Archivio per amicizia

Insieme a Raffaele. Una serata con gli amici del prof. Raffaele Rago

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , on 19 novembre 2012 by Michele Nigro

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Io non ho paura

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 febbraio 2012 by Michele Nigro

L’equivoco da evitare, dopo aver letto il romanzo “Io non ho paura” di Niccolò Ammaniti, è quello di pensare che si tratti di un libro ‘semplice’. Il linguaggio quotidiano, l’assenza voluta di congiuntivi, l’uso di termini ed espressioni tipicamente fanciullesche, la scelta di non utilizzare frasi complesse e orpelli narrativi, i dialoghi semplici e diretti, la voglia di raccontare in maniera scarna proprio come farebbe un bambino di nove anni: queste e altre caratteristiche nascondono una complessità infinita che rende il romanzo dello scrittore romano un’opera completa.

“Io non ho paura” è un monumento narrativo all’infanzia: leggendo questo libro noi cosiddetti ‘adulti’ riscopriamo le zone rimosse della nostra vita, le stesse che periodicamente sarebbe il caso di rispolverare per capire chi siamo veramente e in quale direzione siamo diretti. L’estate vissuta e descritta dal piccolo Michele Amitrano, il protagonista, è un’estate felice, spensierata, genuina, fatta di codici innati, di gesti gerarchici comprensibili solo dai membri collaudati di un gruppo ristretto di amici, di crudeltà sperimentali con cui mettersi alla prova; ma è anche un’estate gravida di eventi: l’infanzia non può durare per sempre e prima o poi accadono cose nella vita di un bambino che ne segnano il passaggio verso un’età non già adulta ma deprivata di una magia che non può convivere con la cruda realtà. Ammaniti, immergendosi nel prezioso mondo dei bambini, compie su se stesso un’operazione di decostruzione che in seguito dona al lettore: dimenticare la propria logica, acquisita nel corso degli anni, per calarsi nuovamente nei panni mentali e fisici di un preadolescente, non è facile. I sogni, gli incubi, le paure ridicole, le piccole gioie quotidiane, i desideri semplici, l’altruismo non calcolato, l’arcaicità del gioco, gli istinti non ancora dominati dalle sovrastrutture: durante la lettura di questo romanzo ‘leggero’ l’autore ci riporta in maniera disimpegnata e lieve verso le epoche acerbe e vere della nostra evoluzione. Epoche che ci siamo lasciati alle spalle, che pagheremmo oro pur di rivivere e che contengono i fattori preliminari del nostro presente da adulti.

La natura adoperata da Ammaniti non è funzionale a una descrizione paesaggistica fine a se stessa, ma diventa testimone dinamico e muto di transizioni esistenziali uniche e al tempo stesso antichissime, cicliche, inevitabili, scolpite nella mappa istintiva di ogni essere umano. Michele Amitrano (versione nostrana e maschile di una Alice nel paese delle meraviglie) scopre per caso un grosso buco nel terreno, all’interno del quale un gruppo di adulti balordi tiene prigioniero un altro bambino, Filippo: nel romanzo non viene usata l’espressione “sequestro di persona a scopo di estorsione”, troppo complicata per le immature capacità cognitive di un bambino. L’istinto infantile interpreta il male assecondando percorsi meno complessi ma decisamente più efficaci. E qual era la mia natura? Che sapevo fare io? Una domanda impegnativa sulla morale naturale. Michele sa benissimo cosa fare e segue il proprio istinto come quelle vespe che naturalmente e senza ricevere alcun ordine ricostruiscono testarde il proprio nido distrutto. Un temporale interrompe l’afa estiva, come a voler cambiare scenografia, temperatura ed epoca: l’interpretazione magica e onirica della realtà deve lasciare il posto, lentamente e inesorabilmente, alla verità oggettiva. Le streghe, i mostri, i lupi mannari, gli orchi cedono il passo alla molto più credibile fallibilità genitoriale: crescere significa anche capire che il proprio padre è un fallito e un debole. Crescere significa capire che a rapire i bambini non sono gli orchi e le streghe bensì gli adulti della specie umana: Michele non è in grado di interpellare le forze dell’ordine per liberare Filippo, è troppo piccolo per trovare una soluzione così pragmatica, ma avverte l’incrinatura dentro di sè e cerca con le proprie forze di alleviare il peso di una situazione nuova e terribile.

