Archivio per abitudine

Le cose belle di sempre

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 26 settembre 2018 by Michele Nigro

(La dispensa)

E prima di partire

faccio scorta

di immagini e di vento

di stelle sorgenti

di colori e ronzii

nel silenzio dell’angolo,

riempire occhi e mente

con strade deserte

foglie morenti

frutti appesi al tempo

e la voce di lei

che mi raggiunge nell’assenza.

 

Nuvole nere incombono

sulle cose che cambiano

spinte dai primi sospiri

autunnali, non ancora

decisi nel dire addio

a quest’estate maledetta.

 

Fanno bene all’anima

il suono lontano di una campana

i monti definiti dall’ultima luce

il saluto di un amico che studia la psiche

le comuni radici a cui bisogna ritornare

il vecchio e il suo cane

in cerca degli anni perduti

sotterrati chissà dove

come ossa di storie sbiadite

le zolle marroni di terra arata

che presto accoglieranno

sementi di futuro.

 

Osservando una ghianda

nel palmo della mano

rivedo il giovane

che non divenne rinomata

tavola di quercia tarlata

dagli obblighi

ma agile desco

per frugali banchetti

su cui bere vino

e fare versi.

 

Prima di partire

metto da parte

in avide dispense

le cose belle di sempre

per gli inverni

che non tarderanno.

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The Truman Show

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 Mag 2018 by Michele Nigro

versione pdf: The Truman Show

dedicato a tutti quelli che

non hanno una telecamera nella testa

 

Davvero viviamo una vita decisa e organizzata da altri? O meglio, davvero crediamo di vivere la nostra vita, quella scelta da noi, di essere i timonieri delle nostre giornate, di conoscere chi siamo e perché ci troviamo in un determinato posto e non in un altro? Conoscenza e azione sono elementi inscindibili: l’una influenza l’altra; e in mezzo dovrebbe abitarvi un necessario risveglio. Alcuni tirando in ballo, giustamente, il “Mito della Caverna” di Platone, anche se nello show di cui ci apprestiamo a discutere, nessuno è materialmente incatenato. Infatti non c’è peggiore catena di quella mentale. Il libero arbitrio, in realtà, è una leggenda illuministica, basata su un’eccessiva fiducia in ciò che crediamo di sapere. L’autentica libertà si realizza quando giochiamo a carte scoperte, quando prendiamo le nostre decisioni dopo aver conosciuto tutte, o quasi tutte, le amare verità che accompagnano la nostra esistenza, al di là dei sensi e della dimostrazione scientifica. Al di là delle presunte verità religiose che ci vengono impartite fin dalla più tenera età: ci tranquillizziamo sapendo di essere stati creati da una divinità, che tutto è già stato deciso, che la nostra funzione su questa terra è già stata calcolata. Perché preoccuparci dunque? Perché cercare risposte, essere infelici aspirando a qualcos’altro? Ateo è chi non accetta la “sceneggiatura” scritta da un Creatore non televisivo.

The Truman Show, film del 1998 diretto da Peter Weir e interpretato dal bravissimo Jim Carrey, sembrerebbe essere la versione mainstream (e anticipatoria, almeno dal punto di vista della cronologia d’uscita delle pellicole) della Matrix – del 1999 – delle ormai Sorelle Wachowski. Una versione popolare, addolcita dalla implicita comicità di Carrey, ma non priva di implicazioni filosofiche scomode, dolorose, difficili da digerire: noi non conosciamo niente della nostra vita; per anni e anni portiamo avanti un copione che ci fa stare bene, né felici né infelici ma stabili, che rende morbido tutto il nostro andare, un cliché adottato senza battere ciglio. “Noi accettiamo la realtà del mondo così come si presenta, è molto semplice” afferma Christof, il creatore-regista del Truman Show, che con quel suo nome da redentore è in realtà garanzia di artificiosità e inganno.

