Archivio per 1968

“The Doors in direzione del prossimo whiskey bar” di Giuseppe Calogiuri

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 gennaio 2017 by Michele Nigro

Comunicato stampa

Layout 1

Il 4 gennaio diventerà ufficialmente il “Day Of The Doors” a Los Angeles e iQdB Edizioni di Stefano Donno è pronta a festeggiarlo con “The Doors in direzione del prossimo whiskey bar” di Giuseppe Calogiuri

Sono trascorsi 50 anni dall’esordio dei The Doors: era il 4 gennaio 1967 e l’omonino debut album usciva per Elektra Records. Per festeggiare il 50esimo anniversario, il “Day Of The Doors”, anche iQdB Edizioni di Stefano Donno è pronta con “The Doors in direzione del prossimo whiskey bar” di Giuseppe Calogiuri.

“Ci vuole coraggio. Sì, ci vuole molto coraggio nel chiedermi di scrivere una prefazione a un libro su di una band degli anni ’60. Perché, anche a voi che leggete, qual è il primo pensiero che vi viene in mente? Sicuramente uno di quegli insopportabili gruppi frikkettoni, hippie, pacifisti, lenti e insulsi sul modello di Mamas&Papas o Jefferson Airplane (ne sono certo). Per fortuna, anche in quegli anni terribili dal punto di vista musicale qualche luce affiorava nel buio. E, forse, una luce più di tutte, quella di The Doors! Ed è di questa luce che questo libro vi parla. Meglio, ve la racconta. E Giuseppe Calogiuri, conoscendo questa mia debolezza, ha saputo trovare lo strumento e il coraggio giusto. Ma, forse, è necessario andare per ordine… Il 4 gennaio 1967 The Doors pubblicano il loro primo album omonimo. Non siamo in un anno qualsiasi, quel 1967 segnerà la storia degli Stati Uniti, prima, e dell’intero mondo occidentale, poi. Già da qualche anno le forze armate di Washington combattono lontano da casa una guerra non ufficiale. Dall’inizio del suo mandato presidenziale, il “progressista” John F. Kennedy ha cominciato a prendere i ragazzi del suo paese per scaraventarli dall’altra parte del mondo. The Golden One (citando The Human League), figlio di una famiglia arricchitasi spropositatamente grazie al commercio illegale di alcol, ha precipitato gli Stati Uniti nel fango del Vietnam. Il suo successore, Lyndon B. Johnson, ha continuato il lavoro. Anzi, lo ha portato alle estreme conseguenze. Il 7 agosto 1964, il Congresso americano – approvando la H.J. Res. 1145 (conosciuta come la “Risoluzione del Tonchino”) – ha consegnato al Presidente un assegno in bianco per portare le truppe ovunque ritenesse necessario. È l’inizio della presidenza imperiale. E’ anche l’inizio, in pratica, della coscrizione obbligatoria per i giovani americani. Quella carne fresca serve. È indispensabile per combattere nelle paludi e nelle giungle del sud-est asiatico. Nel 1968, saranno ben 500.000 i soldati impiegati in Vietnam (con infiltrazioni anche in Cambogia e Laos per inseguire i charlie). In questo clima, le Università sono le istituzioni che, più di altre, risentono della guerra. I ragazzi che “vincono” alla perfida lotteria della coscrizione hanno solo tre scelte: 1) accettare l’arruolamento; 2) scappare, magari in Canada (come Jack Nicholson); oppure 3) scegliere la strada dell’obiezione di coscienza. La terza è una scelta difficile, ti mette fuori dalla società e, per questo, ci vuole un coraggio enorme. Un campione sportivo all’apice della carriera rifiuterà più volte l’arruolamento e il 20 giugno del 1967 sarà giudicato colpevole di tradimento. Quell’uomo era Muhammad Ali! Una nuova strada doveva essere trovata. E qui la musica sarà fondamentale come mezzo di aggregazione per tutti coloro i quali volevano fare qualcosa. Il 1967 regalerà alla costa occidentale degli Stati Uniti la Summer of Love e al Vecchio Continente la spinta alla rivolta studentesca, che in Europa inizierà nel maggio dell’anno dopo. La scintilla partita dall’Università di Berkeley, in California, diventerà fiamma viva in altri atenei, per trasformarsi in incendio a Parigi. Il Monterey Pop Festival del giugno 1967 sarà il pretesto che permetterà agli studenti di unirsi, confrontarsi e cogliere tutti i segnali che artisti come Jimi Hendrix o The Who sputavano dal palco. Segnali che, in un modo o in un altro, volevano dire rabbia. Beh, The Doors sono figli e, insieme, strumento di quella rabbia e di quella società americana che è confusa e terrorizzata dai suoi stessi leader. Una società che ha visto cadere i propri miti politici con l’assassinio di Kennedy, o quelli sportivi, con l’arresto di Ali, e che vede, continuamente, partire i propri ragazzi verso luoghi lontani e impronunziabili per tornare, poi, in casse avvolte dalla bandiera a stelle e strisce. Una generazione di giovani e adolescenti che si rifugia sempre più nelle droghe. Magari nuove droghe come l’LSD, che aprono nuove porte. E queste porte sono quelle già narrate da William Blake e che Jim Morrison, Ray Manzarek, Robby Krieger e John Densmore faranno proprie e attraverseranno con l’arroganza, l’incoscienza e la rabbia dell’età. Arroganza, incoscienza e rabbia che non si possono non condividere e abbracciare. Abbracciare anche da parte di chi, come me, è cresciuto con e nel punk, prima, e nella new wave, dopo.