Interessante la scelta, forse casuale o forse no, dell’anno 1978: l’anno di un altro sequestro, quello di Aldo Moro, tragicamente reale e non inventato, storicamente importante e che segna la fine dell’infanzia di un’intera nazione.

“Io non ho paura” è un romanzo completo, contenente elementi basilari da cui partire verso discussioni infinite riguardanti l’esistenza umana: la complicità fraterna, l’amicizia, la fantasia come strumento interpretativo, il mondo dei sogni, il distacco dalle figure parentali, lo sviluppo della personalità, il carattere che segna un’intera vita, la percezione del male, la scoperta edipica del sesso, il tradimento, il deludente approccio al mondo adulto, la voglia di solitudine e di fuga, la libertà selvaggia, la cura del prossimo, la bellezza della natura che nasconde mostruosità, l’inaccessibile dimensione infantile, il senso del sacrificio, la conoscenza della morte, il dolore fisico… e tante altre cose ancora.

Il mio nome è Khan

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 gennaio 2012 by Michele Nigro

Dopo aver visto il film “Il mio nome è Khan” potrei cavarmela in maniera sbrigativa e snob dicendo semplicemente che si tratta della riproposizione in salsa bollywoodiana di un Forrest Gump dei giorni nostri o di un Rain Man hindi che invece di contare stuzzicadenti, s’incaponisce nel voler a tutti i costi incontrare il Presidente degli Stati Uniti d’America per confidargli una banalità. Potrei usare tutto il mio sarcasmo nel sottolineare che il regista o chi per lui ha sostituito la celebre frase di origine materna adoperata spesso e volentieri da Forrest Gump “stupido è chi lo stupido fa” con l’equipollente etico “al mondo esistono solo due tipi di persone: quelle buone che fanno buone azioni e quelle cattive che commettono cattive azioni. Questa è l’unica differenza”. Potrei dire che si tratta di un film sfacciatamente obamiano (e veltroniano). Potrei elencare le scene dolciastre e buoniste contenute in questo film… Certo, potrei. Ma non lo farò.

Non lo farò perché il messaggio in esso contenuto supera questi “difetti” di gioventù – è il quarto film come regista di Karan Johar – così come a essere superata è l’impostazione apparentemente ingenua di una trama che dopo un inizio romantico e bollywoodiano subisce una drammatica virata costringendo lo spettatore a riflettere su questioni etiche importanti e attuali: l’integrazione religiosa e culturale come valore e non come minaccia; il pregiudizio nei confronti dei musulmani all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle e i maltrattamenti subiti in carcere da parte di chi è anche solo sospettato di terrorismo (forse un riferimento a Guantánamo e ad Abu Ghraib?); la necessità di continuare a dialogare e a non lasciarsi sconfiggere dall’odio e dalla rabbia…

La forza di questo film è la quest compiuta dal protagonista, il musulmano Rizwan Khan, affetto dalla Sindrome di Asperger ma che dimostra, a suo modo, di essere più intelligente e sensibile dei cosiddetti ‘normali’: una ricerca nata dal dolore e dalla disperazione ma che è destinata a un lieto fine ricco di amore e di speranza. Durante il viaggio riscopriamo insieme a Rizwan Khan quei valori per cui vale la pena vivere: la solidarietà, la compassione, l’amicizia, la dignità, la vera religiosità che non insegna la vendetta… L’utilizzo di una ‘mente semplice’ (un espediente piuttosto inflazionato ma efficace, sovente usato dal cinema: vedi appunto Forrest Gump, Rain Man, ma anche il Leonard di “Risvegli“, il Ligabue di Salvatore Nocita, ecc.) serve a fare breccia nella normalità dietro cui spesso nascondiamo le nostre nevrosi e i dubbi derivanti da un’esistenza insicura. La diversità di questi personaggi ‘speciali’ c’induce a non considerare la vita come un blocco granitico e perfetto: semplicità significa sapersi mettere in discussione e avere il coraggio di riprendere a camminare.

“Il mio nome è Khan, e non sono un terrorista”: come a voler ribadire con serenità e forza che si può essere ‘diversi’ (e il protagonista è ‘allenato’ fin dall’infanzia a incassare i colpi derivanti dall’incontro tra la sua personale diversità e il mondo ottuso) ma non per questo rappresentare un pericolo.