Facciamo parte di uno spettacolo protettivo che ci accoglie fin dal primo vagito e, se nel frattempo non ci poniamo domande devianti, ci accompagna con dolcezza verso la tomba, lì dove saremo costretti finalmente a essere autentici, immobilmente noi stessi. Uno spettacolo forte di secoli, millenni di esperienza, di sovrastrutture collaudatissime, infallibili. Se Truman è inconsapevole del fatto di essere la star di uno spettacolo mondiale, noi siamo, eccome, coscienti del nostro essere controllati e monitorati: partecipiamo con le nostre “dirette” sui social al grande spettacolo messo in piedi dai vari Christof della new economy, dagli ideatori di un iperrealismo mediatico che sta fagocitando la semplice realtà (si legga, a tal proposito, il post “Cyberfilosofia” di Jean Baudrillard). Se non sei live non sei nessuno, se non rendi partecipi gli altri di ciò che fai e di dove sei (geolocalizzazione), non conti. Sei asocial. Se non sei in diretta, allora non lo stai vivendo! Se non entri anche tu nella Casa, se non ti confessi pubblicamente davanti a una telecamera, non farai mai la differenza. Ci caschiamo tutti prima o poi; tutti danno il proprio contributo, anche quelli che si credono “vergini”, asettici, ribelli, distanti, e si illudono di non fornire materiale al grande show. Persino i neoluddisti

Ma alla fine, contraddicendo il titolo di un romanzo della Mazzantini, “ognuno si salva da solo”: gli altri, questi famigerati altri che tiriamo in ballo ogniqualvolta non siamo in grado di prenderci le nostre responsabilità, possono solo assistere alla nostra esistenza, osservarla con i loro occhi di prigionieri liberi, in quanto essi stessi personaggi dello spettacolo, che ridono di noi perché inconsapevoli di esserlo.

Gli altri, gli ostruzionisti: quelli che ci frenano, ci ostacolano, ci convincono che non ce la possiamo fare, che dicono di conoscerci e noi dietro, come tante pecore, a credere che sia così. Ci fidiamo del loro giudizio. Ma il freno della nostra esistenza risiede davvero negli altri? O è dentro di noi? Il nostro esistere, in realtà, non interessa agli altri: il loro giudizio (o pregiudizio) serve solo a spostare, per un certo periodo di tempo (alcuni ci riescono per una vita intera) il metro di valutazione da sé stessi al mondo esterno, agli altri appunto. Per alleggerirsi l’anima, per non doversi confrontare con sé stessi, per viaggiare più comodi e veloci.

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Sul non dormire soli

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 gennaio 2018 by Michele Nigro

al mio daimon

 

Il felino di casa

abbandona notturno

le vecchie ossa

di madre adottiva,

forse già avverte

il freddo dell’aldilà

la malattia e la morte

accampate sull’uscio

dell’umano declino.

 

La porta socchiusa sul mondo

per andare e venire

a caccia di cibi sicuri,

dormire tra le gambe

di futuri padroni

eredi della solitudine,

il calore di un incerto domani

da preservare.

 

E sul petto insonne

quel ronfante non lasciarmi solo

nella notte senza lei,

per credere ancora

in scomodi amori a seguire.

Il viaggio, tra localismo ed esotismo

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 Mag 2017 by Michele Nigro

versione pdf: Il viaggio, tra localismo ed esotismo

Intorno al viaggiare vi è in atto da tempo una guerra non dichiarata: quella tra visione localistica ed esotica del movimento conoscitivo compiuto dal viaggiatore. I localisti, cugini non troppo lontani dei selecercatisti, tendono a concentrarsi solo ed esclusivamente sulle bellezze locali, a frequentare luoghi dove non è richiesto alcuno sforzo linguistico per farsi comprendere dalle popolazioni “indigene”, a sviluppare in maniera anacronistica lo slogan di fascistissima memoria “Preferite il prodotto italiano” anche in ambito turistico. Gli esotisti, dal canto loro, prediligono una fuga dalla realtà, una letteratura d’evasione in movimento, sono affetti da un’esterofilia curata male e che ha origini antiche: la frammentazione linguistica pre- (e direi anche post-) unitaria; la disomogeneità geopolitica che ha reso difficile la vita ai “fratelli d’Italia”; i tanti, troppi secoli vissuti in qualità di colonizzati da chiunque si trovasse a passare per la penisola. Nonostante il tricolore calcistico, estero è bello, estero è meglio: ancora una volta siam pronti alla morte culturale e identitaria.

