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Per voce sola

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 aprile 2018 by Michele Nigro

La falsa posa umile, appartata

un istante prima di ghermire,

poetesse low profile con sguardi

di madonne truccate

sembrano dire

“guardami! guardami!”

e ancora “leggimi! leggimi!”

 

Un canto d’amore

dal suo becco arancio

posato su antenne

d’inezie televisive,

e il cemento di quartiere

le rassegnate tegole

nella quieta provincia

divengono giungla inattesa

rigoglioso bosco per cuori grigi

nel silenzio serale squarciato

da note brillanti, sincere

gorgheggi d’un’anima pennuta

senza spartiti

o glorie studiate.

Battipaglia 1969

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 aprile 2018 by Michele Nigro

Ho avuto il piacere di partecipare, in qualità di semplice comparsa, a questa produzione cinematografica locale. Un pezzo importante della storia di Battipaglia…

Prima proiezione: 6 maggio ore 10,30 presso il cinema Bertoni di Battipaglia, presentazione degli attori e della produzione; solo per invito nel pomeriggio dalle 15,00 alle 21,00 dedicato al pubblico.

9 aprile 69

Poesia e Libertà: intervista a Michele Nigro…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 aprile 2018 by Michele Nigro

Pubblicata “a puntate” su Instagram (i_libri_salvano) grazie alla book influencer Sara Maria Luna, ripropongo in versione integrale questa bella e lunga intervista di Anna Maria Di Pietro pensata per il sottoscritto… Buona lettura!

versione pdf: Poesia e Libertà, intervista a Michele Nigro

foto autore quarta di cop JPEG scuro

INTERVISTA A MICHELE NIGRO

a cura di Anna Maria Di Pietro

 

Se dovessi descrivere Michele Nigro con un aggettivo, direi che è libero.

L’ho incontrato tra i versi del suo libro “Nessuno nasce pulito” (ed. nugae 2.0), una raccolta di poesie vere, nude. È stato come sfogliare un album dove ogni poesia è una fotografia che immortala un momento, uno stato d’animo, uno stralcio di vita vera, senza filtri, senza alterazioni. Lui è di quelli che non cerca le parole ma da loro si fa trovare, le accoglie e le fa vivere regalando al lettore una sorta di “mappa del tesoro” per vivere meglio, per muoversi nella vita con più consapevolezza, spronando a guardarsi dentro, a conoscere se stessi, a “essere” e non ad apparire. Così, è nata la voglia di conoscerlo meglio attraverso questa intervista che ha tutte le caratteristiche di una sincera chiacchierata tra amici.

(Anna Maria D. P.) Il titolo del libro da un lato destabilizza chi crede di “essere arrivato”, dall’altro, però, dona speranza a chi, oggi, si sente inadeguato perché fuori dai giochi di un mondo proteso verso la perfezione. È giusto?

(Michele N.) In realtà il titolo potrebbe avere una continuazione: “e nessuno vi rimane (pulito) pur diventandolo”. Ma diventerebbe chilometrico come il titolo di un film di Lina Wertmüller! Scherzi a parte. Chi, in fin dei conti, può veramente credere di essere arrivato? Solo gli inconsapevoli felici per cecità, gli uomini cosiddetti “di successo” che hanno assecondato le regole del sistema; tuttavia la raccolta non vuole essere un “vangelo” confortante per disadattati e sconfitti, anzi: è una dichiarazione di guerra, è un manifesto da usare per controbattere, è una presa di coscienza che rende forti. Accettare l’imperfezione dell’esistenza è il primo passo verso la felicità, ma non tutti posseggono gli strumenti per cantare questa imperfezione. Come suggerisce saggiamente Branduardi:non è da tutti catturare la vita / non disprezzate chi non ce la fa.”

Per essere preciso, dietro questo titolo si nasconde anche un altro motivo più “prosaico”: le mie poesie, inizialmente pubblicate per anni sul blog “Nigricante”, e accompagnate da immagini e video musicali (dando vita a un concetto del tutto personale di webpoetry), sono state in seguito “ripulite” e ripresentate nude su carta (e in e-book). Solo testo, senza aggiunta di “olio di palma”!