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Beat: beati o battuti? (1967 – 2007)

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 marzo 2013 by Michele Nigro

<<… Il 40° anniversario della Summer of love del 1967 – a San Fran­cisco – è, in realtà, solo un pretesto utilizzato da noi per parlare d’altro: i fermenti culturali beat erano già cominciati da un bel po’ di tempo. Dalla fine della seconda guerra mondiale (affondando le lunghe radici in Walt Whitman, William Blake, Henry David Thoreau, Edgar Allan Poe, Aldous Hu­xley…) fino alla metà degli anni 60, furono realizzate le pre­messe da cui scaturirono gli eventi successivi, quelli – tanto per intenderci – che culminarono nel “mitico” e cinematografico 1968, e che ormai fa parte prepotentemente dell’imma­ginario collettivo (riassunto nel famigerato e riduttivo “sesso, droga e rock’n’roll”) solo grazie ai luoghi comuni diffusi nel mondo dall’industria filmica di Hollywood e ad alcune noti­zie di cronaca ormai passate alla Storia.

Sulla beat generation, alla quale appartenne un gruppo ristret­to ma combattivo di scrittori e poeti (rappresentarono la vera spina dorsale del movimento), è stato detto tutto e il contrario di tutto: ed è per questo che ancora oggi si è indecisi su quale sia il significato definitivo della parola “beat”: per alcuni deriva da beatitude (beatitudine) ovvero quello “stato di grazia” che scaturisce da un’intensa ricerca spirituale (spesso coadiuvata da droghe allucinogene, alcool e misticismo catto-buddista); per altri, primo fra tutti lo stesso Ke­rouac che coniò il termine nel 1947 (anche se aveva già scritto all’età di 11 anni il suo primo racconto intitolato “The Cop on the Beat”), beat è sinonimo di “battuto” dalla società (o battuto nel senso di ritmato come il jazz di “Frisco“), “sconfitto” dalle regole, “incompreso” dalla famiglia, “perdente” sugli inflessibili scenari economici e per questo “ribelle” nei confronti del Sistema: lo stato d’animo, insomma, di una “gioventù bruciata” americana che pur provenendo (o proprio per questo) da un “vittorioso” secondo con­flitto mondiale, sentì il bisogno di cercare freneticamente il vero significato della vita (la metafisica delle cose quotidiane da contrapporre alle esperienze intellettuali e positiviste degli scrittori europei) non nel successo, nell’esasperante efficientismo di un’America puritana e maccartista, nella carriera e nella stabilità di una vita regolare (scrive Ginsberg in America: “… Lascerai che la tua vita emotiva sia guidata dalla rivista Time?”), addirittura negli allignati valori estetici della letteratura ufficiale, ma nella libertà di un attimo fuggente, seppur estremo. A me piace pensare che beat sia la fusione di tutti questi significati: il disincanto del perdente non deve essere vissuto come una forma di debolezza e di chiusura in un mondo ipervitaminico e produttivistico, ma come punto di forza per una ricerca impopolare ma vera; per distaccarsi dagli schemi imposti; per raggiungere una nuova visione delle cose… Cosa è sopravvissuto di quel movimento? (continua)…>>

tratto da Beat, beati o battuti. 1967-2007 , editoriale n.14/2007, rivista “Nugae”

quarta n.14

(quarta di copertina del n.14 di “Nugae”)

