio, ricordano le piattaforme di social networking come Facebook e simili… James Halliday e il suo socio, invece, rappresentano la versione cinematografica di certe “coppie nerd” che hanno cambiato la storia dell’umanità sia dal punto di vista tecnologico che culturale, e direi anche psicologico: una fra tante, quella formata da Steve Jobs e Steve Wozniak, fondatori della Apple. O i fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin… Ma gli esempi potrebbero essere molti di più.

Ormai i romanzi, e i film tratti da questi, appartenenti al genere fantascientifico distopico, hanno esaurito da tempo la vena aurifera dell’originalità: la descrizione di un pianeta Terra sovrappopolato e inquinato, è qualcosa di già letto e visto (nonostante, per par condicio, abbiano creato in passato anche società distopiche sane ed equilibrate, disumanamente sane, e quindi da rivoluzionare ugualmente). Anche la realtà virtuale adoperata come alternativa al mondo, “rifugio” esistenziale fatto di fotoni, come un’oasi appunto, non è una scelta narrativa che ci salta addosso per freschezza d’idea: non starò qui a snocciolare romanzi e film appartenenti ai generi cyberpunk e postcyberpunk… Fantascientifica, sicuramente, è l’ipotesi che un creatore multimiliardario, seppur morto, possa cedere proprietà e soldi al vincitore sconosciuto di un gioco virtuale: nonostante i vari Bill Gates e Jeff Bezos della nostra realtà presente facciano di tutto per apparire, in vita, come imprenditori filantropi capaci di investire una buona parte della loro fortuna nella promozione del genere umano. L’avventura del giovane Wade Watts è la riproposizione in chiave informatica dell’immarcescibile “sogno americano”, del singolo individuo che può farcela, se s’impegna con onore e combatte fino all’ultimo. L’internazionalismo che si respira nel film è l’ormai scontata conseguenza dell’avvicinamento tra i popoli causato dalla veloce interazione offerta dalla rete di tutte le reti. Avvicinamento o allontanamento, a seconda dei casi: Wade Watts e Samantha “Sam” Cook, amici virtuali, scopriranno in seguito, incontrandosi nel mondo reale – lì dove tutto è più lento! – di abitare nella stessa città, a pochi isolati l’uno dall’altra. Anche se il “seme” dell’amore era già germogliato nell’altro mondo, in Oasis: è poi così importante la concretezza del luogo in cui ci si incontra per la prima volta?

Il film di Spielberg, in definitiva, è un immenso, eterogeneo, articolato e meraviglioso omaggio alla cultura pop, o di massa che dir si voglia. Gli anni ’80, il nerdismo, i videogiochi, l’autismo creativo degli otaku, la rivoluzione informatica dei personal computer, il clan esoterico degli sviluppatori, gli anime giapponesi e i manga, l’era dei robottoni e dei giochi di ruolo, il cinema cult e i sottogeneri letterari sci-fi, la fantascienza e il fantasy, i telefilm, il cosplaying e l’avatarismo, i “fenomeni da garage” venuti fuori grazie alle opportunità offerte dalla new economy e da internet…: tutto questo, e molto altro ancora, ha contribuito alla realizzazione di una pellicola che non poteva ridursi alla semplice ripresentazione alle nuove generazioni e reinterpretazione di prodotti popolari, ben conosciuti da chi nel 2018 (ahimè!) ha un’età importante e certe epoche le ha vissute in prima persona. Dietro questo marasma fantastico di colorata e movimentata creatività, Ernest Cline, autore del romanzo “Player One”, e Steven Spielberg, hanno nascosto un messaggio che sarebbe limitativo definire educativo. Il termine “educazione” ha quasi sempre il potere di rievocare un “piegare l’altro a un dogma”. Punto e basta: senza alternative e senza spiegazioni giustificanti. Il film, invece, propone un compromesso alle nuove generazioni che, giustamente, essendo figlie dei tempi, adoperano i mezzi, anche quelli tecnologici, messi a loro disposizione dagli adulti: ogni tanto “staccate” dal web, spegnete gli smartphone, i computer, i tablet, scendete in strada, baciatevi, fate l’amore, toccatevi senza mettervi d’accordo su WhatsApp, state in mezzo alla natura, vivete lentamente, guardate il mondo coi vostri occhi e non attraverso qualcosa di elettronico, sbagliate, andate ai concerti senza immortalarvi su Instagram, accettate le imperfezioni del mondo reale, abbracciate il fallimento invece di suicidarvi, picchiatevi all’uscita da scuola e dopo fate pace, invece di diventare dei cyberbulli incattiviti e disumani che postano su Youtube le proprie gesta, scegliete di fare il salto, di rischiare e di farvi male veramente e non in maniera virtuale. Giocate pure nel mondo immateriale ma senza dimenticare che arriveranno prima o poi le conseguenze di quel gioco anche nel mondo reale. E che voi non appartenete a quel mondo, ma a questo. Siate, insomma, consapevoli e responsabili. Perché come afferma James Halliday nel film, che non ha fatto il salto per paura di vivere: “… la realtà è la cosa più bella perché… perché è reale!”