Il titolo della raccolta è un riferimento all’incompiutezza e al mistero dell’atto poetico: può una poesia essere considerata ‘finita’ o addirittura ‘perfetta’? E soprattutto: una poesia nasce già “pulita” oppure, molto più verosimilmente, è il risultato di un meraviglioso e silenzioso travaglio, di una nascita sporca di placenta e sangue, di un lavorio artigianale sulla parola che può riprendere anche dopo anni?

I tuoi versi “sciolti” hanno il potere di creare immagini talmente vive da far apparire tra le pagine un grande palcoscenico popolato da burattini, “scimmie ammaestrate” e maschere. Chi sono?

Il bello della poesia e della scrittura creativa in generale è che sono “spazio-temporalmente democratiche”: in un verso, nella trama di un racconto, possono convivere persone e personaggi appartenenti a luoghi e tempi separati tra essi. Tutti noi possediamo un bagaglio fatto di facce reali (altro che Facebook!), di esperienze esistenziali, di persone conosciute in profondità o solo sfiorate, di vicende in cui a volte siamo stati registi o protagonisti, molte altre volte maschere, burattini o scimmie ammaestrate. Chi sono? Sono gli altri e siamo noi, che siamo “gli altri” per qualcun’altro…

In molte poesie si può scorgere una strada percorsa da gruppi di uomini omologati che vanno verso città illuminate, rumorose, mischiandosi alla massa e allontanandosi da se stessi. Perché accade questo?

Per onestà intellettuale devo confessarti che provengo da un’esperienza (in qualità di lettore e a volte anche di semplice scrittore di brevi racconti) di letteratura fantascientifica distopica: immaginare la futura condizione dell’umanità era un esercizio che non potevo lasciare al di fuori della mia poetica. Purtroppo, come recita uno slogan inflazionato ma vero “The future is now” (Il futuro è adesso); quello che la letteratura d’anticipazione immaginava, in termini di alienazione e di omologazione, è diventato realtà, e quest’ultima ha superato l’immaginazione. I social network che tutti noi adoperiamo sono una “versione volontaria” del Grande Fratello di Orwell: se nel romanzo “1984” le persone subivano un necessario controllo onnipresente da parte di “Big Brother”, noi oggi scegliamo spontaneamente di farci controllare, ci iscriviamo da soli sui social. Nessuno ce lo impone! Tutto questo accade perché il controllo è gentile, estremamente diluito, raffinato, le catene sono invisibili, spesso sono scambiate per indispensabili strumenti di libertà. Non c’è un potere apertamente ostile da contrastare o una dittatura opprimente: il contrasto lo avvertiamo solo quando scegliamo di non scegliere la loro “libertà”. La poesia, in maniera particolare, può aiutarci a non scegliere, può decostruire il messaggio proveniente dalla città illuminata e rumorosa, può agevolare la conoscenza di noi stessi e mettere in crisi i programmi che il sistema ha fatto sulla nostra mente. Sappiamo accettare e gestire la solitudine che ne consegue?   

Ma tu, accanto a quella strada affollata, ne tracci una parallela, alternativa, in salita. Qual è il mezzo per aprirsi un varco e percorrerla?

Decisamente in salita, e solitaria, come lascio intendere al termine della precedente risposta. C’è un dazio da pagare, è ovvio. “Mezzi sicuri” da consigliare non ne ho. Posso solo dire che grazie alla cultura, al sapere contenuto nei libri, abbiamo l’opportunità di acquisire libertà di scelta e indipendenza mentale; con la poesia, invece, cambia proprio la percezione che abbiamo del mondo (visibile e invisibile), anche se restiamo “ignoranti” in altri campi. Non so se ho reso l’idea. Per aprire quel varco occorre fare tanto esercizio (non solo poetico ma prima ancora esistenziale: fare esperienza di alternatività senza forzare la mano ma con naturalezza) e non è detto che il risultato positivo sia assicurato. Il bagno di folla è necessario, il divertimento piace a tutti, i rumori della città fanno parte dell’original soundtrack di questa vita, l’uomo è fatto per stare in compagnia dei propri simili e il modello del poeta isolato e maledetto ha fatto il suo tempo; la poesia, però, c’insegna come essere parte di questo mondo senza farsi possedere da esso.   