Ferlinghetti_Lawrence

Alcune copie del numero speciale di “Nugae” (n.14 – Luglio/Settembre ’07), dedicato ai poeti della Beat Generation e al 40° anniversario della “Summer of Love” di San Francisco, furono spedite alla Libreria “City Lights” e in particolare verso le mani esperte di Lawrence Ferlinghetti e Jack Hirschman…

… la risposta:

Dear Michele:

Lawrence Ferlinghetti asked me to send you a note on his behalf thanking you for sending him the copies of Nugae, which he is enjoying looking through. He is always happy to hear from Italy!(…) But again, Lawrence is most appreciative of your magazine.

Sincerely,

Garrett Caples

Assistant to Mr. Ferlinghetti

Editorial Assistant City Lights Books

LA SF SOCIOLOGICA E LE PAURE SOCIALI DEL FANTASTICO

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , on 11 marzo 2013 by Michele Nigro

IMG IF12 Copertina sociologica

E’ in preparazione il n. 12 di IF dedicato alla “SF Sociologica”. La rivista ha 128 pagine, costa solo € 8 ed è acquistabile presso l’editore Solfanelli o in abbonamento postale.

L’Editoriale di questo numero:
LA SF SOCIOLOGICA E LE PAURE SOCIALI DEL FANTASTICO
C’era una volta la SF sociologica. Attorno agli anni Sessanta, prima della svolta politica del ’68 e della conseguente “pausa di riflessione”, alcuni scrittori presero a misurarsi con temi più immediatamente vicini alla società del tempo. Segno di disagio o di una rinnovata coscienza civile, ma anche di un’improvvisa stanchezza per la narrativa tradizionale, con i suoi razzi, i viaggi interplanetari, le invasioni aliene e le colonizzazioni galattiche. Finito il tempo della guerra fredda, che aveva contrassegnato gli anni ’50 con la paura dell’invasione comunista, metaforizzata nelle Starship Troopers (1959) di Heinlein e nei baccelli dei Body Snatchers (1954) di Jack Finney, la SF torna ad occuparsi del futuro imminente.
La definiscono SF sociologica per sfumare la sua componente scientifica e mettere in risalto la sua vocazione critica nei confronti di una società postbellica che sta cambiando rapidamente, affrettandosi verso un futuro che non sembra poi così lontano. A differenza dei romanzi distopici di Wells, Orwell e Huxley, la SF sociologica è più leggera, pervasa di una trasparente ironia. Critica il presente con occhio divertito, mettendo in guardia contro la diversità possibile senza eccessivo pessimismo. La sua componente ottimistica, tipica del modello americano, non le impedisce di trattare con mano ferrea problemi sociali di grande rilevanza, certe volte anticipandone il verificarsi: si veda il caso di Pohl e Kornbluth (The Space Merchants, 1952) e dell’invadenza della pubblicità. Ma il timore sociale più avvertito in quel periodo di crescita economica, di benessere generalizzato e di fiducia nel progresso, che Bauman ha definito “i gloriosi trenta”, è la sovrappopolazione.
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Live at Pompeii

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 marzo 2012 by Michele Nigro

Era il 5 ottobre del 1971. Un’anomala giornata autunnale con aspirazioni primaverili.

Mio padre spingeva lentamente il passeggino, con dentro la versione demo del sottoscritto, lungo il viale alberato che lambisce i muri cancellati dei famosi scavi di Pompei. Avevo cinque mesi, una cuffietta azzurra in testa per farmi ammirare dalle giovani donne e un genitore amorevole che assaporava quel momento di serenità contemplandomi di tanto in tanto come se fossi il primo bambino del pianeta nato dopo secoli di sterilità. Una serenità destinata a durare poco.

