Tornando dal bosco…

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Ernst Jünger, nel suo “Trattato del ribelle”, intimava ai non piegati di “passare al bosco”, per coltivare in clandestinità le proprie idee… Un “consiglio” simile lo diede anche il buon Henry David Thoreau in “Walden ovvero Vita nei boschi”.

Tornando da una meravigliosa “passeggiata” in un bosco della mia terra, percorrendo una strada lastricata di pietre, che s’inerpica immersa in una galleria verde, conducendo il camminatore verso la cima di un monte definito sacro dagli “indigeni”, dove una grande croce di ferro illumina le notti della valle sottostante, confermando la presenza di un Cristo che veglia sugli uomini deboli e peccatori, mi sono chiesto a dispetto di Jünger e Thoreau: “cosa portiamo indietro con noi, invece, ritornando dal bosco?”

Panni impolverati, sudati, a volte infangati o con tracce d’erba; uno zaino da rimettere a posto, in attesa della prossima avventura; scarponi da lucidare; un po’ di muscoli indolenziti dalla salita e qualche piccola vescica sotto i piedi da bucare; le consuete riflessioni, che accompagnano il cammino, sulle esperienze esistenziali finite e sulla vita che, imperterrita, mi attende… Tutto nell’ordinario. Dopo una doccia rigenerante che lava via il sudore, è il turno delle foto naturalistiche scattate durante la salita (e la discesa) da “scaricare” sul computer: restano impresse nella mia mente — non lavate via insieme alla polvere — le immagini (più importanti di qualsiasi foto) della bellezza ammirata, pregata, celebrata, quella che fa arrestare il passo ogni dieci metri perché vuoi vedere e gustare quella parte di bosco da un’angolazione un tantino diversa dalla precedente. E sì perché la natura non si ripete, non è mai la stessa: ad ogni passo la combinazione tra rocce, terra, alberi, radici, arbusti, foglie cadute, rami secchi, tronchi marci, funghi, ciclamini, ragnatele, felci, dirupi che costeggiano il cammino, luce che trapela dall’alto attraverso il fitto fogliame, è destinata a mutare. Non esiste un risultato di questa combinazione uguale a un altro; e allora non puoi proprio perderti quel “quadro”, quell’istantanea irripetibile, quel fotogramma di un film documentario in cui sei attore, stavolta, e non spettatore passivo. Vuoi imprimerla in te la combinazione. E ti fermi cento, diecimila volte… Come a voler ridire, ancora incredulo, a te stesso più che alla natura: “ma è cosa mai che sei così bella?” E sai anche che ciò che immortali con la tua macchina fotografica sarà sempre poca cosa rispetto alla bellezza vista direttamente, attraverso la retina dell’occhio, grazie anche alla rielaborazione del nostro amato cervello.

Lasciando il “tempio” religioso costruito dagli uomini di fede con pietre squadrate e trasportate sulla cima del monte per sentirsi più vicini a Dio, ti accorgi, ridiscendendo attraverso il bosco, che il miglior tempio in cui poter venerare il Creatore è e resterà sempre la Natura, quella semplice, casuale, naturale, mi verrebbe da dire. Il “tempio aperto”: senza pareti, portoni, sagrati, campanili, statue, vetrate colorate… La bellezza che nasce dalla ricombinazione degli elementi messi a disposizione dalla creazione e dal tempo è la vera chiesa in cui tutti dovremmo pregare almeno una volta nella vita. Camminare è pregare: laicamente parlando, senza seguire i dettami ufficiali del dire comune, con il rischio cercato di sentirsi fuori dal coro che prega leggendo la formula mondiale di un rito conosciuto. Una preghiera libera e naturale che ha bisogno di profondi silenzi e non di organi a canne, di pause dal camminare, dal rumore degli scarponi che spezzano ramoscelli e battono la terra. E ti fermi sì, a guardare la strada fatta che è lì, proprio dietro di te, a sentirti orgoglioso per il lavoro delle tue gambe che il giorno dopo ti faranno un po’ male, ma anche nostalgico per la bellezza che ti lasci alle spalle. Eppure sai che la ritroverai lì, nello stesso punto, forse solo un po’ modificata dalle intemperie, dalla fisiologica nascita e morte della vegetazione e dalla normale mutazione del territorio, anche se lenta quando non catastrofica a causa di terremoti, frane, smottamenti; ma sai anche che la bellezza di quel momento non sarà la stessa di un probabile domani: perché siamo noi che, cambiando nel tempo, rendiamo unico quel momento, quella visione. La natura ti mette in pace con l’esistenza anche se non le chiedi niente; anche se non la preghi. La natura se ne frega, e in particolare se ne frega di noi; la natura è! Siamo noi che facciamo la differenza tra un ieri e un domani, tra ciò che abbiamo visto e ciò che vedremo, tra ciò che siamo oggi e ciò che saremo domani ritornando nel bosco.

Ma all’uomo piace vivere nella Natura per come è? Direi di no, altrimenti secoli di evoluzione tecnica a cosa sarebbero serviti? A denunciarlo è il grado di “antropizzazione” del territorio, di quello stesso territorio che pochi secondi fa classificavamo come “incondizionatamente naturale”. Incondizionatamente se paragonato con la città: ma c’è sempre una condizione che fa riferimento alle conquiste dell’homo sapiens; perché noi apparteniamo al nostro stato evolutivo. E non poteva essere diversamente: l’uomo, e non da oggi, vive con un piede nella naturalezza da cui proviene (anche se conosco “gente di città” che – ahimè – in nome della comodità acquisita ne farebbe volentieri a meno di questa eredità naturale!) e con l’altro nel risultato della propria evoluzione scientifica e tecnologica, da cui non si può più tornare indietro. Risultato che è riuscito a penetrare anche nell’ambiente “selvaggio” da me attraversato: il percorso lastricato di pietre è il frutto del lavoro (sudore e sangue), durato molti anni, degli uomini devoti che volevano avere a disposizione un tragitto più comodo, anche se in salita, per raggiungere il luogo di culto in cima alla montagna. E i cartelli che indicano che stai andando nella direzione giusta, le staccionate costruite sempre dall’uomo per evitare di cascare giù in un dirupo, il suono in lontananza dei campanacci degli armenti a evidenziare la presenza a valle di un uomo che ha fatto un patto con il territorio: sospeso tra le esigenze d’allevamento, e quindi di sostentamento, e il rispetto dell’ambiente in cui i suoi stessi animali pascolano quasi liberamente. Segnali di un compromesso storico e antropologico, tutto sommato, confortante. Un equilibrio che, una volta raggiunto, offre all’umanità un esempio da seguire affinché possa continuare a vivere su questo pianeta senza distruggere o modificare in maniera scellerata l’ambiente naturale che l’ha ospitato naturalmente prima dell’accelerazione del processo evolutivo.

ph M.Nigro — 1/9/2018 (Monte Gelbison)

versione pdf: Tornando dal bosco…

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