Solitudine “cercata” e silenzio sono le note che compongono la colonna sonora dei tuoi versi. Quanto sono necessari?

Nella poesia intitolata Riconoscersi, contenuta nella raccolta, tento di spiegare tutto questo. Solitudine e silenzio non sono degli espedienti fini a se stessi, tanto per starsene un po’ tranquilli dopo una giornata stressante! Sono preziosi strumenti interiori (solitudine e silenzio non si riferiscono solo all’isolamento fisico e acustico, ma rappresentano qualcosa di più complesso) per mezzo dei quali riusciamo a riconoscere la parola giusta quando questa viene a trovarci prima di diventare poesia; mettersi in ascolto di se stessi è fondamentale per distillare le parole e intrecciarle nella maniera più onesta. Ma solitudine e silenzio – potrebbe sembrare contraddittorio eppure è così – occorrono anche per riconoscere i propri “simili”, la persona o le persone più importanti della propria esistenza, per scegliere quali esperienze vivere e quali no. Per ripulire la ricezione dai suoni che non contano.

Ti ho visto camminare tra le tue parole sempre in compagnia della riflessione, ogni tanto voltandoti indietro. Quanto conta il passato?

Il passato è indispensabile: fornisce una quantità considerevole di “materie prime” con cui fabbricare i pensieri di oggi. Noi siamo le nostre esperienze. Per quanto riguarda la poesia, il passato si manifesta sotto forma di echi mai prepotenti, di sfumature che non rubano la scena al presente. Qualcuno ha interpretato tutto questo come nostalgismo o, peggio ancora, come pentitismo. (Lo stesso prefatore del mio libro è caduto nell’inganno!). Scriveva Arthur Koestler che bisogna rinculare per saltare: il passato è forza propulsiva per evolvere, non una palude di sabbie mobili. In alcuni miei versi cerco di intimare a me stesso: “ricordati chi eri!”

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Ready Player One

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 aprile 2018 by Michele Nigro

versione pdf: Ready Player One

ready

Possiamo scindere la “realtà virtuale” dalla “realtà reale”? Crediamo veramente che tutto quello che combiniamo sul web sia un gioco che resta relegato in un angolo immateriale? Nel mondo distopico descritto nel film Ready Player One, il peso delle proprie azioni virtuali incide, e come, sulla realtà immanente. Anche nel nostro presente è così: un’attività illecita (frodi, terrorismo, pedopornografia, ecc.) sviluppata nel cosiddetto dark web, non porta all’arresto dell’avatar ma della persona in carne e ossa che c’è dietro. Lo scandalo di Cambridge Analytica c’insegna che i nostri innocui e virtuali “mi piace” fanno gola a chi si occupa di comunicazione strategica per le campagne elettorali.

OASIS, il mondo virtuale ideato e creato dal programmatore James Halliday, ricorda troppo facilmente Second Life, ma non solo: la gratuità d’accesso, la sua apparente democraticità, dove tutti possono essere presenti, gareggiare per il proprio successo, socializzare offrendo solo il meglio di sé o quello che si vuole far credere essere il meglio, ricordano le piattaforme di social networking come Facebook e simili… James Halliday e il suo socio, invece, rappresentano la versione cinematografica di certe “coppie nerd” che hanno cambiato la storia dell’umanità sia dal punto di vista tecnologico che culturale, e direi anche psicologico: una fra tante, quella formata da Steve Jobs e Steve Wozniak, fondatori della Apple. O i fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin… Ma gli esempi potrebbero essere molti di più.

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Keep on movin’!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 aprile 2018 by Michele Nigro

Non aspettare!

Batti colpo su colpo…

Ferro rovente e martello… Sdengh!

Sdengh! Sdengh! La forma che vuoi tu.

Botta e risposta…

Azione e reazione…

Problema e soluzione…

Tic e Tac…

Yin e Yang…

Tacc e pont…

Cip e Ciop…

Mazza e pivezo…

A contro B, B contro A.