Dall’interno dell’area archeologica proveniva una musica strana, inquietante, evocativa, che passo dopo passo aumentava di volume: sembrava che gli inespressi echi musicali di quella civiltà sepolta dalla furia lavica del Vesuvio stessero riemergendo dalle rovine e dal tempo per impartire agli uomini moderni lezioni arcaiche lasciate in sospeso.

Ma non si trattava di morti che reclamavano attenzione in maniera bizzarra: i creatori vivi e vegeti di quella musica ancestrale e moderna erano Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason, quattro capelloni londinesi in trasferta nel sud Italia. I “Pink Floyd” stavano registrando in quei giorni, a poche decine di metri dalla casa dei miei genitori, il video-concerto “Live at Pompeii” e avevano piazzato la loro sofisticata strumentazione al centro dell’anfiteatro chiuso al pubblico, sfruttando come sfondo il vulcano in quiescenza e il cielo nitido di un insolito autunno. Tecnologia del suono e archeologia: gli amplificatori della rock band britannica dissotterravano non reperti statici da inviare nei musei ma vibrazioni dimenticate di antiche esistenze ormai divenute polvere. Antico e moderno, sacro e profano, giovane e vecchio…

Improvvisamente cominciai ad agitare braccia e gambe liberandomi dalla copertina in cui mamma mi aveva avvolto con tanta premura e sbarrando gli occhi lasciai cadere il ciuccio sul cuscino come a voler partecipare ai vocalizzi di Gilmour, anche se l’unica cosa che la mia bocca riuscì a produrre fu una bollicina di saliva contenente una nota acida al sapore di latte.

Il seme progressive era stato casualmente piantato nel terreno nervoso del mio cervello vergine. Avevo ricevuto il mio imprinting psichedelico: una sorta di investitura sonora impartita dall’alto di quelle rovine silenziose e all’apparenza senza vita.

“Drogati!” – sentenziò tra sé e sé mio padre, un poliziotto vecchio stampo che aveva vissuto il ’68 dall’altra parte della barricata, indossando l’elmetto della famigerata Celere e manganellando figli dei fiori da Torino a Napoli. Quella irriverente commistione tra musica rock e archeologia lo indisponeva. Vedendomi agitato pensò che mi fossi spaventato a causa delle potenti bacchettate di Nick Mason sulla batteria e aumentò il passo per salvarmi da quelle strane sonorità. Non possedevo ancora l’età adatta e gli strumenti linguistici per biasimarlo, altrimenti gli avrei detto: “Papà! Frena e fammi ascoltare in santa pace!”

Il poliziotto che amava i libri

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 marzo 2011 by Michele Nigro

<<… E fu con questo stato d’animo che una mattina del ‘mitico’ 1968, lui e altri suoi colleghi della Celere furono scaricati in massa nella zona universitaria di Valle Giulia a Roma. Sembrava una normale manifestazione studentesca contro quei ‘baroni ammuffiti’ che rappresentavano una società da combattere e riformare. Ma non fu così… Cominciarono a volare sedie e scrivanie dai piani alti della facoltà di Architettura. Qualcuno tentò anche di defenestrare chi resisteva all’impeto riformatore del Movimento Studentesco. La Polizia intervenne ma gli scontri furono violenti: teste rotte, mezzi della Questura incendiati, poliziotti feriti e studenti inferociti… Ernesto se la cavò con una sassata di piccolo calibro sull’elmetto, ma molti poliziotti rimasero a terra feriti. Gli stessi dirigenti della Celere non si aspettavano una tale reazione violenta…>>

(tratto da Il poliziotto che amava i libri)

AUDIO CORRELATO: “Qui” di Antonello Venditti

Sampietrini e Celerini

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 dicembre 2010 by Michele Nigro

Passano gli anni, cambiano le epoche e le ‘forme’, ma non i contenuti. Nuove generazioni di sottopagati in divisa e di strati sociali insoddisfatti tornano a scontrarsi sulle strade del nuovo secolo come in un ciclico déjà vu.

I politici non ascoltano i cittadini, gli economisti fanno calcoli cinici compiendo tagli sulla vita dei sudditi, la società non cresce e la precarietà morde le caviglie.