È vero: si tratta di un messaggio buonista ed edulcorato, forse anche ingenuo, ma siamo proprio sicuri che non ci sia bisogno di sottolineare per l’ennesima volta determinati concetti, dal momento che non stiamo dimostrando di fare grandi progressi dal punto di vista dell’integrazione? (Ogni riferimento alla componente leghista della nostra bella italietta politica è puramente voluto!). Durante certi periodi di crisi socio-economica, come quello che stiamo attraversando, non sono infrequenti i rigurgiti nazionalistici che facendo leva sull’insoddisfazione generale tentano di alterare il senso critico delle persone equilibrate. Restare lucidi è difficile: a volte veniamo messi alla prova e l’istinto di sopravvivenza sembra prevalere sulla cultura della condivisione. L’ingiustizia ci travolge anche mentre viviamo la nostra vita in maniera corretta e pulita. Il cammino personale (nessuno può insegnarci la solidarietà) comincia quando non vogliamo piegarci a certe logiche di massa, quando difendiamo la nostra e l’altrui identità culturale con dignità, senza cedere alla paura, all’intolleranza e soprattutto senza ricorrere alla violenza.

Medianità

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , on 7 novembre 2011 by Michele Nigro

<<Mentre leggiamo, vediamo proiettate sulle pareti della stanza le scene di un mondo ricostruito tramite il potere visionario delle parole (cosmogonia da salotto) e come per magia ci si accorge che esistono diversi tipi di solitudine: vi è una solitudine fisica derivante dalla mancanza, percepita quasi egoisticamente, di uno o più corpi capaci di condividere le nostre stesse sensazioni e dai quali ricevere continuamente un consenso per continuare a vivere; la conferma del contatto che rinnova il nostro diritto a esserci. E poi vi è una solitudine interiore che la lettura (come anche la scrittura) cancella inesorabilmente grazie al suo potere medianico: restiamo eternamente in contatto con i personaggi letti o creati e riviviamo le loro vicende artificiali mentre affrontiamo la nostra esistenza reale. Si tratta di amicizie fedeli nel tempo che entrano a far parte dell’immaginario personale del lettore senza che questo riesca a compiere una vera selezione.>>

(da “La bistecca di Matrix”, pag. 32)

L’intervista a Scacco sul sito di Marino Cassini

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , on 4 novembre 2011 by Michele Nigro

Anche sul sito dello scrittore di fantascienza Marino Cassini è “apparsa” la mia intervista ad Antonio Scacco “25 anni di Future Shock. La Fantascienza Umanistica di Antonio Scacco”.

Dal corsivo introduttivo di Cassini: <<Fantascienza, uno dei generi letterari da me prediletto durante l’infanzia e il primo genere affrontato da scrittore per ragazzi quando, nel 1963, partecipai a un concorso bandito dalla Casa Editrice Ariete. Non lo vinsi ma l’Editrice pubblicò l’anno appresso quello che fu il primo libro per ragazzi: Da un metro a tre centimetri. Altri ne seguirono, accompagnati da qualche novella che la fanzine “Future Shock”, diretta da Antonio Scacco, ospitò benevolmente.

Per me Antonio è un vero corifeo che si batte per la diffusione di un genere che in Italia non ha mai goduto di grande popolarità, una lotta che continua imperterrito a sostenere. Il titolo di un suo saggio, Fantascienza umanistica, mi ricorda in grammatica la figura retorica dell’ossimoro e nella letteratura francese la lunga “Querelle des ancien et des modernes” in cui scrittori antichi e moderni furono messi l’uno di fronte all’altro. Allora finì in parità: Boileau e Perrault si strinsero la mano. A quando la stretta di mano tra Fantascienza e Umanesimo?>>

link all’intervista: http://www.marinocassini.it/salottoM_Nigro.htm

‘Space Clearing’ e relazioni sociali

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , on 8 marzo 2011 by Michele Nigro