Insisti, non muoverti, resta al tuo posto.

Anzi muoviti ma sulla tua posizione!

Ritmo, ritmo, ritmo!

Intervallo zero!

Ci vuole fiato. Dunque allenati!

Stare allerta, caffeina, ginseng

e Red Bull endovenosa, cocaina dei poveri.

Metro dopo metro

ufficio dopo ufficio

burocrate dopo burocrate.

Stanarli, finirli sulla piazza virtuale

con un colpo

alla tempia del sistema.

Un rambo che spara

proiettili di carta bollata.

A provocazione rispondo

a sfida ricevuta, t’assutterr

sotto tre metri ‘e munnezza lessicale!

Essere gli incazzati orologi svizzeri

di una puntuale assertività.

Nella pausa dell’uomo pacifico

s’annida il germe della (sua) sconfitta.

Vi odio tutti, vi combatterò tutti

e a tutte le ore

senza tregua

senza esclusione di colpi.

Occhi spalancati

nella notte di provincia.

Sarò l’incubo

dei vostri incubi

al punto che questi

sbiaditi e ridotti a minima cosa

diverranno dolci sogni.

“Scalo a Grado”, gruppo fb dedicato a Franco Battiato

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 31 marzo 2018 by Michele Nigro

È nato “Scalo a Grado”, gruppo Facebook dedicato al cantautore e musicista siciliano Franco Battiato. Qualcuno, forse, esclamerà: “Un altro!?”. È vero, la blogosfera e i social network pullulano di pagine dedicate a Battiato, ma la “linea editoriale” di questo gruppo in fieri è stata tracciata adoperando una “filosofia del togliere”, puntando a obiettivi contenutistici ben precisi – e non “Alzando solo polvere” -, visto che chi amministra “Scalo a Grado” proviene da esperienze simili in qualità di membro di gruppi e fan club, escludendo di conseguenza le negatività, le esasperazioni e i fanatismi riscontrati altrove.

Per iscriversi:

https://www.facebook.com/groups/scaloagrado/

cop arca di noè

DESCRIZIONE DEL GRUPPO

“Scalo a Grado”

Agnus dei qui tollis peccata
mundi miserere
dona eis requiem.

Lanciato ufficialmente la domenica di Pasqua dell’anno 2018 (1° Aprile, ma senza voler essere uno scherzo!), questo gruppo non poteva intitolarsi in altro modo, o così ci piace pensare.

“Fare scalo a Grado” significa fermarsi per leggere o venire a condividere scritti (propri o di altri autori) inerenti non solo la musica del cantautore siciliano Franco Battiato, ma anche le sue esperienze non musicali, il suo pensiero e i tanti affluenti culturali che lo hanno nutrito in tutti questi preziosi anni di attività; significa soffermarsi in un luogo sospeso tra la terra e il mare, un po’ isola e un po’ terraferma, al confine tra due nazioni immaginarie, tra il viaggio interiore e quello geografico, tra l’uomo che ricerca nel silenzio e l’artista che canta seduto su un tappeto.

Tutto questo, se vorrete, con una predisposizione al sincretismo, alla disappartenenza politica, religiosa e filosofica e alla multiculturalità. Al di là dei riti collettivi, non incoraggiati in questo gruppo.

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“Il valore del passato”, “Fiori dalle Cicatrici”, “L’importanza del pazientare”, “Profumo di Libertà”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 25 marzo 2018 by Michele Nigro

… un’altra puntata, per leggerla: QUI o QUI!

Tutto ciò che devo sapere

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 marzo 2018 by Michele Nigro

E ora che tutto

il superfluo tace intorno

alla mia sete di

silenzio parlato,

mi chiedo

come conoscevate

le cose del mondo

le notizie di guerre finite

e di progressi a venire,

di quale dimensione

umana

vi accontentavate?

 

A volte

un gracchiare di radio

un giornale scaduto

mangiando formaggio francese

coi vicini non estranei.

 

Prima di quel maggio, almeno

nel buio dei suoni lucani

c’era la luce di lei

lontana

voce che confortava

in qualche modo

gli orizzonti impossibili,

miracolo d’autunno

difficile da rifare.