La rabbia esplode ma il bersaglio è quasi sempre sbagliato…

Ritornano, in tutta la loro drammatica attualità, le preziose parole del grande poeta Pier Paolo Pasolini, pur sottolineando le necessarie differenze storiche e socio-politiche tra i motivi che scatenarono gli scontri di quarant’anni fa e quelli che, sempre a Roma, hanno fatto esplodere, l’altro giorno 14 dicembre 2010, la rabbia distruttrice di alcuni manifestanti:

Mio padre Nigro Ermanno (indicato dalla freccia) nella Polizia Celere (1951)

Mio padre Nigro Ermanno (indicato dalla freccia) nella Polizia Celere (1951)

 

II PCI ai giovani!

Mi dispiace. La polemica contro
il Pci andava fatta nella prima metà
del decennio passato. Siete in ritardo, cari.
Non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati:
peggio per voi.

Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come ancora si dice nel linguaggio
goliardico) il culo. Io no, cari.

Avete facce di figli di papà.
Vi odio come odio i vostri papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete pavidi, incerti, disperati
(benissimo!) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati:
prerogative piccolo-borghesi, cari.

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da subtopie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.

La madre incallita come un facchino, o tenera
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli; la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.

E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida, che puzza di rancio
furerie e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
è lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in un tipo d’esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).

Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.

A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, cari (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, cari.

Stampa e Corriere della Sera, News- week e Monde
vi leccano il culo. Siete i loro figli,
la loro speranza, il loro futuro: se vi rimproverano
non si preparano certo a una lotta di classe
contro di voi! Se mai,
si tratta di una lotta intestina.

Per chi, intellettuale o operaio,
è fuori da questa vostra lotta, è molto divertente l’idea
che un giovane borghese riempia di botte un vecchio
borghese, e che un vecchio borghese mandi in galera
un giovane borghese. Blandamente
i tempi di Hitler ritornano: la borghesia
ama punirsi con le sue proprie mani.
Chiedo perdono a quei mille o duemila giovani miei fratelli
che operano a Trento o a Torino,
a Pavia o a Pisa, a Firenze e un po’ anche a Roma,
ma devo dire: il movimento studentesco (?)
non frequenta i vangeli la cui lettura
i suoi adulatori di mezza età gli attribuiscono
per sentirsi giovani e crearsi verginità ricattatrici;
una sola cosa gli studenti realmente conoscono:
il moralismo del padre magistrato o professionista,
il teppismo conformista del fratello maggiore
(naturalmente avviato per la strada del padre),
l’odio per la cultura che ha la loro madre, di origini
contadine anche se già lontane.

Questo, cari figli, sapete.
E lo applicate attraverso due inderogabili sentimenti:
la coscienza dei vostri diritti (si sa, la democrazia
prende in considerazione solo voi) e l’aspirazione
al potere.

Sì, i vostri orribili slogan vertono sempre
sulla presa di potere.
Leggo nelle vostre barbe ambizioni impotenti,
nei vostri pallori snobismi disperati,
nei vostri occhi sfuggenti dissociazioni sessuali,
nella troppa salute prepotenza, nella poca salute disprezzo
(solo per quei pochi di voi che vengono dalla borghesia
infima, o da qualche famiglia operaia
questi difetti hanno qualche nobiltà:
conosci te stesso e la scuola di Barbiana!)
Riformisti!
Reificatori!
Occupate le università
ma dite che la stessa idea venga
a dei giovani operai.

E allora: Corriere della Sera e Stampa, Newsweek e Monde
avranno tanta sollecitudine
nel cercar di comprendere i loro problemi?
La polizia si limiterà a prendere un po’ di botte
dentro una fabbrica occupata?
Ma, soprattutto, come potrebbe concedersi
un giovane operaio di occupare una fabbrica
senza morire di fame dopo tre giorni?
e andate a occupare le università, cari figli,
ma date metà dei vostri emolumenti paterni sia pur scarsi
a dei giovani operai perché possano occupare,
insieme a voi, le loro fabbriche. Mi dispiace.