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6 Risposte to “Ready Player One”

  1. L’ha ribloggato su Pomeriggi perdutie ha commentato:

    Il film di Spielberg, in definitiva, è un immenso, eterogeneo, articolato e meraviglioso omaggio alla cultura pop, o di massa che dir si voglia. Gli anni ’80, il nerdismo, i videogiochi, l’autismo creativo degli otaku, la rivoluzione informatica dei personal computer, il clan esoterico degli sviluppatori, gli anime giapponesi e i manga, l’era dei robottoni e dei giochi di ruolo, il cinema cult e i sottogeneri letterari sci-fi, la fantascienza e il fantasy, i telefilm, il cosplaying e l’avatarismo, i “fenomeni da garage” venuti fuori grazie alle opportunità offerte dalla new economy e da internet…

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  2. “Ormai i romanzi, e i film tratti da questi, appartenenti al genere fantascientifico distopico, hanno esaurito da tempo la vena aurifera dell’originalità…”
    Parto da queste tue parole per commentare un “genere” e non questo film in particolare; le tue riflessioni mi hanno fatto pensare proprio a come si stia abusando di questo filone narrativo e riflettevo proprio l’altro giorno, facendo un giro in libreria nel reparto per “teenager”, (così è nominato quel settore all’interno delle librerie Feltrinelli).
    Non dimentico che ogni epoca ha avuto le sue tematiche d’elezione intorno alle quali si sviluppava tutto il resto, ma questa questione, in maniera particolare, mi colpisce negativamente perché trovo che il messaggio nascosto tra le righe, gli input e i pensieri che vogliono stimolare certi argomenti, alla fine, proprio per via dell’abuso, finiscono per avere non più un effetto di “stimolo”, bensì di “assuefazione”.
    Cerco di spiegarmi meglio, utilizzando uno scenario, come può essere quello di una guerra, di cui si parla ogni giorno; ogni giorno veniamo bombardati da immagini, notizie, dalla conta dei morti, dal numero dei bambini coinvolti, dai messaggi disperati lanciarti nel web ecc… Il risultato? “Passami l’olio…” tra l’immagine di corpi carbonizzati e le macerie di una città distrutta. Consapevoli di ciò che accade, ma quasi indifferenti perché convinti di non poter fare nulla, ma soprattutto spogliati di tutto quel bagaglio emotivo che ci dovrebbe far trovare inaccettabile tutto ciò e, pertanto, da “contrastare” veemente. Ecco, è quel desiderio di “contrastare” che viene meno, è quell’assuefarsi alle immagini, ai suoni, alle parole, alla prospettiva di un mondo che vira ormai verso certi cambiamenti, accettati come inevitabili, se non auspicabili, perché si è illusi di poter vivere in un mondo che forse sarà anche migliore di così e questa mia accidia la giustifico, la motivo in mille modi diversi.
    Ritornando a noi, (tanto tu sai benissimo che io troppo spesso esco fuori traccia… abbi pazienza), mi dico: “Non sarà che il messaggio di queste produzioni letterarie, cinematografiche ecc., abbia esaurito il suo fine ultimo?” – qualora ce ne fosse uno specifico – “Non sarà che in tal modo non sortiremo più l’effetto di far riflettere chi è immerso ormai, perdutamente, in certe ‘realtà’? Non sarà che una novità, se non una ‘rivoluzione’ sia non più di affrontare continuamente temi di realtà alternative, troppo spesso pericolose, ma così affascinanti?” – chissà se in fondo dietro tutto ciò non ci sia un “pifferaio magico” capace di addestrare… – “Non sarà che il vero cambiamento sia il coraggio di ‘affrontarla’ questa vita, di sentirne parlare, di leggerla tra le pagine di un libro, di guardarla seduti comodamente in poltrona, ma parlo di vita vera, di carne ed ossa e cuore e sentimento, ma che sia tutto tangibile perché il rischio che intravedo è quello di credere che in questa direzione stiamo sviluppando ‘bagagli emotivi virtuali’ da attivare e disattivare con un semplice click…”
    Ritorno con la mente in libreria e mi trovo di fronte allo scaffale citato prima, pieno di saghe da vivere in realtà alternative, va bene tutto… purché ci si allontani dal reale, dal tangibile… relegato in basso, celato quasi alla vista, un po’ come si vede nei supermercati, dove ad altezza d’uomo c’è tanti alimenti/merci superflue… mentre il ‘sale’ è sempre in basso e bisogna piegarsi per prenderlo…
    Concludo mutuando le parole di Brecht, anche se scritte per accadimenti diversi, adattandole alla tematica in questione: “E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale. Di nulla sia detto ‘è naturale’ in questi tempi di sanguinoso smarrimento, ordinato disordine, pianificato arbitrio, disumana umanità, così che nulla valga come cosa immutabile”. (B. Brecht, “L’eccezione e la regola”).