Mi è già capitato su queste frequenze di occuparmi di Space Clearing in maniera, diciamo così, eterodossa: in quella occasione per me epocale utilizzai però un linguaggio piuttosto criptico, oserei dire ‘epico’. In questo post, invece, vorrei essere più esplicito e fornire una visione reale e realizzabile dello Space Clearing applicandolo al delicato campo delle ‘relazioni sociali’. Giusto per non confonderci con la definizione ufficiale: lo Space Clearing è praticamente l’arte di liberare lo spazio. Ovviamente questa ‘disciplina’ molto particolare e consigliata da numerosi psicologi d’oltreoceano, si riferisce allo spazio occupato da tutti quegli oggetti inutili accumulati nel tempo, nelle nostre abitazioni: quindi si occupa delle interconnessioni esistenti tra materialità superflua e fluidità dell’energia vitale. La prima regola è disfarsi di tutto ciò che non ci serve: alleggerire l’ambiente in cui viviamo indirettamente significa rendere leggero anche il nostro animo. Sembra facile ma non lo è: la fase ‘difficile’ dello Space Clearing non è la pulizia in quanto tale (infilare qualcosa nella pattumiera è un gesto abbastanza semplice, non bisogna frequentare dei corsi per questo!), ma il saper riconoscere l’inutilità di un oggetto è il vero gradino evolutivo che rende lo Space Clearing un’arte che va oltre le mere esigenze casalinghe. Le nostre mamme applicavano gli stessi principi anche senza conoscere il Feng shui!

Dopo aver letto alcuni articoli riguardanti lo S. C. mi sono chiesto: “e se applicassimo le regole dello Space Clearing anche nell’ambito della nostra vita sociale?” Se una casa piena di oggetti inutili ci stressa e non ci permette di utilizzare al meglio le energie vitali bloccate tra cumuli di vecchi abiti e armadi pieni di ricordi della nostra adolescenza, cosa dire allora di una vita sociale congestionata da personaggi inutili e legati al passato? Qualcuno giustamente potrebbe rispondermi dicendo che è disumano mettere sullo stesso piano una scatola colma di oggetti senza più valore e un’agenda infarcita di nomi e cognomi (cioè di persone in carne e ossa) che non rappresentano più nulla per noi e che conserviamo per una questione di puro pietismo. E invece io dico che si può fare e che, anzi, è doveroso farlo: non si tratta in questo caso di liberare spazio nello sgabuzzino perché ci sentiamo nervosi; fare pulizia nella propria vita relazionale significa difendere la propria dignità e soprattutto rispettare e far rispettare le proprie esigenze evolutive. Non si tratta di snobismo ma di una umanissima ‘eutanasia relazionale’: certi rapporti umani ‘rachitici’ sono estremamente dannosi per chi ha bisogno di completezza, di evoluzione e di maturità. Lasciarsi etichettare senza ribellarsi (per paura di restare soli nel caso di una nostra ribellione e non perché siamo d’accordo con il giudizio degli etichettatori) significa dimostrare la propria debolezza, la propria meschinità… Significa non amarsi! Noi tutti tendiamo a ‘cristallizzare’ l’immagine che abbiamo dell’Altro senza sforzarci di andare oltre, di conoscere la verità: lo facciamo perché è più facile, è decisamente comodo. Questo se consideriamo l’ambito privato. Spostando il fenomeno su un piano generalizzato giungiamo a una definizione di ‘immaginario collettivo’ immarcescibile. Influenzando le masse si determina la vita o la morte di un movimento politico, di un personaggio pubblico, di un’idea…

Le persone che non riusciamo a ‘eliminare’ dalla nostra esistenza per abitudine o per pietismo, sono proprio quelle che ci tengono incatenati a un passato che non ci appartiene più. E la cosa assurda è che siamo noi stessi ad autorizzare la messa in atto di questa strana forma di prigionia. Senza accorgercene trasciniamo per anni strane e incompiute relazioni amicali, conoscenze irrisolte, rapporti di vicinato senza senso, parentele sclerotizzate e ‘doverose’, perché siamo schiavi delle nostre abitudini, delle nostre ossessioni e crediamo che il ‘paesaggio’ a cui siamo abituati sia un qualcosa di intoccabile. Siamo noi stessi i ‘secondini’ della nostra evoluzione. Le persone che ci etichettano, c’infastidiscono, ci irritano, che bloccano la nostra nuova visione della vita, che non posseggono gli strumenti necessari per condividere i nostri interessi, restano ostinatamente al loro posto all’interno dei nostri spazi vitali perché non abbiamo il coraggio di depennarle dalla nostra rubrica evolutiva. Così come non riusciamo a disfarci di certi oggetti che riteniamo utili anche se di fatto sono inutilizzati e ricoperti di polvere.