È un suggerimento banale;
e ricattatorio. Ma soprattutto inutile:
perché voi siete borghesi
e quindi anticomunisti. Gli operai, loro,
sono rimasti al 1950 e più indietro.
Un’idea archeologica come quella della Resistenza
(che andava contestata venti anni fa,
e peggio per voi se non eravate ancora nati)
alligna ancora nei petti popolari, in periferia.
Sarà che gli operai non parlano né il francese né l’inglese,
e solo qualcuno, poveretto, la sera, in cellula,
si è dato da fare per imparare un po’ di russo.
Smettetela di pensare ai vostri diritti,
smettetela di chiedere il potere.

Un borghese redento deve rinunciare a tutti i suoi diritti,
a bandire dalla sua anima, una volta per sempre,
l’idea del potere.
Se il Gran Lama sa di essere il Gran Lama
vuol dire che non è il Gran Lama (Artaud):
quindi, i Maestri
– che sapranno sempre di essere Maestri –
non saranno mai Maestri: né Gui né voi
riuscirete mai a fare dei Maestri.

I Maestri si fanno occupando le Fabbriche
non le università: i vostri adulatori (anche Comunisti)
non vi dicono la banale verità: che siete una nuova
specie idealista di qualunquisti: come i vostri padri,
come i vostri padri, ancora, cari! Ecco,
gli Americani, vostri odorabili coetanei,
coi loro sciocchi fiori, si stanno inventando,
loro, un nuovo linguaggio rivoluzionario!
Se lo inventano giorno per giorno!
Ma voi non potete farlo perché in Europa ce n’è già uno:
potreste ignorarlo?
Sì, voi volete ignorarlo (con grande soddisfazione
del Times e del Tempo).
Lo ignorate andando, con moralismo provinciale,
“più a sinistra”.

Strano,
abbandonando il linguaggio rivoluzionario
del povero, vecchio, togliattiano, ufficiale
Partito Comunista,
ne avete adottato una variante ereticale
ma sulla base del più basso idioma referenziale
dei sociologi senza ideologia.

Così parlando,
chiedete tutto a parole,
mentre, coi fatti, chiedete solo ciò
a cui avete diritto (da bravi figli borghesi):
una serie di improrogabili riforme
l’applicazione di nuovi metodi pedagogici
e il rinnovamento di un organismo statale. I Bravi! Santi sentimenti!
Che la buona stella della borghesia vi assista!
Inebriati dalla vittoria contro i giovanotti
della polizia costretti dalla povertà a essere servi,
e ubriacati dell’interesse dell’opinione pubblica
borghese (con cui voi vi comportate come donne
non innamorate, che ignorano e maltrattano
lo spasimante ricco)
mettete da parte l’unico strumento davvero pericoloso
per combattere contro i vostri padri:
ossia il comunismo.

Spero che l’abbiate capito
che fare del puritanesimo
è un modo per impedirsi
la noia di un’azione rivoluzionaria vera.
Ma andate, piuttosto, pazzi, ad assalire Federazioni!
Andate a invadere Cellule!
andate ad occupare gli usci
del Comitato Centrale: Andate, andate
ad accamparvi in Via delle Botteghe Oscure!
Se volete il potere, impadronitevi, almeno, del potere
di un Partito che è tuttavia all’opposizione
(anche se malconcio, per la presenza di signori
in modesto doppiopetto, bocciofili, amanti della litote,
borghesi coetanei dei vostri schifosi papà)
ed ha come obiettivo teorico la distruzione del Potere.
Che esso si decide a distruggere, intanto,
ciò che un borghese ha in sé,
dubito molto, anche col vostro apporto,
se, come dicevo, buona razza non mente…

Ad ogni modo: il Pci ai giovani, ostia!
Ma, ahi, cosa vi sto suggerendo? Cosa vi sto
consigliando? A cosa vi sto sospingendo?
Mi pento, mi pento!
Ho perso la strada che porta al minor male,
che Dio mi maledica. Non ascoltatemi.
Ahi, ahi, ahi,
ricattato ricattatore,
davo fiato alle trombe del buon senso.
Ma, mi son fermato in tempo,
salvando insieme,
il dualismo fanatico e l’ambiguità…
Ma son giunto sull’orlo della vergogna.

Oh Dio! che debba prendere in considerazione
l’eventualità di fare al vostro fianco la Guerra Civile
accantonando la mia vecchia idea di Rivoluzione?.

Pier Paolo Pasolini

(Poesia pubblicata il 16/06/1968)

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