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    • Concordo con il tuo commento Destino e su questo blog mi sono occupato in passato di assuefazione all’informazione e alle sue conseguenze sul piano emotivo e di reale comprensione dei fatti (comprensione che apre le porte alla compassione “buddisticamente” intesa)… La mia critica alla scarsa originalità delle distopie in circolazione è di tipo narrativo-cinematografico: quando andiamo al ristorante leggiamo nel menù “misto di carni su letto di rucola”, ecco è quel letto di rucola che è ormai appassito. Ritornando al film, l’idea e il messaggio in esso contenuti mi piacciono, solo che li hanno serviti sul solito letto di rucola! Per intenderci… Anche se ho compreso le ragioni del tuo commento che vanno oltre il film in questione, giungo tuttavia a giustificare tali scelte di “rucola”, e c’è un perché: nei racconti fantastici, in quelli fantascientifici nella fattispecie, viene chiesto al lettore di sospendere la propria incredulità (https://it.wikipedia.org/wiki/Sospensione_dell%27incredulit%C3%A0) ovvero di credere che possa realmente esistere una società come quella, con Oasis, con quella tecnologia, che la gente possa vivere nelle “cataste” (come si vede nel film) ecc. Ma questa premessa, la cui scarsa originalità criticavo ma non la sua efficacia, serve a portarci verso le ragioni della fuga nel virtuale del protagonista. La realtà fa schifo? Mi rifugio in Oasis anche se il mio corpo resta dove sta! In realtà nel film ambientato nel 2045 si parla di noi, del 2018: già ci rifugiamo nei social, già metà della nostra vita è condizionata da ciò che facciamo sul web anche dal punto di vista burocratico e pratico, non solo come divertimento. L’abuso di cui tu giustamente parli riguarda la solita “rucola” del mio esempio, non di tutto il piatto: anzi il genere fantascientifico ha avuto sempre il merito di far riflettere meglio sull’oggi proprio discostandosi da esso; sono gli elementi e i contenuti trasportati nel suo interno a fare la differenza. Forse tu intendevi dire che parlare sempre di una terra inquinata e sovrappopolata ci porterà ad abituarci all’idea che non si potrà fare nulla per l’inquinamento e la sovrappopolazione? Allora il rischio c’è, ed è per questo che chiedevo un’originalità non assuefante… ma che ci stimoli ad analizzare il presente. Un tempo la fantascienza questo lo faceva, ora le sue premesse sono diventate… un letto di rucola! Ovvero un tappeto narrativo per giustificare altro. Ed è su questo altro che mi concentro (voglio, devo concentrarmi per salvare il salvabile!): il film di Spielberg come ho scritto è un bellissimo omaggio a tante cose, si è anche autocitato più volte nel film perché se lo può permettere di autocitarsi dopo quello che ha prodotto (anche se non l’ho ricordato nel post)… Da questo punto di vista, cioè in relazione a questi elementi tirati in ballo, Spielberg non ha rischiato di ripetersi anzi ha fatto bene a mettere insieme elementi appartenenti a momenti diversi: è uno spasso vedere il Gigante di ferro accanto a Gundam, l’hotel di Shining e la DeLorean di Ritorno al futuro… Questa è la novità di questo film! Tu chiedi un recupero della realtà sempre meno studiata e compresa, ed è sacrosanto fare questo sforzo di capire, ma noi siamo intrisi (anche quando non lo vogliamo e ce ne discostiamo) di pop culture ovvero di cultura di massa… Sono elementi che c’accompagnano da sempre e che io personalmente trovo interessanti perché sono il risultato di quella democratizzazione dei prodotti culturali che tanto abbiamo ricercato in epoche meno generose. Non tutti hanno la capacità o la voglia di approcciarsi alla cultura alta e quindi la cultura pop ha captato i pensieri e i desideri della massa, creando appositi prodotti. E’ un male, è un bene: io dico che semplicemente “è”… Quest’anno è il 40° anniversario dell’arrivo di Goldrake in Italia: mi piace pensare che chi lo abbia visto all’epoca abbia potuto leggere anche Kant o i romanzi di Eco… ma l’elemento Goldrake ha, nel suo essere prodotto di massa, trasmesso qualcosa, delle idee, oserei dire anche dei “valori”… chissà! Chissà che non ci sia una “grande bellezza” in tutta questa roba spacciata negli anni. Forse questo film ha voluto proprio dare una dignità d’appartenenza a tutto questo materiale… Anch’io mi sono allargato come vedi! 😉 Grazie per aver letto, ciao…!