 

L’immaginazione risorge

da carte stampate e lette,

la voglia di andare a vedere

di persona

partendo da quelle pagine,

come amori perduti

che ancora riscaldano

l’intenzione di vivere.

immagine: “In profondità”

di Pawel Kuczynski

Lavoro, neoliberismo, consumismo… e il “mostro” della new economy

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 marzo 2018 by Michele Nigro

Call_Center-cover

Di seguito vi propongo un ampio stralcio dell’intervista al sottoscritto da parte dello scrittore neofuturista Roberto Guerra (che ha curato anche la nota introduttiva alla mia pubblicazione). Per leggere l’intera postfazione/intervista e, ovviamente, il racconto “Call Center – reloaded” che ne costituisce, diciamo così, la “premessa narrativa”, eccovi il link.

(r.g.) “Call Center – reloaded”, quando la Fantascienza diventa quasi neorealismo digitale o cibernetico?

(m.n.) Non credo si tratti di fantascienza, anzi sono certo di non aver scritto fantascienza (volendo forzare la ricerca di un’analogia, potremmo individuare elementi in comune con la cosiddetta “fantascienza sociologica” anche se in questo caso ci troviamo dinanzi a una distopia attuale e non proiettata nel futuro!). In occasione della pubblicazione (per ironia della sorte, proprio su Amazon!) della prima edizione di “Call Center” ho usato l’espressione, che riconfermo nella seconda, social fantasy per descrivere un sottogenere del fantastico caratterizzato da storie ambientate nella nostra realtà ma contenenti – in coincidenza con il climax della storia come nel caso del mio racconto – risvolti surreali, bizzarri e grotteschi. Nel Novecento si parlava di realismo magico (Buzzati, Borges, Màrquez) in riferimento a opere letterarie in cui elementi soprannaturali emergevano da contesti quotidiani e reali. Non parlerei, invece, di neorealismo perché il mio tentativo di spiegare la condizione in cui vive l’uomo del terzo millennio si sposta da un piano realistico a uno fantasioso.

“Call Center – reloaded” è un racconto simbolico: il “mostro” che appare nella storia è il simbolo di un sistema economico e culturale più grande e più forte di noi. Quel mostro è in noi, è nutrito da noi. Siamo noi: anche se nel racconto è altro da noi, è all’apparenza fuori dalla nostra volontà ed è disprezzato come se non ci appartenesse, in realtà lo ri-scegliamo ogni giorno, lo sosteniamo perché ne abbiamo bisogno, addirittura lo votiamo quando diamo forza politica a governanti e leggi che di fatto schiacciano il lavoratore (vedi riforma Fornero e Jobs Act del governo Renzi). Ogni volta che permettiamo all’economia, e in particolare al profitto di pochi, di sorpassare la politica, i diritti civili, la nostra stessa coscienza in qualità di consumatori, noi diamo forza al mostro! Nel racconto io critico un certo tipo di “lavoro liquido”, senza o con pochi diritti, ma chi è che lo incentiva? Siamo noi stessi: abbiamo abbracciato la comodità dell’e-commerce, ci sentiamo “superiori” e “civilizzati” quando la nostra vita appare migliore grazie a prodotti che illusoriamente ci rendono onnipotenti e brillanti; ma dietro le quinte di questa vita facile si nascondono le sofferenti maestranze del marketing, i nuovi schiavi dell’era digitale. Quando da casa, seduti davanti al nostro computer, clicchiamo su un ordine d’acquisto, siamo realmente consapevoli del meccanismo da noi stessi avviato? È recente la protesta sindacale cominciata dai lavoratori Amazon di Piacenza (ma non sono i soli!) a causa dei massacranti turni di lavoro e delle conseguenti ripercussioni psico-fisiche: se qualcuno pensa che a essere “duri” siano solo il lavoro in miniera o quello nell’industria siderurgica, vuol dire che non ha ben compreso il carattere subdolo dei nuovi lavori legati alla cosiddetta new economy.

[…]

Roby-Guerra

Roberto Guerra

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L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

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