In molti casi la nostra presunzione raggiunge livelli preoccupanti e crediamo addirittura di poter cambiare le persone in base alle nostre esigenze esistenziali. Non consideriamo invece la strada più semplice e naturale: lasciar andare le persone, liberarle per sbarazzarci finalmente di quella visione statica che abbiamo delle relazioni umane. Il sentimentalismo viene sconfitto dalla nostra personale ‘sete’ di evoluzione: più la sete è forte, maggiore sarà la nostra capacità di liberare il prossimo dalle catene dei nostri egoismi. Liberarsi delle ‘persone inutili’ significa portare equilibrio nella propria esistenza, diminuire l’aggressività e convogliare le proprie energie vitali verso quei rapporti che posseggono una struttura sensata. Non si tratta di ‘omologazione’ abbinata alla ‘cattiveria’ e all’ ‘insensibilità’: il confronto è sempre importante ed è necessario incontrare chi non è come noi. Il ‘peccato’ consiste nel voler a tutti i costi condividere cammini incondivisibili, tenere in vita rapporti morenti per natura, conservare gesti e immagini di epoche giustamente seppellite… Non è questo il vero lato disumano del nostro comportamento? È scritto nella Desiderata, poema in prosa dello scrittore Max Ehrmann:

<<Evita le persone volgari e aggressive; esse opprimono lo spirito.>>

Non siamo in grado di eliminare dalla nostra vita quelle stupide cene con ‘vecchi amici’, che di amichevole non hanno più nulla, solo perché ci ricordano ‘i tempi andati’ (e non ci accorgiamo delle nuove e meravigliose possibilità offerte dal presente); non riusciamo a smettere di frequentare persone con cui non condividiamo più niente da anni o con cui addirittura non abbiamo mai condiviso niente; non riusciamo a interrompere certi rapporti sociali abitudinari perché non abbiamo il coraggio di fornire una descrizione precisa dei nostri obiettivi; prediligiamo la quantità alla qualità anche nei rapporti umani…

Viviamo in base a schemi arrugginiti. Tratteniamo stupidamente oggetti e persone: lo Space Clearing potrebbe venire in nostro soccorso anche in ambito sociale. ‘Eliminare’ le persone inutili della nostra esistenza non è disumano: è un coraggioso atto di maturità; è un modo per riconoscere ufficialmente l’unicità del proprio cammino e, di conseguenza, di quello degli altri.

Pensiamoci.

Eravate quattro amici al bar

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 dicembre 2010 by Michele Nigro

Eravate quattro amici al bar

Caro Carlo,

mi chiedevi, nella tua ultima lettera, se vedo ancora i nostri amici di un tempo…

Temo di no! Ma per ricordarli, a volte, basta poco. Solcare un vecchio vinile riesumato dal periodo beat; lasciarti trasportare dalle emozioni e dai ricordi; soffrire in silenzio per i vent’anni ormai andati e le sfide non concluse; rivalutare amori rifiutati e ipotesi di vita scartate per orgoglio, mentre tocchi quella pancia molliccia che cerchi di far sparire sudando in bicicletta come un dannato del purgatorio dantesco.

Niente da fare: le persone, i fatti, i luoghi, fanno giri pazzeschi e incuneandosi nei meandri rimossi del tuo Io, attendono anni, settimane, giorni, per poi risalire a galla come boe tenute sott’acqua dalle mani del tempo; non appena una scossa non calcolata rimuove i sigilli di sicurezza di una sana follia tenuta a bada dalla noia.

Potrei dire “eravamo”, emulando Gino Paoli e il suo coraggioso disincanto, ma reputo decisamente più comodo scaricare responsabilità storiche, pentimenti e rimorsi su quattro personaggi apparentemente inventati, e che invece tu conosci benissimo.