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      • “Forse tu intendevi dire che parlare sempre di una terra inquinata e sovrappopolata ci porterà ad abituarci all’idea che non si potrà fare nulla per l’inquinamento e la sovrappopolazione? Allora il rischio c’è, ed è per questo che chiedevo un’originalità non assuefante…”
        È così, ma con la consapevolezza che l’originalità e la non assuefazione per salvare il salvabile ecc… ce lo diciamo oggi noi, alla nostra età, ma i messaggi si percepiscono i maniera diversa, in età diverse, è inevitabile… ma anche molto complesso.
        Per farla semplice mi chiedo: “Qual è il fine del film visto da ragazzini che neanche mettono il piede fuori dal cinema, dopo aver assistito alla proiezione, e già sono con il cell. in mano per recuperare ciò che hanno perso, (parlo di chi ha disattivato le varie notifiche nel mentre), in quelle due ore?” Forse il messaggio colpisce più chi, ad una certa età, su certe cose ci riflette già, le vede già, le comprende e cerca di contrastare una certa deriva… Ma il futuro sarà di quei ragazzini che tra qualche anno faticheranno a scrivere con una bella calligrafia, ma raggiungeranno velocità “ultrasoniche”, (concedimi il termine), usando la mini tastiera di un telefonino, perché si possono saltare i pasti, fare veglie notturne, ma l’essere sempre connessi sarà la priorità, con tutto ciò che ne consegue.
        Capisco che tu hai affrontato anche molti altri aspetti interessanti del film e che la colpa è mia per essere andata “fuori traccia”, ma le tue parole hanno scaturito in me questi pensieri inerenti più al “dopo”.

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        • Cmq alla fine del film il protagonista dice una cosa che non riporto qui per non fare spoiler ma che potrebbe essere una valida idea per VIVERE nella realtà e staccare un po’ dal virtuale… secondo me è irrealizzabile quella idea ma sarebbe utile per aiutare ad avere un utilizzo più consapevole del mezzo… forse dovremmo essere noi ad autoeducarci quando la mente e il corpo ci chiedono un’alternativa… Sai io credo nelle mode passeggere e nelle epoche esistenziali: spesso ci preoccupiamo del futuro delle nuove generazioni per i comportamenti che hanno oggi, ma credo anche nella capacità insita nell’essere umano di autoeducarsi e di correggere il tiro. Arrivo a dire che i social, questo stesso blog, un giorno saranno archeologia: la gente si satura di abitudini irresponsabili ma ha anche la capacità di abbandonare all’improvviso certe strade. Sono troppo ottimista? Forse ma l’ho notato anche nella mia vita. Forse si lascia una strada per prendere altre abitudini? Forse… o anche per guardarsi dall’esterno e capire che c’è altro… io credo nel cammino umano… con tutti i suoi errori.

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