L’ideale, come sappiamo, sta nel mezzo: occorrerebbe un approccio anarco-individualista per liberarsi dalle catene delle due fazioni. Non appartenere a nessun luogo ma essere ovunque, e al contempo abitare il tutto senza trascurare il particolare, conoscere il locale e il lontano da noi, apprendere “La distinzione / e la lontananza” (cit.), integrarli in un discorso sapienziale a chilometro zero. Evitare il viaggio vissuto come mero spostamento fisico, ma al tempo stesso non trincerarsi dietro a pigrizie culturali anchilosanti. Non concentrarsi né sul dito, né sulla Luna, ma sul gioco di sovrapposizione tra oggetti distanti che mai s’incontreranno, se non nell’immaginazione di chi crea analogie. E si scorge in questa pratica un profondo senso di libertà: l’unica possibile, in grado di sconfiggere la nostra limitatezza, il nostro essere finiti in quanto umani e confinati in un arco temporale insignificante.

Perché vi può essere tanto esotismo anche nelle cose locali, si può andare lontano restando in zona, così come ci può capitare di recuperare il nostro senso di appartenenza viaggiando in luoghi impensati, proprio mentre cerchiamo di dimenticare il punto di partenza e la nostra quotidianità. La filosofia low cost del facile spostamento ha azzerato la lentezza dell’avvicinamento, un tempo prerogativa di camminatori, naviganti e pensatori perdigiorno. Il web, la rete, non ha unito il mondo, lo ha solo omologato e reso l’ingresso a stanze lontane più rapido e facile. Ed è una grande comodità tutto questo! Nulla da eccepire… Le parti che compongono il mondo fisico e quello conoscitivo sono già in connessione da secoli, ma lo abbiamo dimenticato perché nel frattempo la conoscenza analogica è stata sostituita da quella digitale, più veloce ed efficace, che ha appiattito o sotterrato certi percorsi umani divenuti pura archeologia. La rete ha incentivato l’esotismo sì, ma quello errato: ci si illude di essere andati fuori ma in realtà siamo rimasti fermi nella casella iniziale del gioco, perché certe scoperte si compiono sulle lunghe distanze, quelle vere, e a distanza di tempo. Solo in fase di ritorno, come accade in vecchiaia dopo una vita di strade battute, ritornando a essere localisti senza perdere gli odori del mondo acquisiti nel corso di numerosi viaggi, si realizza il confronto che istruisce. Lo sguardo di un localista che è stato esotista e ha viaggiato con saggezza, sarà sempre più ampio e ricco della visione limitata di chi si rinchiude nella roccaforte della valorizzazione dei prodotti tipici locali.

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Battiphaglian

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 aprile 2017 by Michele Nigro

libero remake del monologo iniziale di Woody Allen nel film “Manhattan”

Capitolo primo. “Schifava Battipaglia. La schifava smisuratamente…” No, è meglio “la sottovalutava smisuratamente”, ecco. “Per lui, in qualunque stagione, questa era ancora una città che esisteva nei colori sgargianti dei palazzinari e pulsava dei grandi motivi di Mario Merola suonati dal pianino napoletano in cerca di monetine lanciate dai balconi…” No, fammi cominciare da capo… capitolo primo. “Era troppo critico riguardo a Battipaglia, come lo era riguardo a tutto il resto: trovava sconforto nel deprimente andirivieni della folla inscatolata durante la festa patronale della Speranza e del solito traffico alla rotatoria tra la Strada Statale 19 e il cimitero. Per lui Battipaglia significava belle donne fatte della stessa materia casearia della “Zizzona” ma abbronzate già a febbraio, tipi cafoni in gamba ma di destra cresciuti a pane e Piazza Madonnina che apparivano rotti a qualsiasi discussione riguardante la Riforma Agraria di Mussolini negli anni ’20 o le vicissitudini caserecce della squadra battipagliese di calcio…” Eh no, stantio, roba stantia, di gusto… insomma, dai, impegnati un po’ di più… da capo.