Così Settembre, mese di valutazioni e di rivalutazioni, mi induce – mentre guido al volante di un’auto che esplora, quasi in automatico, le vie di una città che risorge dopo la fuga estiva – a ritornare sui miei passi e sulle quattro ordinazioni fatte al tavolino mentale di un bar che ci vede, ancora una volta, protagonisti mascherati del nostro falso incidente…

Come potrei dimenticarti, idealista cattolico. All’epoca ordinasti un vinello paesano – ribattezzato ‘ngnostro per la capacità di rimanere attaccato alle pareti del bicchiere come inchiostro indelebile – e con quell’atteggiamento già pronunciato da educatore scout, sapiente e apparentemente equilibrato – un incrocio tra “Che” Guevara e Don Giussani – valutasti le meravigliose opportunità di quei campi Bibbia che t’accingevi a frequentare nella terra di S. Francesco: l’Umbria. Quanta passione nella ricerca di Cristo tra le esperienze di cammino e quella spiritualità inquieta che t’ha sempre caratterizzato… Una scorza fatta di barba e metodo che nascondevano, però, esigenze magmatiche di una crescita vissuta con allegria, sì, ma anche con tanta convinta riservatezza per un dolore esistenziale mal celato.

Rivedendoci saltuariamente ai matrimoni dei nostri amici, si ritornò a parlare (con minore verve andando avanti nel tempo) delle vicende amare che ci videro protagonisti durante la caduta del clan… Le speculazioni umane e psicologiche che ne seguirono divennero, pian piano, pettegolezzi, accenni, risatine ironiche e poi il nulla.

La ricerca di una fede ideale da seguire e le numerose speranze romantiche insite nel metodo cattolico lasciarono il posto alla vita; non quella con la “v” maiuscola, ma alla vita di tutti i giorni… Pur sempre sacra, nulla da dire, ma ormai fotocopia sbiadita di quei propositi rivoluzionari covati per anni negli scantinati della nostra sede scout – giù in parrocchia, ricordi? – tra riunioni notturne che rasentavano la massoneria e le responsabilità che già facevano capolino chiedendo un lauto tributo in ideali spezzati.

Oggi ci si rivede di sfuggita e la divisa scout che porti addosso con ostinata fedeltà, stona con il mio naufragio esistenziale ricco di esperienze ma disordinato. Un abbraccio fraterno, un dialogo quasi d’ufficio che non tocca i punti dolenti della libera congettura e un’amicizia inossidabile tenuta a galla dai ricordi. Soprattutto ricordi! Ti commuovi ancora, mi dice tua moglie, quando si ritorna su vecchi argomenti lasciati in sospeso e quando riemergono le scene arcaiche di campi estivi assolati e spensierati. A pensarci bene: non sei mai uscito da quel guscio cattolico da cui prendemmo le distanze, noi altri sprovveduti, tanti anni fa… Il vello caldo dell’idealismo e il senso d’appartenenza sono richiami troppo forti e la fede che li alimenta è divenuta sclerotica diffidenza nei confronti del diverso: mi dicono che sei favorevole alla castrazione chimica dei pedofili e fai battute ironiche su quelli che frequentano il circolo di Rifondazione Comunista. “Lontani da Cristo, lontani da tutto…!” – il tuo motto.

Il padre di famiglia, moralista ed enciclico, ha preso il sopravvento, dunque, sull’idealista spensierato tutto “chitarra e volontariato”. Ti capisco, forse… E’ un mondo bastardo, questo, pieno di pericoli e di marciume relativistico camuffato da pubblicità e telefonini nelle mani di preadolescenti senza senso. Ci vuole metodo, amico mio… Volevi lasciare il mondo migliore di come l’avevi trovato, ma alla fine hai capito che è già un’impresa cercare di migliorare sé stessi e mettere su famiglia senza inciampare negli equivoci drammatici di una società malata e senza fede.

Spesso al club degli scapoli ridiamo di te, ebbri della nostra solitaria libertà autoerotica senza orari e mogli incazzate; conviventi di noi stessi allo stato brado, rabbrividiamo pensando all’ordine che hai scelto di far penetrare nei tessuti, non senza fatica, della tua esistenza inizialmente raminga. Ridiamo di te, è vero, ma t’invidiamo fino all’osso per quella preziosa sacra famiglia a cui t’affidavi nelle preghiere dinanzi al presepe della chiesa e che oggi ci riproponi in scala 1:1 a casa tua.

Se potessi restituire i miei anni sbagliati presso l’ufficio degli errori smarriti, ritornerei sulle strade di sudore e tende, riscaldandomi, la sera, presso i fuochi antichi dell’amicizia.

(tratto da Eravate quattro amici al bar)

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