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La pizza secondo Ikea

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 8 marzo 2017 by Michele Nigro

… idea proposta da Nigricante al colosso svedese…

A Martha Medeiros

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 dicembre 2016 by Michele Nigro
martha-medeiros1
Ti giudicheranno male
in eterno
se capovolgerai il tavolo di Martha,
ma preferisci raccogliere pezzi di vetro
e incollarli con gocce di parola
su pavimenti di fortuna. Ora sei tu che t’adagi
lungo comodi e luccicanti giacigli
di false certezze,
tra indolori ferite di schegge
con la coda
di occhi maliziosi e stanchi
cerchi altri tavoli illesi.
   (nella foto: Martha Medeiros)

#poetryday n.3

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 22 settembre 2016 by Michele Nigro

#poetryday

poetryday-3

Florilegio

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 Mag 2016 by Michele Nigro

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Residui d’antiche scritture

in cui non credo più

si antologizzano in ritardo

come rigurgiti di solitari

pomeriggi, echi di genere.

Gli orgogliosi scientismi

degli scrittori

di fantascienza, vestigia di scelte

travisate e lentamente corrette

da immagini condensate su carta, peccando

in pensieri, parole, opere e omissioni

per una fede senza metrica.

E ora, il sagace sberleffo

di questa neuro-

linguistica a spiegare

versi altrimenti indecifrabili,

e un nuovo approccio jazz

all’esistenza.

Lasciate le cose come stanno

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 febbraio 2016 by Michele Nigro

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Coaguli di frasi raminghe

che chiami poesie

si salvano dal feroce controllo

su esistenze scassate

dal suo mettere ordine

con logiche di madre.

L’esperienza era dolce

come il noto susseguirsi

delle stagioni

gesti ripetuti e sicuri

tra l’indifferenza dell’universo

uno sguardo istruito

sulle cose di sempre

il disincanto

di chi è pronto

a morire.

L’abitudine di andare

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 agosto 2015 by Michele Nigro

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Quando il viaggio diventa gesto naturale

leggera è la fatica del tragitto,

con un tenue bagaglio nell’anima

attraversi umanità e umori geografici.

Testimone delicato

in sintonia perfetta

con il ritmo del mondo.

Come acqua solcata

da vocazione al movimento

non ti si addice più

la tranquillità dei porti.

Il vizio

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 aprile 2015 by Michele Nigro

Lucid_Dream (1)

Una volta assaggiata la strada

imbevuta di stelle e di esistenza pura

come puoi ritornare sul cammino ordinario

di un sentire comune, indistinto e sereno?

Semi alternativi all’educazione

delle foto in bianco e nero,

liberi tarli silenziosi per natura

che dall’interno scavano gallerie

verso una luce amata da pochi.

Sistemi paralleli di salvezza

e di ricerca assertiva

isolamento ad orologeria

divenuto stile di vita

non ricordi con chiarezza

l’innesco esperienziale di quel bisogno.

Da qualche parte, in un angolo della tua storia

assaporasti la sapienza eversiva

di conoscenze invisibili.

Assecondi un istinto impopolare

lasciandoti guidare dalla stessa fede

di un condannato innocente.

Il vizio ti è rimasto dentro

scomoda eredità

vissuta senza pentimenti.

Una bussola curiosa e sorridente

ti indica l’unica via consapevole

non ti distraggono più

i puntuali insulti del buonsenso.

Vallejo & Co.

literatura y más

Pomeriggi perduti

di Michele Nigro

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